Revenant (Alejandro González Iñárritu – 2015)

22983_320_470Se pensavate di andare a vedere Revenant e di godervelo comodamente spaparanzati nella poltrona del cinema, avete decisamente sbagliato pellicola e probabilmente lo avete capito nei primi 10 minuti di visione.

L’ultima prova di Iñárritu, infatti, più che un film è un tour de force, una prova di resistenza, una lotta estenuante contro la natura e gli uomini che lascia gli spettatori infreddoliti, esausti, basiti e inchiodati alla poltrona. Una storia più verosimile che vera, abilmente modellata e plasmata alle esigenze di un copione scarno quanto efficace che, strizzando l’occhio alla leggenda, narra l’incredibile epopea di un uomo che annichilito dall’invidia e dalla malvagità della sua razza, più che dagli artigli animali che gli lacerano le carni, troverà la salvezza nel ventre della natura selvaggia che sembra volerlo annientare più volte e che invece lo salva sempre, tanto dalle frecce acuminate degli indiani quanto da se stesso e dalla inutilità della sua vendetta.

Con Revenant, Alejandro González Iñárritu vuole evidentemente tentare la doppietta Hollywoodiana dopo i fasti di Birdman, e lo fa in maniera assolutamente coraggiosa, dando vita a un’opera saccente e pretenziosa, del tutto dicotomica rispetto a quella che gli è valsa il premio Oscar alla regia e al Miglior Film: il contrasto tra le due pellicole è talmente stridente da apparire quasi artefatto; se in Birdman le atmosfere erano quelle claustrofobiche e polverose di un vecchio teatro di Broadway, le luci quelle colorate e abbaglianti di una rutilante e affollatissima Times Square e i dialoghi frenetici, eccessivi, portati quasi all’esasperazione nella rappresentazione fedele di un teatro che glorifica e interpreta se stesso, in Revenant la sopraffazione che si avverte è ugualmente totalizzante, ma arriva dall’immensità e dalla magnificenza degli spazi infiniti, dalla cruda e bianca luce naturale del pallido sole del Grande Nord che lascia abbacinati e schiacciati da un silenzio perfetto, a tratti inquietante, rotto solo dal sibilare delle frecce dei temibili Ree, dal crepitio di un fuoco da bivacco, dalla mano tesa di un alleato inaspettato, dai grugniti di una mamma orsa che difende, a ogni costo, i suoi cuccioli dall’invasore.

La presenza umana in Revenant, infatti, è volutamente superflua, a tratti fastidiosa: i dialoghi sono ridotti all’osso e condotti unicamente da un magistrale Tom Hardy, che interpreta il ruolo dell’uomo bianco per eccellenza, un elemento rumoroso, disturbante e volutamente odioso, creato appositamente per distogliere l’attenzione dello spettatore dalla Natura terribile e magnifica e, senza riuscirci, anche dal protagonista, un Leonardo DiCaprio micidiale, completamente ammutolito ma portatore sano di una gamma espressiva strabiliante, perfettamente in grado di comunicare con il solo volto e di risultare sempre assolutamente credibile e appassionato, un vero e proprio Gladiatore delle nevi che trova i suoi Campi Elisi, non in mezzo al grano ma nella visione onirica di un ricordo straziante che tracima in un tenero quanto inutile abbraccio, capace di riportare il “padre di un figlio assassinato” alla realtà e alla necessità della propria vendetta.

Con Revenant Iñárritu ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, il narcisismo del suo cinema fatto di piani sequenza strabilianti, di evoluzioni mozzafiato, di virtuosismi bellissimi da vedere ma a volte superflui e di una fotografia che più degli occhi riempie l’anima e lo fa con una violenza visiva che stanca per la sua efficacia, ma che non disturba mai, perché il dolore e la brutalità, che pure abbondano, non sono mai fini a se stessi, bensì funzionali a un’avventura superbamente raccontata e sulla quale nessuno, neppure i numerosissimi radical chic da tastiera, avrebbe avuto nulla da ridire se non fosse stata ispirata a una storia vera.

Voto 8.

Where everything seems possible.

Da piccola trascorrevo sempre qualche settimana al mare con la mia famiglia, gli zii e una coppia di loro amici con figli di Bollate (MI).

Un anno, sarà stato il 1988, siamo andati a Silvi Marina (TE) in questo hotel molto bellino, molto familiare, la sera si faceva cena tutti insieme e poi si prendeva il fresco sulla terrazza, si organizzavano tornei di briscola e tressette e se non ricordo male il mio babbo vinse anche il premio di più bello della settimana, grazie a un concorso appositamente organizzato, con tanto di fascia e sfilata.

Di fianco all’hotel c’era un cinema che trasmetteva continuamente film per ragazzi e io, che non scendevo mai in spiaggia dopo pranzo, avevo fatto amicizia con la figlia del titolare e ci passavo dei pomeriggi interi. Una platea di bambinetti cotti dal sole eravamo, i nasi spellati, la sabbia nei capelli, la meraviglia negli occhi.

Gli anni ’80 Diomadonna.

Un giorno al cinema davano Labyrinth, sottotitolo – Dove Tutto è Possibile. Nella locandina c’erano una ragazzina bellissima, un uomo con i capelli strani che teneva in mano una sfera luminosa e un labirinto inquietante sullo sfondo.

