Patria-Fernando Aramburu.

Patria-Aramburu.jpgSono una persona che giudica un libro dalla copertina.

Letteralmente.

Non ho mai acquistato un libro sgradevole alla (mia) vista, a meno che non si trattasse di un titolo blindato e consigliato da persona degna di stima letteraria e per questa ragione considero “Patria” una lettura davvero fortunosa, visto che il libro mi è stato consigliato da una delle proprietarie della libreria storica della mia città, che mi aveva vista in piena crisi d’acquisto, aggirarmi smarrita tra gli scaffali il giorno della Vigilia di Natale e che, senza il suo intervento, non avrei mai preso in considerazione; copertina anonima, ambientazione poco attraente, nemmeno con la quarta di copertina era scattata la scintilla.

E invece…

Patria tratta un argomento del quale non sapevo praticamente nulla.

ETA, Euskadi, Euskera, erano parole che conoscevo ma che restavano a macerare in una nebulosa di ignoranza nelle retrovie del mio cervello; il primo pregio di quest’opera, dunque, è esattamente questo: rendere godibile un tema del quale non mi interessava assolutamente niente. Aramburo riesce in un’impresa titanica, grazie a una scrittura snella, semplice ed estremamente efficace che descrive stralci di vita comune e dialoghi tra persone qualsiasi costellati di parole in euskera appunto (il “dialetto” dei Paesi Baschi che assurge alla dignità di lingua così come il nostro sardo) talmente immerse nella storia e nel flusso rapido e fluido della narrazione, da essere intese senza bisogno di consultare il glossario.

Patria racconta la storia di due famiglie, della stretta amicizia di 2 nuclei familiari diversi ma vissuti gomito a gomito da sempre, dei pettegolezzi delle mogli, delle gite in bicicletta dei mariti, dei segreti dei figli: tutti fieri abitanti dell’Euskera (i Paesi Baschi), tutti sostenitori della bontà dei progetti di indipendenza dell’euskal herria (cioè del Popolo Basco), intimamente convinti della genuinità delle intenzioni dell’ETA, almeno fino a quando la protesta politica non si trasforma in lotta armata, fino a quando l’ostracismo e la ghettizzazione diventano il pane quotidiano della vita del paese, fino a quando un figlio diventa assassino e un padre viene assassinato. 

Senza una linea temporale definita, senza una narrazione lineare e grazie alla coralità del romanzo, che si snoda tra il presente e il passato in rimandi continui ma immediatamente percepibili, la Storia con la s maiuscola, ci sovrasta e ci assorbe grazie alle minuscole storie personali dei protagonisti, narrate dagli stessi in prima persona, per mezzo dei loro ricordi, a causa dei loro rimpianti, attraverso i pensieri più intimi delle vittime e dei carnefici, sbirciando attraverso il sottile, sottilissimo velo che divide le une dagli altri.

La ricerca cocciuta e certosina della verità, la necessità di ottenere le scuse di chi non vuole pentirsi e il bisogno spasmodico di aggrapparsi a un sogno infranto, animano le intenzioni e le azioni dei protagonisti dell’opera, pedine di un meccanismo micidiale e complesso che li risucchia e li stritola per sputarli fuori, ora patrioti, ora nemici di quella Patria che da il titolo all’opera, quella Patria che è madre matrigna, in grado di amare condizionatamente e solo chi è pronto a uccidere nel suo nome.

Voto 5/5

T.

 

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Click.

Una volta un’amica mi chiese (seriamente) se sapevo se si potesse smettere di sentirsi innamorati, se fosse possibile cessare di voler bene a una persona, semplicemente dimenticarsene*. Io non conoscevo la risposta e le dissi che se fosse esistito un interruttore da premere lo avrei premuto, io come tutti**.