Mi ricordo poco di quel pomeriggio. Ricordo soprattutto un uomo vestito di bianco, magro, etereo, con gli occhi di colore diverso e con i capelli strani che si muoveva con l’eleganza e la leggiadria di un ballerino.

Un uomo che cantava.

Vidi due spettacoli di fila.

Quando tornai in hotel era già tutto dimenticato, ma l’immagine di quell’uomo mi era rimasta negli occhi, un po’ come quando osservi la luce diretta del sole per troppo tempo e poi distogli lo sguardo e anche se hai gli occhi aperti non vedi nulla, poi chiudi gli occhi e continui a vedere il sole perché ce l’hai impresso nella retina.

Stamattina mi sono alzata e mentre facevo colazione è comparsa la faccia di quell’uomo lì sullo schermo.

Un giornalista incredulo diceva che era morto. Gli tremava la voce.

Io ho chiuso gli occhi e vorrei riaprirli ora e scoprire che non è ancora mattina.

(Polvere eri ma polvere di stelle tornerai).

Capricorni.

Mi sono sempre piaciuti i telefilm, sin da quando ero una bambina e pensavo che Cliff Robinson fosse il padre migliore del mondo e che Fonzie fosse un figo della madonna.

Che mazzate ti da la vita eh? (E che rivincite, vero Richie Cunningham?)

Come tutti quelli della mia generazione però, quella cresciuta negli anni in cui le camicie a quadri neri e rossi avevano un senso, non come quegli obbrobri di poliestere che indossate fieramente oggi, il telefilm che seguivo con più partecipazione e ardore era sicuramente Beverly Hills 90210.

L’evento iniziava ogni giovedì alle 20:30 e a quell’ora, non c’è cristo che tenga, la popolazione italiana (perlopiù femminile) dai 12 ai 17 anni era religiosamente sintonizzata su Italia Uno e passava un paio d’ore a sognare la California e a innamorarsi di adolescenti brutti e improbabili che trascorrevano le loro giornate a fare surf, a girare in Corvette, a commettere delle indicibili scorrettezze reciproche (tipo darla indefessamente al fidanzato dell’amica vergine impunita) e a farsi test di gravidanza a buffo, che, molto intelligentemente, venivano poi gettati nella pattumiera di casa sotto il lavandino, a portata di genitore ficcanaso (Brenda for dummies).

Ragazze, e chi non?

Ora, una delle scene cult di BH90210 si svolgeva sulla spiaggia di Santa Monica e aveva come protagonisti i Giulietta e Romeo della serie, vale a dire Brenda la scucchiona petulante e Dylan il ventiseienne mascherato malamente da diciassettenne; i due, che inizialmente si baciavano con ardore, cominciavano ben presto a discutere, ma non come tutti noi poveri cristi, malamente imboscati nella pineta di uno stabilimento balneare della riviera adriatica, presso il quale eravamo arrivati guidando un Sì Piaggio smarmittato, bensì a bordo della Porche fiammante di proprietà del bello e dannato con la fronte perennemente corrugata e un libro di poesie di Lord Byron nel cruscotto. Mentre i due con compiutezza e proprietà di linguaggio che ritroveremo solo nei letterati di Dawson’s Creek, si esponevano vicendevolmente i problemi esistenziali che attanagliavano le loro complicate esistenze da miliardari, una canzone usciva sfacciatamente dalla radio.

Se devo dirvi di che canzone si tratta, madonna che adolescenza brutta avete avuto, oh!

Ricordo che mi innamorai seduta stante di quel brano. Perdutamente. Registravo tutte le puntate del telefilm per conservarle e riguardarle e stavo registrando anche quella puntata lì. Ho riascoltato la canzone per tutta la sera e il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi ho preso il VHS e sono andata da mio cugino, quello esperto di musica, il mio Shazam personale quando non esisteva Shazam, gli ho mostrato  quello spezzone, lui ha ascoltato l’attacco e dopo due secondi, con l’aria saccente del “se non ci fossi io” mi ha detto “Questi i REM e la canzone si intitola Losing My Religion“.

Ora, si sa, l’amore è una cosa semplice e io quel giorno mi sono semplicemente innamorata di quella voce e di quelle parole e di quella musica. Pensavo che i Bestles fossero il gruppo migliore di tutti e nel mio profondo so che lo sono, ma insomma c’era ancora un po’ di spazio sul trono e i Fab Four si sono dovuti stringere.

Dopo la cassetta di Out of Time sono arrivati i Cd di tutti gli album che sono venuti dopo (ma anche prima), le canzoni del cuore (The One I Love e Nightswimming se devo scegliere con una pistola puntata alla testa) i versi perfetti (I count your eyelashes secretly, with every one, whisper I love you. I let you sleep. I know your closed eye watching me, listening. I thought I saw a smile), il concerto della vita (Dall’Ara – Luglio 1999, c’eravamo tutti anche se non ci conoscevamo ancora), il video di Imitation of Life che nel 2001 passava su MTV 25 volte al giorno ed io che alzavo il volume in cucina e azzittivo tutte le mie coinquiline ogni singola volta, un mio amico nel 2008 che in macchina  con me ascolta “Supernatural Superserious” e convinto mi dice “certo che le canzoni vecchie dei REM sono proprio belle eh” e uno dei telefilm più divertenti che io abbia mai visto che, nel 2009, decide che Everybody Hurts deve smetterla di essere una canzone triste e decide di renderla PER SEMPRE  il momento LOL per eccellenza.

E poi è arrivato anche lo scioglimento, era settembre, era il 2011, io ero a Cordoba con un cono gelato in mano quando uno di voi, uno dei più grossi fan dei REM al mondo, mi ha scritto un sms che diceva “Si sono sciolti”.

Non ho dovuto neanche chiedere “chi”.

(Oggi è il compleanno di Michael Stipe che fa meraviglie su Instagram.

L’altra notte l’ho sognato. Gli chiedevo se un giorno i REM sarebbero tornati a suonare insieme e lui mi ha risposto di no. Mi sono svegliata con un sasso sul cuore). 

2 di gennaio.

Sono uscita e vi ho guardati.

Eravate tutti diversi da oggi, ieri.

Non nel mondo in cui siamo diversi giorno dopo giorno però, semplicemente ieri avevate tutti l’obbligo morale di sentirvi differenti, migliori, propositivi, gonfi d’energia, carichi e sorridenti con in tasca le vostre belle liste di cose da fare intonse, senza ancora alcuna spunta e soprattutto scevri da sensi di colpa, perché insomma, il primo giorno del nuovo anno i buoni propositi si fanno, non si realizzano mica.

Le vostre facce erano perlopiù assonnate, le occhiaie più evidenti, i boccoli un po’ gualciti ma ancora passabili, residui di brillantini sulla faccia, scarpe da ginnastica ai piedi e acqua nei bicchieri, ma nonostante tutta questa trascuratezza fisica, nonostante gli sbadigli e la lentezza nei movimenti, ieri era ben visibile un certo fulgore di fondo, quella luminosità da primo giorno di scuola, quella freschezza e pulizia tipiche di ogni inizio.

Sapete cosa?

Io vi preferisco oggi.

Friends will be friends.

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Negli ultimi sedici mesi sono stata in Germania due volte, a Norimberga prima e a Stoccarda poi.

Una media strepitosa per una come me, che non ha mai fatto mistero di non amare particolarmente una nazione dove il vino rosso è disconosciuto e il top della cucina è rappresentato da una cotoletta di maiale impanata e fritta. I tedeschi poi li detesto dai Mondiali del ’90 e sono certa di essere molto italiana e provinciale in questo, come so che è razionalmente stupido fare di tutta l’erba un fascio, ma insomma è più forte di me, ogni volta che parlo con un tedesco che ha la mia età penso che probabilmente suo nonno era un nazista che metteva la gente al muro e la fucilava senza troppi complimenti insomma ecco, mi vengono i brividi e mi passano tutte le fantasie.

Nonostante questo, però, sono stata in Germania due volte in sedici mesi e non posso dire lo stesso di nessun altro stato al mondo. Ci sono stata perché in quel Paese vivono due mie care amiche, dove per amiche non intendo tizie sguaiate con le quali trascorrere un sabato sera alcolico, bensì persone che danno tanto alla mia vita e che almeno in una circostanza mi hanno raccolta da terra raschiando bene il selciato con un cucchiaino smussato agli angoli e che, insomma, magari nemmeno lo sanno.

Se ne sono andate entrambe, a distanza di tre mesi l’una dall’altra, senza nemmeno il preavviso minimo sindacale previsto dalla legge in casi come questo e mi hanno lasciata ad asciugarmi tutti le mie lacrime con la manica del pigiama, seduta sul gradino del bagno e, come se non bastasse, anche in silenzio, visto che il mio fidanzato non riusciva a capire il perché di tanto disappunto da parte mia. “Eppure almeno la metà dei tuoi migliori amici vivono a centinaia di chilometri da qui, quindi cosa ti cambia? Sei abituata ormai” diceva e dice.

Ha ragione.

Alcuni (non tutti ci mancherebbe, alcuni stanno nel raggio di 400 metri per fortuna) tra i miei migliori amici abitano lontani da qui perché non vivono nella mia città e magari non l’hanno mai nemmeno visitata. Considerate che forse quello che mi sta più vicino è a un paio di 100 chilometri e spiccioli. Queste persone abitano così lontano perché io li ho conosciuti su internet in un lungo lasso di tempo che va dal 2007 al 2015. Ora, se pensate che le relazioni (di qualsiasi genere) che nascono in questo modo siano finte, vi saluto subito e arrivederci, perché è chiaro che non sapete di cosa io stia parlando e poveri voi, aggiungo, perché personalmente “su internet” ho conosciuto le persone a me più affini che possano esistere sulla faccia della terra, persone senza le quali la mia vita sarebbe infinitamente peggiore e tutte queste cazzate sentimentali qui.

Perché, vedete, quando la distanza è fisica e reale, la distanza di sicurezza virtuale che gli esseri umani, per mille motivi spesso idioti mettono tra loro, si annulla. E allora ci si spoglia completamente di ogni orpello, via il trucco dalla faccia, via i vestiti buoni, via le scarpe col tacco, via le contaminazioni ambientali. Sono cose che non servono che non esistono proprio. Via. Ci si ritrova nudi e inermi a parlare a uno schermo, a un telefono, e Dio quanto è facile.