Ho sempre pensato che per i sentimenti (in generale) non esistessero i tutto o niente, i chi fuori è fuori e chi è dentro è dentro e che le cose andassero lasciate sfumare, morire se occorre, con il grande e benefico aiuto del caro vecchio tempo galantuomo. Parimenti ho sempre criticato tantissimo le persone con l’interruttore, quelle che dall’oggi al domani sono in grado di tagliare a corto, di estirpare rapporti, di distruggere sentimenti e di ricominciare da capo, belli puliti, nuovi e profumati come se niente fosse accaduto, arrivederci e grazie e ottime cose. Dall’alto della mia infinita spocchia e presunta sensibilità li ho sempre etichettati come persone superficiali, molto sole e incredibilmente egoiste, gente da tenere a debita distanza da me e dalla mia perfettissima e empatica persona.

Il tempo è galantuomo dicevo, ma anche malvagio se vogliamo, sicuramente ti prende a schiaffoni abbastanza forti fino a quando non inizi a capire come stanno le cose e come si sopravvive nella società moderna, fatta di gente che perlopiù di te se ne frega bellamente. Invecchiando si capiscono tante cose, tipo che i concerti che iniziano alle 21 sono meglio di quelli che iniziano a mezzanotte, che bere in compagnia non significa perdere i sensi in via del Pratello, che l’orgoglio serve solo a farti venire l’ulcera (ok questo concetto ancora un po’ mi sfugge lo ammetto), che i temibili metallari sono davvero brava gente, che i romanzi d’amore li può scrivere solo Jane Austen affinché io li legga perché tutto il resto è Harmony e che investire soldi in biancheria intima de La Perla è completamente e del tutto inutile. Oltre a tutto ciò, ho capito anche che le “persone con l’interruttore” non vanno criticate bensì osservate, studiate approfonditamente e infine, sì, ammirate.

Emulate, se si trova il coraggio.

È bello vivere senza pietà, senza dubitare mai della validità delle proprie azioni, avendo la matematica certezza di essere sempre nel giusto, costruendosi un cerchio attorno e accomodandosi nel mezzo. È stupefacente avere la capacità di decidere che basta, tu mi hai stufato e quindi non voglio vederti mai più, da domani buongiorno e buonasera e baci e abbracci se per caso ci incontriamo.

Spegnere i propri sentimenti. Azzerarli. Dimenticare quello che c’è stato. Prendere una cazzuola e costruirsi sopra al cuore un rivestimento di cemento armato.

Trasformare amori e amici in perfetti sconosciuti. Praticamente è un fottuto superpotere se ci pensate.

Ora, l’unica perplessità che mi resta è legata alle motivazioni che animano le “persone con l’interruttore”. Perché decidono di premerlo? Cosa li spinge? Perché lo fanno? Ci si svegliano una mattina? Si sentono abbandonati dalle persone che decidono di dimenticare? Non vogliono essere secondi nel cuore di chi decidono di sfanculare? Passano un brutto momento? Hanno voglia di cambiate aria? Fiutano la sòla e abbandonano la nave prima che affondi?

Non lo so, devo ancora scoprirlo, per ora sto studiando il loro bizzarro comportamento, li osservo da lontano (perché non sono ancora sicura che averli accanto sia benefico) non intervengo nelle loro vite (però oh, sembra davvero un bel vivere) ma da secchiona la qual sono mi documento, in fondo sono sempre stata la prima della classe quando ho deciso di eccellere in una disciplina e quindi insomma, sto seriamente pensando di prendere la tessera di questo partito.

Pensate che bello quando mi chiederete “si può smettere di voler bene a una persona”? e io risponderò “Click***“.

*ora, rivolgere quella precisa domanda A ME in quel determinato periodo della mia vita era talmente una follia che da quella volta ho sempre dubitato della sanità mentale di quella adorabile persona, e lei lo sa.

** ecco, vedete, è vero, non conto balle io. 

*** prima che mi arrivino 18mila messaggi che dicono più o meno tutti “di chi stai parlando”? sappiate che questo non è un articolo autobiografico ma che se vi siete anche solo posti il problema, che Dio v’aiuti, siete nel mio Grande Libro Nero. 