Quello che mi toglie il sonno, il fatto che mi preme farvi notare in questa sede, è che, nonostante capiti in continuazione, torno sempre e comunque a stupirmi della simpatica attitudine del Padreterno Onnipotente e Burlone che PUF, dal nulla, fa incontrare persone per molti aspetti identiche, ugualmente bellissime e soprattutto musicalmente compatibili e le piazza a centinaia di chilometri di distanza; un Dio che addirittura quando queste persone sono vicine per ragioni di famiglia/storia/culo, decide di puntarle con il proprio santissimo dito e sentenzia che è ora di separarle, perché se no sai che noia questa stagione? trasportando le une a MIGLIAIA di chilometri di distanza e lasciando le altre a piangere in bagno, in compagnia di persone convinte che andare in una SPA sia fare un viaggio (o che un concerto di Jovanotti sia vera musica, whatever).

Ecco perché esistono quelli come noi: persone sanno riconoscere lo stato d’animo dell’altro dalla mancanza di un punto alla fine di una frase scritta in chat, patologicamente dipendenti dal proprio iPhone, sempre a caccia di un free wifi, preoccupati dai silenzi prolungati come dalle troppe chiacchiere.

Gente che si sciroppa chilometri di autostrada, strada ferrata o cielo, solo per un pranzo e una cena, due chiacchiere sotto la luna, un concerto in un castello, i piedi nella sabbia, qualche giro di roba alcolica e poi ciao, domani devo andare, devo partire, devo tornare a casa, mi manchi già.

Ecco perché amiamo alla follia luoghi ameni tipo il bar della stazione di Brescia, le aree di servizio della A14 del versante medio adriatico, l’orologio della Stazione di Bologna, le scale mobili della Stazione Termini, i piccoli aeroporti di provincia, quelli dei voli low cost. Sono luoghi preziosi questi per noi, qui ci siamo trovati e lasciati, baciati e insultati, ci siamo detti “addio” e “ti amo” e “mi manchi” e ci siamo abbracciati per ore e ore senza dire niente.

“Alla prossima” ci siamo detti, sempre.

Sì, ma quando?

Il punto è sempre quello.

Quando?

Io stavolta lo so, la mia prossima volta è presto, vado a chiudere la valigia, sto andando a Berlino.

Una media folle Sig.ra Merkel. Folle per me che vorrei che lei dichiarasse al mondo la terza Guerra Mondiale, solo per vedergliela perdere, again.

(Sono stata a Stoccarda un paio di settimane dopo il disastro del volo Germanwings, con un volo Germanwings. Al momento di ripartire, al banco dei controlli di sicurezza ho salutato la mia amica e insomma, quando l’ho vista andare via mi è venuto un po’ da piangere. Al controllo sicurezza devi toglierti gli occhiali da sole e dunque non puoi nasconderti in nessun modo, quindi me ne stavo lì con le lacrime in bella vista e le scarpe in mano. Arrivata al mio Gate ho cercato di ricompormi e mentre tiravo su con il naso in maniera abbastanza mimetica, sono stata avvicinata da un signore tedesco molto anziano che aveva assistito a tutta la scena e che con molto tatto e in un inglese improbabile ha tentato di consolarmi: dal poco che ho capito credo che lui pensasse che io fossi nel panico a causa del recente incidente aereo e che piangessi dalla paura. Egoisticamente mi sono presa il suo abbraccio e la sua spalla per un bel piantarello liberatorio, e mentre ero lì a soffiarmi il naso ho distintamente pensato “beh dai, magari questo crucco qui, proprio nazista non era”. 

Mai dire mai, comunque).

Ps: sì dai. Nella foto ci stavamo chiaramente divertendo.

Io che non so scrivere lettere d’amore.

Non so più scrivere lettere d’amore.

Infatti questa qui non lo è mica.

Dio, cosa pagherei ora per vedere la tua faccia quando troverai la busta, lì, abbandonata sul cuscino. I lembi appiccicati con la saliva, crudelmente incollati bene, non solo infilati dentro. Immagino la tua perplessità seducente, la frenesia con la quale strapperai via tutto (probabilmente anche un pezzo di foglio insieme alla busta) l’ansia che ti fa tremare le dita, la voracità con la quale ingoierai via tutte queste parole, l’ira che ti monta dentro … eppure non puoi prendertela, in fondo, scappare via di corsa l’uno dall’altra è da sempre la nostra specialità.

Quasi quanto ritrovarci.

In quanti posti ci siamo incontrati?

Parcheggi e auto chiuse, stazioni e binari, concerti e sagre di paese, autobus e stanze soffocanti, ogni posto è giusto e ogni luogo è sbagliato, l’importante è rivedersi per non dimenticare un’ora, un minuto, una settimana, non importa quando e nemmeno dove, basta un istante per riallacciare un filo mai spezzato, per avvilupparlo sempre più stretto, basta una notte insonne per impazzire e cento giorni per non pensare a quello che potrebbe essere, che è stato, che è.

Che sarà.

Dicevamo.

Immagino il tuo volto.

Mi piace sempre immaginarlo, rivederlo nella mia mente, ricordare il sorriso impacciato di una persona che incontravo per la prima volta e che, eppure, mi sembrava fosse invecchiata insieme a me in qualche tempo, da qualche altra parte.

Ti immagino, dunque, ti vedo quasi mentre leggi queste righe con timore, siamo arrivati a questo punto e ancora non ti ho spiegato il perché di questa lettera, non hai ancora capito perché l’ho scritta e so che hai paura, paura che questa qui sia come quella dell’altra volta, quella con cui ti dicevo addio per sempre, non voglio né vederti né parlarti mai più, non mi posso ammalare di te, non sono capace di amarti e quindi ho deciso che devo odiarti e quindi smettila di essere, sarà per sempre questo addio, non cambio mica idea, non io, non questa volta, ormai ho detto mai più e non mi guardo indietro e non guardo neanche davanti, perché ho paura di vederti in un riflesso, di ascoltarti in una canzone, di leggerti in una riga e di cercarti tra la folla. Guardo per terra dunque e ti auguro buona vita e ti dico per l’ultima volta, addio.

Questa è una lettera diversa da quella lì, non ti preoccupare, quella era una lettera d’amore, adesso mi pare evidente, lo hai capito anche tu, o forse lo hai sempre saputo cosa fosse, ma questa è tutt’altra cosa, io non so scrivere lettere d’amore, non le so scrivere più, la vita ha inaridito la mia vena o forse è stata la felicità a farlo, la felicità semplice, quella di tutti i giorni, quella che può essere vista e toccata e non solo sospirata, agognata, sofferta e così desiderata.

Abbiamo smesso di scriverci lettere d’amore, è evidente e credo che la colpa sia stata nostra, del nostro ritrovarsi inevitabile e costante; senza neanche volerlo e senza nemmeno cercarci noi ci ritroviamo e la nostra routine che ha così poco di abitudinario ci ha fatto smettere  di essere così squisitamente drammatici, apocalittici e folli ma vedi, nonostante tutto non riesce a farci smettere di essere innamorati.

Quando ho preso in mano la penna, stamattina, volevo solo scriverti una lettera d’amore e lasciartela lì, sul cuscino, così al tuo risveglio, non avresti trovato solo la mia ennesima  fuga.

Ci ho provato e ho fallito. Allora ho fatto quello che mi riesce meglio e ti ho scritto una lettera d’addio, amore mio.

Addio dunque. Almeno fino alla prossima volta.

(Buon San Valentino Guys).

T.

A ciascuno la sua.

Dalle mie parti c’è un detto che si usa per identificare quelle persone che muoiono compiendo un’attività che amano tantissimo e dalla quale non riescono a prescindere per quanto essa sia pericolosa, folle, spaventevole.

Ha fatto la morte sua” si dice.

Molti danno un’accezione negativa a questa affermazione, molti la usano in maniera spregiativa per indicare, ad esempio, il tossicodipendente che muore di overdose.

Personalmente invece ho sempre dato un valore positivo a queste parole, ho sempre ritenuto (dalla fatalista che sono) che “fare la morte sua” sia la cosa migliore che possa accadere ad una persona: morire mentre si fa quello per cui si è sempre vissuto. Crudele, sì, ma anche meraviglioso.

Simone Camilli ha fatto la morte sua: è morto narrando la guerra.

Lui era un giornalista vero, uno di quelli che da valore a questo mestiere, uno di quelli che nessuno conosce perché  preferisce stare in prima linea invece che al trucco di qualche programma televisivo di terz’ordine, uno di quelli che alimenta il suo ego tuffandosi di testa nell’orrore vero non scrivendo status da 10 mila like su Facebook. Lui ci andato a braccetto con l’orrore, lo ha conosciuto e  corteggiato a lungo per poterlo raccontare nelle sue sfaccettature e pazienza se questo orrore prima o poi lo ha reclamato, è il rischio che spesso si corre quando si ama davvero quello che si fa, è il prezzo da pagare per essere stato coerente fino in fondo con le proprie passioni e necessità impellenti.

Ho già sentito il coro dei “ma chi glielo ha fatto fare”, lo starnazzare degli sputasentenze da salotto, di quelli che credono nell’informazione libera e nel volontariato ma che poi pensano che Giuliana Sgrena abbia ucciso un uomo per la sua testardaggine, che Saviano sia un esibizionista e che i missionari con l’ebola siano malati perché “se la sono cercata“. Persone che passano le giornate a riempire di sdegno Pro Palestina il loro Twitter tenendo una bibita ghiacciata nell’altra mano e spesso mi viene lo sconforto, perché anche se non la penso come loro, in fondo, lo sono.

Simone  Camilli invece era tutto il contrario e quindi quanto di più simile all’idea di eroe che ho nella mia testa: aveva la mia età e da oltre 10 anni raccontava la guerra. Chiamava a casa e diceva ai suoi “Sto bene, è tutto tranquillo qui” perché non sopportava l’idea che la sua famiglia si preoccupasse. Non riesco a cogliere esibizionismo o temerarietà o egoismo in quello che faceva ma solo una grande urgenza di narrare, la voglia di condividere, di rendere noto alla gente quello che succede in quei luoghi spezzati ove tutti hanno paura di andare.