Revenant (Alejandro González Iñárritu – 2015)

22983_320_470Se pensavate di andare a vedere Revenant e di godervelo comodamente spaparanzati nella poltrona del cinema, avete decisamente sbagliato pellicola e probabilmente lo avete capito nei primi 10 minuti di visione.

L’ultima prova di Iñárritu, infatti, più che un film è un tour de force, una prova di resistenza, una lotta estenuante contro la natura e gli uomini che lascia gli spettatori infreddoliti, esausti, basiti e inchiodati alla poltrona. Una storia più verosimile che vera, abilmente modellata e plasmata alle esigenze di un copione scarno quanto efficace che, strizzando l’occhio alla leggenda, narra l’incredibile epopea di un uomo che annichilito dall’invidia e dalla malvagità della sua razza, più che dagli artigli animali che gli lacerano le carni, troverà la salvezza nel ventre della natura selvaggia che sembra volerlo annientare più volte e che invece lo salva sempre, tanto dalle frecce acuminate degli indiani quanto da se stesso e dalla inutilità della sua vendetta.

Con Revenant, Alejandro González Iñárritu vuole evidentemente tentare la doppietta Hollywoodiana dopo i fasti di Birdman, e lo fa in maniera assolutamente coraggiosa, dando vita a un’opera saccente e pretenziosa, del tutto dicotomica rispetto a quella che gli è valsa il premio Oscar alla regia e al Miglior Film: il contrasto tra le due pellicole è talmente stridente da apparire quasi artefatto; se in Birdman le atmosfere erano quelle claustrofobiche e polverose di un vecchio teatro di Broadway, le luci quelle colorate e abbaglianti di una rutilante e affollatissima Times Square e i dialoghi frenetici, eccessivi, portati quasi all’esasperazione nella rappresentazione fedele di un teatro che glorifica e interpreta se stesso, in Revenant la sopraffazione che si avverte è ugualmente totalizzante, ma arriva dall’immensità e dalla magnificenza degli spazi infiniti, dalla cruda e bianca luce naturale del pallido sole del Grande Nord che lascia abbacinati e schiacciati da un silenzio perfetto, a tratti inquietante, rotto solo dal sibilare delle frecce dei temibili Ree, dal crepitio di un fuoco da bivacco, dalla mano tesa di un alleato inaspettato, dai grugniti di una mamma orsa che difende, a ogni costo, i suoi cuccioli dall’invasore.

La presenza umana in Revenant, infatti, è volutamente superflua, a tratti fastidiosa: i dialoghi sono ridotti all’osso e condotti unicamente da un magistrale Tom Hardy, che interpreta il ruolo dell’uomo bianco per eccellenza, un elemento rumoroso, disturbante e volutamente odioso, creato appositamente per distogliere l’attenzione dello spettatore dalla Natura terribile e magnifica e, senza riuscirci, anche dal protagonista, un Leonardo DiCaprio micidiale, completamente ammutolito ma portatore sano di una gamma espressiva strabiliante, perfettamente in grado di comunicare con il solo volto e di risultare sempre assolutamente credibile e appassionato, un vero e proprio Gladiatore delle nevi che trova i suoi Campi Elisi, non in mezzo al grano ma nella visione onirica di un ricordo straziante che tracima in un tenero quanto inutile abbraccio, capace di riportare il “padre di un figlio assassinato” alla realtà e alla necessità della propria vendetta.

Con Revenant Iñárritu ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, il narcisismo del suo cinema fatto di piani sequenza strabilianti, di evoluzioni mozzafiato, di virtuosismi bellissimi da vedere ma a volte superflui e di una fotografia che più degli occhi riempie l’anima e lo fa con una violenza visiva che stanca per la sua efficacia, ma che non disturba mai, perché il dolore e la brutalità, che pure abbondano, non sono mai fini a se stessi, bensì funzionali a un’avventura superbamente raccontata e sulla quale nessuno, neppure i numerosissimi radical chic da tastiera, avrebbe avuto nulla da ridire se non fosse stata ispirata a una storia vera.

Voto 8.

Where everything seems possible.