Aveva paura lui? Credo di sì, ma sapeva anche che “Bisogna compiere il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi“, come un altro italico eroe ucciso da una bomba pure lui, non mancava mai di ripetere.

Simone il suo dovere l’ha fatto e da quel dovere è rimasto precocemente ucciso.

Non so quanti di noi avranno mai questo onore.

 

Non sono io, siete voi.

Sicuramente sarà l’età, ne sono quasi certa.

I vecchi sono dei rompipalle, aumentano gli anni e diminuisce la tolleranza, è una verità assoluta e lo sanno tutti.

Certi però invecchiano peggio perché altrimenti non riesco a spiegarmi come persone sino a poco tempo fa apparentemente normali, si siano trasformate nel muro del pianto.

BimboPiange

Solo che i muri siamo noi, nel senso che loro piangono e noi facciamo sì con la testa, impotenti, perché interrompere un piangente equivale a vedersi piantare degli occhi pieni di risentimento in faccia e sentire pronunciare le fatidiche parole “beata te”.

E’ un’epidemia.

Beata te.

Mah.

Sicuramente sarà il lavoro che faccio, ne sono sicura.

L’esperienza cresce e il cuore si indurisce. Inoltre anche io invecchio, come tutti, e dunque la tolleranza che resta, è quella che è.

Una cosa però ve la devo dire.

Se litigate con tutti quelli che osano contraddirvi, se cambiate amici come io cambio rossetto, se siete i più sfortunati del sistema solare, se lavorate più di tutti senza frutto alcuno, se non trovate il fidanzato perché nessuno vi vuole, se quando incontrate una persona prima di dirle ciao sciorinate la lista delle vostre immani sfighe io ve lo dico.

Non sono io, non siamo noi.

Siete voi.

E per inciso noi, i fortunati, quelli che secondo il vostro pensiero sono “beati”, non pensiamo minimamente a voi piangenti come a gente sfortunata, da compatire, ma solo a come dei grandissimi rompicoglioni.

Da evitare.

Ecco perché nessuno vi vuole.

Io ve l’ho detto.

T.

Perché Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar (e sposarmi).

(Qualche tempo fa un giornale con il quale collaboro mi ha chiesto di scrivere un pezzo per San Valentino e dunque dedicato all’amore. Ho riflettuto a lungo su tutti gli amori che ho vissuto, a quelli belli e a quelli orribili e dopo 3 minuti e mezzo lunga riflessione, ho deciso di parlare del primo amore che, in fondo, è quello che non si scorda mai).

 

La prima volta che l’ho visto avevo 10 anni e come la maggioranza delle mie coetanee guardavo Genitori in Bleu Jeans ma, a differenza di tutte loro, non riuscivo proprio a spasimare per quel Kirk Cameron del protagonista: sì, aveva gli occhi blu e i ricciolini, il sorriso irresistibile ed il nasino alla francese, ma quando nel momento clou della sigla, appoggiandosi al frigorifero, si sfilava gli occhiali da sole con tocco strafottente,  non potevo fare a meno di pensare “embè?” e lo stesso identico sentimento di incomprensione planetaria mi coglieva quando guardavo la sua gigantografia che avevo religiosamente appeso in cameretta e che troneggiava sulla parete accanto al letto.

Vai a sapere che proprio grazie a quel faccione rubicondo amato da tutte avrei fatto l’incontro con Cupido. Quello che mi avrebbe cambiato la vita.

L’angioletto capriccioso ha scoccato la sua freccia nel momento in cui sullo schermo è apparso un ragazzino biondo con un ciuffo ribelle che cadeva continuamente sugli quegli occhi chiari e pieni di sorrisi; indossava una camicia a quadri bianchi e neri, era seduto al’ultimo banco, si chiamava Luke e del tutto a sorpresa, soppiantava nel mio cuore, immediatamente e senza alcun rispetto, il Mikey carino, avventuroso e dotato di apparecchio dei Goonies, il primo “uomo” sulla faccia della terra a farmi provare una pulsione a cui non sapevo dare il nome e che mi faceva venire un caldo pazzesco e un vuoto nella pancia. Ciao Mikey, ciao proprio, la freccia peregrina aveva trafitto il mio cuore e aveva un solo nome inciso sulla punta: quel nome era (ed è ancora) Leonardo.

Di Caprio

Erano i primi, primissimi anni ’90, internet era pura fantascienza ed io da pre – adolescente innamorata e sospirante, altro non potevo fare se non continuare a spasimare indefessamente davanti alla TV e a comprare testardamente riviste di cinema per scovare il nome del mio amato, così sfacciatamente nostrano, tra quelli americani del cast.

Buio, buio totale per mesi e mesi, solo una volta riuscii a rivederlo in tv, un sabato pomeriggio in un film intitolato La mia Peggior Amica di cui ricordo la trama solo vagamente, anche se ho ancora il VHS, registrato a metà ma tenuto nel mobiletto accanto alla televisione come una sacra reliquia.

Il tempo passava, ma il mio amore restava immutato: le riviste si ammucchiavano invano e il nome di Leonardo non compariva mai, fino a quando lo scovai tra quello di Johnny Depp e Juliette Lewis nel cast di un film che si intitolava “Buon Compleanno Mr Grape” e che sarebbe uscito al cinema di lì a qualche mese.