Da piccola trascorrevo sempre qualche settimana al mare con la mia famiglia, gli zii e una coppia di loro amici con figli di Bollate (MI).

Un anno, sarà stato il 1988, siamo andati a Silvi Marina (TE) in questo hotel molto bellino, molto familiare, la sera si faceva cena tutti insieme e poi si prendeva il fresco sulla terrazza, si organizzavano tornei di briscola e tressette e se non ricordo male il mio babbo vinse anche il premio di più bello della settimana, grazie a un concorso appositamente organizzato, con tanto di fascia e sfilata.

Di fianco all’hotel c’era un cinema che trasmetteva continuamente film per ragazzi e io, che non scendevo mai in spiaggia dopo pranzo, avevo fatto amicizia con la figlia del titolare e ci passavo dei pomeriggi interi. Una platea di bambinetti cotti dal sole eravamo, i nasi spellati, la sabbia nei capelli, la meraviglia negli occhi.

Gli anni ’80 Diomadonna.

Un giorno al cinema davano Labyrinth, sottotitolo – Dove Tutto è Possibile. Nella locandina c’erano una ragazzina bellissima, un uomo con i capelli strani che teneva in mano una sfera luminosa e un labirinto inquietante sullo sfondo.

Mi ricordo poco di quel pomeriggio. Ricordo soprattutto un uomo vestito di bianco, magro, etereo, con gli occhi di colore diverso e con i capelli strani che si muoveva con l’eleganza e la leggiadria di un ballerino.

Un uomo che cantava.

Vidi due spettacoli di fila.

Quando tornai in hotel era già tutto dimenticato, ma l’immagine di quell’uomo mi era rimasta negli occhi, un po’ come quando osservi la luce diretta del sole per troppo tempo e poi distogli lo sguardo e anche se hai gli occhi aperti non vedi nulla, poi chiudi gli occhi e continui a vedere il sole perché ce l’hai impresso nella retina.

Stamattina mi sono alzata e mentre facevo colazione è comparsa la faccia di quell’uomo lì sullo schermo.

Un giornalista incredulo diceva che era morto. Gli tremava la voce.

Io ho chiuso gli occhi e vorrei riaprirli ora e scoprire che non è ancora mattina.

(Polvere eri ma polvere di stelle tornerai).

Capricorni.

Mi sono sempre piaciuti i telefilm, sin da quando ero una bambina e pensavo che Cliff Robinson fosse il padre migliore del mondo e che Fonzie fosse un figo della madonna.

Che mazzate ti da la vita eh? (E che rivincite, vero Richie Cunningham?)

Come tutti quelli della mia generazione però, quella cresciuta negli anni in cui le camicie a quadri neri e rossi avevano un senso, non come quegli obbrobri di poliestere che indossate fieramente oggi, il telefilm che seguivo con più partecipazione e ardore era sicuramente Beverly Hills 90210.

L’evento iniziava ogni giovedì alle 20:30 e a quell’ora, non c’è cristo che tenga, la popolazione italiana (perlopiù femminile) dai 12 ai 17 anni era religiosamente sintonizzata su Italia Uno e passava un paio d’ore a sognare la California e a innamorarsi di adolescenti brutti e improbabili che trascorrevano le loro giornate a fare surf, a girare in Corvette, a commettere delle indicibili scorrettezze reciproche (tipo darla indefessamente al fidanzato dell’amica vergine impunita) e a farsi test di gravidanza a buffo, che, molto intelligentemente, venivano poi gettati nella pattumiera di casa sotto il lavandino, a portata di genitore ficcanaso (Brenda for dummies).

Ragazze, e chi non?