Immaginate l’emozione, l’impazienza, l’infinita voglia che avevo di rivedere il mio idolo, biondo e bellissimo in un film così importante! Non avevo letto nulla della trama, volevo solo rivederlo e tuffarmi nella sorpresa; contavo i giorni che mi separavano dalla uscita nelle sale e trascinai mio padre al primo spettacolo del pomeriggio: pensate al mio stupore quando scoprii, dopo un paio di scene, che in quel film Leonardo interpretava con squisita maestria e con sensibilità sopraffina il ruolo di un delizioso ragazzo disabile.

E’ possibile innamorarsi un’altra volta? Certo che sì, ed io m’innamorai ancora e ancora e ancora, m’innamorai tutte le innumerevoli volte che sono corsa al cinema costringendo quel santuomo del mio babbo ad accompagnarmi, durante la settimana al primo spettacolo del pomeriggio oppure il sabato sera alle 9 in punto per incontrare il mio Leonardo mentre dava filo da torcere a Robert De Niro (Voglia di Ricominciare), quando nei panni di un cow boy sfacciato faceva prendere una cotta a Sharon Stone, sfidava impunemente a duello Gene Huckman e oscurava del tutto Russel Crowe, fino a farlo scomparire (Pronti a morire), mentre sprofondava stupidamente nel tunnel dell’eroina (Ritorno dal nulla), quando interpretando un poeta strafatto di assenzio, baciava in una sequenza interminabile e incredibilmente intensa un uomo brutto, calvo e munito di barba e baffi (Poeti dall’inferno) e ancora mentre faceva impazzire Diane Keaton e Meryl Streep (La stanza di Marvin) ed infine vestendo i panni immortali, appassionati e disperati dell’innamorato per eccellenza (Romeo + Juliet).

Di caprio Baby

In quei cinema semivuoti m’ innamoravo sempre più, un film dopo l’altro, sequenza dopo sequenza: restavo incantata dalla sua incredibile bravura, dal suo sprofondare in ogni personaggio interpretato, del suo essere adattabile, eclettico e sempre incredibilmente credibile e mi chiedevo come fosse possibile che nessuno se ne accorgesse, che nessuno parlasse di lui e del suo essere il miglior giovane attore di Hollywood in circolazione.

Avevo parlato troppo presto. Perché da lì a pochi mesi, la nave più importante della storia sarebbe affondata cinematograficamente per l’ennesima volta, consegnando al mondo il mio fiore prezioso e segreto.

Per tutti voi fu amore a prima vista.

Quel Jack Dowson lì, con i suoi occhi che scrutavano un corpo nudo al di sopra di un foglio da disegno e con quel ciuffo biondo eternamente ribelle, era diventato il re del mondo ed io non potevo farci niente; mi disturbava tutto quel rumore, quelle copertine, quelle interviste. La sua presenza per anni così discreta, era diventata ora scontata, bastava accendere la televisione o fare un salto in edicola.

Odiavo tutto quel clamore, l’idea di dover condividere Leonardo con tutti: odiavo soprattutto l’ottusità delle persone che si erano accorte di lui proprio grazie alla sua interpretazione meno scintillante, ma cosa potevo farci? Niente. Vi siete innamorati tutti di quegli occhi controvento che sembrano sempre scrutare un punto lontano, oltre l’orizzonte, e io non ho potuto far altro che accettarlo.

Tutto il resto è storia: le origini italiane, il calcio dato “dall’interno” alla mamma incinta davanti al quadro di un artista che ne ha decretato il nome, i film indipendenti, il rifiuto dei prodotti troppo commerciali, il sodalizio mai interrotto con Scorsese, le collaborazioni con tutti i più grandi registi, le morti sempre diverse che arrivano alla fine di quasi tutti i suoi film, la mancata affinità con l’Academy Awards, le interpretazioni sempre più stupefacenti, la schiera ininterrotta di fidanzate modelle che vogliono accasarsi e che vengono puntualmente mollate, il suo essere pacifista, vegetariano, amante della natura e degli animali e prossimamente attivista di Green Peace … questo è il Leonardo Di Capri che conosciamo tutti e che tutti amiamo.

Ma io di più. Perché come tutte le ragazze sanno, da che mondo è mondo, vige la regola del “L’ho visto prima io”. Ed io Leonardo l’ho visto davvero prima di tutte voi. Non mi sono innamorata del nuovo Romeo che strega la rossa della prima classe, ma del biondino sfigato alle prime armi, quello a cui chiedevano di modificare il proprio nome in qualcosa di più americano e che rifiutava di farlo, quello che non riempiva le sale ma che sbalordiva tutti coloro che avevano la fortuna di incontrarlo sullo schermo e questo amore, questa dedizione, questa passione ultraventennale devono pure significare qualcosa no? Certo che sì.

Ne sono così convinta che quando sono stata in California, nel mio diario di viaggio “La casa di Leonardo DiCaprio in cima a Bel Air” era segnata tra le “cose da fare” prima di “Walk of Fame”, “Ruota di santa Monica” o “WB Studios”.