Ora, una delle scene cult di BH90210 si svolgeva sulla spiaggia di Santa Monica e aveva come protagonisti i Giulietta e Romeo della serie, vale a dire Brenda la scucchiona petulante e Dylan il ventiseienne mascherato malamente da diciassettenne; i due, che inizialmente si baciavano con ardore, cominciavano ben presto a discutere, ma non come tutti noi poveri cristi, malamente imboscati nella pineta di uno stabilimento balneare della riviera adriatica, presso il quale eravamo arrivati guidando un Sì Piaggio smarmittato, bensì a bordo della Porche fiammante di proprietà del bello e dannato con la fronte perennemente corrugata e un libro di poesie di Lord Byron nel cruscotto. Mentre i due con compiutezza e proprietà di linguaggio che ritroveremo solo nei letterati di Dawson’s Creek, si esponevano vicendevolmente i problemi esistenziali che attanagliavano le loro complicate esistenze da miliardari, una canzone usciva sfacciatamente dalla radio.

Se devo dirvi di che canzone si tratta, madonna che adolescenza brutta avete avuto, oh!

Ricordo che mi innamorai seduta stante di quel brano. Perdutamente. Registravo tutte le puntate del telefilm per conservarle e riguardarle e stavo registrando anche quella puntata lì. Ho riascoltato la canzone per tutta la sera e il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi ho preso il VHS e sono andata da mio cugino, quello esperto di musica, il mio Shazam personale quando non esisteva Shazam, gli ho mostrato  quello spezzone, lui ha ascoltato l’attacco e dopo due secondi, con l’aria saccente del “se non ci fossi io” mi ha detto “Questi i REM e la canzone si intitola Losing My Religion“.

Ora, si sa, l’amore è una cosa semplice e io quel giorno mi sono semplicemente innamorata di quella voce e di quelle parole e di quella musica. Pensavo che i Bestles fossero il gruppo migliore di tutti e nel mio profondo so che lo sono, ma insomma c’era ancora un po’ di spazio sul trono e i Fab Four si sono dovuti stringere.

Dopo la cassetta di Out of Time sono arrivati i Cd di tutti gli album che sono venuti dopo (ma anche prima), le canzoni del cuore (The One I Love e Nightswimming se devo scegliere con una pistola puntata alla testa) i versi perfetti (I count your eyelashes secretly, with every one, whisper I love you. I let you sleep. I know your closed eye watching me, listening. I thought I saw a smile), il concerto della vita (Dall’Ara – Luglio 1999, c’eravamo tutti anche se non ci conoscevamo ancora), il video di Imitation of Life che nel 2001 passava su MTV 25 volte al giorno ed io che alzavo il volume in cucina e azzittivo tutte le mie coinquiline ogni singola volta, un mio amico nel 2008 che in macchina  con me ascolta “Supernatural Superserious” e convinto mi dice “certo che le canzoni vecchie dei REM sono proprio belle eh” e uno dei telefilm più divertenti che io abbia mai visto che, nel 2009, decide che Everybody Hurts deve smetterla di essere una canzone triste e decide di renderla PER SEMPRE  il momento LOL per eccellenza.

E poi è arrivato anche lo scioglimento, era settembre, era il 2011, io ero a Cordoba con un cono gelato in mano quando uno di voi, uno dei più grossi fan dei REM al mondo, mi ha scritto un sms che diceva “Si sono sciolti”.

Non ho dovuto neanche chiedere “chi”.

(Oggi è il compleanno di Michael Stipe che fa meraviglie su Instagram.

L’altra notte l’ho sognato. Gli chiedevo se un giorno i REM sarebbero tornati a suonare insieme e lui mi ha risposto di no. Mi sono svegliata con un sasso sul cuore). 

2 di gennaio.

Sono uscita e vi ho guardati.

Eravate tutti diversi da oggi, ieri.

Non nel mondo in cui siamo diversi giorno dopo giorno però, semplicemente ieri avevate tutti l’obbligo morale di sentirvi differenti, migliori, propositivi, gonfi d’energia, carichi e sorridenti con in tasca le vostre belle liste di cose da fare intonse, senza ancora alcuna spunta e soprattutto scevri da sensi di colpa, perché insomma, il primo giorno del nuovo anno i buoni propositi si fanno, non si realizzano mica.