E io mi sono arrampicata su quella collina perché ho pensato che se fuori dal cancello ci fosse stato un citofono io avrei suonato e se qualcuno avesse risposto io avrei detto “Sono la tua fan n. 1 al mondo, come Annie Wilkes ma senza tutta quella storia di fracassarti le gambe, insomma, ti amo”. Vi dirò di più: il campanello c’era, ed io mentre mi avvicinavo, immaginavo già la scena successiva, io nel salotto a prendere il caffè con Leonardo, alla facciaccia vostra che avete scoperto la sua esistenza solo nel 98 grazie a Titanic, sfigati.

Peccato che tutti i miei sogni di gloria siano stati interrotti da un armadio a muro nero con una targhetta sul cuore che recitava “VIGILANTES” che mi ha presa cortesemente per un braccio e che, con molto garbo, ha tentato di farmi desistere perché tanto “Mister Di Caprio non è in casa”. Un tipo simpatico costui, quasi paterno, tanto che io notando tutta questa disponibilità, mi sono sentita nella condizione di insistere con fermezza. E’ stato allora che questo tizio, improvvisamente meno cordiale, ha deciso di fare il proprio lavoro, ricordandomi che mi trovavo su una strada privata e intimandomi di andare via.

 Me ne sono andata con la testa bassa, sono rientrata in macchina e sono ripartita ma dopo pochi istanti ho visto una Limousine arrivare in senso contrario e allora ho pensato che forse il buon Dio mi stava regalando una pazzesca botta di culo e sono scesa al volo dalla mia macchina (in corsa) e ho iniziato a correre dietro alla Limousine.  Sono tornata alla portata del vigilantes ormai incazzato nero che, stavolta senza cortesia alcuna, mi ha detto che se non me ne fossi andata subito mi avrebbe sparato e siccome me l’ha detto in inglese e la mia amica Benedetta temeva che io non avessi capito, ha iniziato ad urlarmi di correre via perché il tizio mi avrebbe sparato e a quel punto io mi sono voltata verso di lei e con un sangue freddo del quale ancora non mi capacito le ho risposto “Ok, ho capito che mi spara ma mica mi sparerà in testa,  mi sparerà nelle gambe!”.

Ho continuato a correre e (SPOILER) nessuno mi ha sparato. Nella Limousine non c’era Leonardo ma a quel punto ho capito che forse era il caso di battere in ritirata perché sì, mi sentivo abbastanza al sicuro da una pallottola ma non da uno scapaccione che mi avrebbe fatto sputare 3 denti.

E così me ne sono andata via a testa bassa e ancora oggi, se ci ripenso, sono convinta di aver perduto l’occasione della vita.

Insomma, questa è la storia del mio primo amore.

Ricapitoliamo: Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar perché è un attore della Madonna che sul tappeto rosso ci porta la mamma, non una di quelle sgualdrinelle che ciclicamente frequenta e ciò basta per incoronarlo Imperatore dell’Universo Terracqueo e può continuare a non vincere pur restando il migliore di tutti quelli che pensano di averlo battuto e, soprattutto, dovrebbe sposarmi perché per lui ero disposta a beccarmi una pallottola senza battere ciglio e vivaddio, se non è amore questo, ditemi allora cosa lo è.

T.

BFF

Prima gli amici erano quelli che ci venivano imposti dalla scuola, dal quartiere, dal bar.

Erano le persone che trovavamo lì, che ci piacevano perché nella ristretta cerchia che il destino aveva scelto per noi, erano i più simili per gusti, carattere o attitudini.

Erano i compagni di scuola, i vicini di casa , gli amici del fidanzato e gli amici degli amici.

Tutta gente che abbiamo amato e che in rarissimi casi amiamo ancora. Senza i quali non potremmo vivere.

Poi c’è stato l’internetavvento e gli amici abbiamo iniziato a trovarli tra milioni di persone: li abbiamo incontrati nei forum, nei siti, nei gruppi, nelle chat. Li abbiamo scelti. Sono le nostre anime gemelle, le nostre metà della mela, sono a centinaia di chilometri ma non importa, perché con loro abbiamo parlato per ore e ore, ci siamo aperti, ci siamo confidati, abbiamo raccontato loro i nostri segreti inconfessabili, ci abbiamo litigato e li abbiamo ritrovati, li abbiamo persi e rincontrati e quando li vediamo in carne e ossa, abbandoniamo il cellulare e li abbracciamo stretti anche se ogni volta è come se li avessimo visti ieri per l’ultima. Sono come noi o sono l’opposto di noi, ma li amiamo perché non ci sono capitati. Li abbiamo scelti. E no, non potremmo MAI vivere senza di loro.

Poi ci sono gli amici che abbiamo trovato a poche centinaia di metri da noi, quelli che sono sempre stati lì ma dei quali non ci siamo mai accorti, quelli che abbiamo incontrato tardi, ma non è mai troppo tardi, quelli che sono arrivati esattamente quando abbiamo avuto bisogno di loro e che senza neanche saperlo ci hanno aperto l’anima e gli occhi rivolgendoli verso nuovi, lontanissimi orizzonti.

Perché ragazzi, gli amici veri, quelli buoni, quelli indispensabili, non necessariamente sono quelli che ci stanno accanto da una vita ma sono SEMPRE E COMUNQUE quelli che la vita, ad un certo punto, ce la salvano.

T