Le vostre facce erano perlopiù assonnate, le occhiaie più evidenti, i boccoli un po’ gualciti ma ancora passabili, residui di brillantini sulla faccia, scarpe da ginnastica ai piedi e acqua nei bicchieri, ma nonostante tutta questa trascuratezza fisica, nonostante gli sbadigli e la lentezza nei movimenti, ieri era ben visibile un certo fulgore di fondo, quella luminosità da primo giorno di scuola, quella freschezza e pulizia tipiche di ogni inizio.

Sapete cosa?

Io vi preferisco oggi.

Friends will be friends.

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Negli ultimi sedici mesi sono stata in Germania due volte, a Norimberga prima e a Stoccarda poi.

Una media strepitosa per una come me, che non ha mai fatto mistero di non amare particolarmente una nazione dove il vino rosso è disconosciuto e il top della cucina è rappresentato da una cotoletta di maiale impanata e fritta. I tedeschi poi li detesto dai Mondiali del ’90 e sono certa di essere molto italiana e provinciale in questo, come so che è razionalmente stupido fare di tutta l’erba un fascio, ma insomma è più forte di me, ogni volta che parlo con un tedesco che ha la mia età penso che probabilmente suo nonno era un nazista che metteva la gente al muro e la fucilava senza troppi complimenti insomma ecco, mi vengono i brividi e mi passano tutte le fantasie.

Nonostante questo, però, sono stata in Germania due volte in sedici mesi e non posso dire lo stesso di nessun altro stato al mondo. Ci sono stata perché in quel Paese vivono due mie care amiche, dove per amiche non intendo tizie sguaiate con le quali trascorrere un sabato sera alcolico, bensì persone che danno tanto alla mia vita e che almeno in una circostanza mi hanno raccolta da terra raschiando bene il selciato con un cucchiaino smussato agli angoli e che, insomma, magari nemmeno lo sanno.

Se ne sono andate entrambe, a distanza di tre mesi l’una dall’altra, senza nemmeno il preavviso minimo sindacale previsto dalla legge in casi come questo e mi hanno lasciata ad asciugarmi tutti le mie lacrime con la manica del pigiama, seduta sul gradino del bagno e, come se non bastasse, anche in silenzio, visto che il mio fidanzato non riusciva a capire il perché di tanto disappunto da parte mia. “Eppure almeno la metà dei tuoi migliori amici vivono a centinaia di chilometri da qui, quindi cosa ti cambia? Sei abituata ormai” diceva e dice.

Ha ragione.

Alcuni (non tutti ci mancherebbe, alcuni stanno nel raggio di 400 metri per fortuna) tra i miei migliori amici abitano lontani da qui perché non vivono nella mia città e magari non l’hanno mai nemmeno visitata. Considerate che forse quello che mi sta più vicino è a un paio di 100 chilometri e spiccioli. Queste persone abitano così lontano perché io li ho conosciuti su internet in un lungo lasso di tempo che va dal 2007 al 2015. Ora, se pensate che le relazioni (di qualsiasi genere) che nascono in questo modo siano finte, vi saluto subito e arrivederci, perché è chiaro che non sapete di cosa io stia parlando e poveri voi, aggiungo, perché personalmente “su internet” ho conosciuto le persone a me più affini che possano esistere sulla faccia della terra, persone senza le quali la mia vita sarebbe infinitamente peggiore e tutte queste cazzate sentimentali qui.

Perché, vedete, quando la distanza è fisica e reale, la distanza di sicurezza virtuale che gli esseri umani, per mille motivi spesso idioti mettono tra loro, si annulla. E allora ci si spoglia completamente di ogni orpello, via il trucco dalla faccia, via i vestiti buoni, via le scarpe col tacco, via le contaminazioni ambientali. Sono cose che non servono che non esistono proprio. Via. Ci si ritrova nudi e inermi a parlare a uno schermo, a un telefono, e Dio quanto è facile.

Quello che mi toglie il sonno, il fatto che mi preme farvi notare in questa sede, è che, nonostante capiti in continuazione, torno sempre e comunque a stupirmi della simpatica attitudine del Padreterno Onnipotente e Burlone che PUF, dal nulla, fa incontrare persone per molti aspetti identiche, ugualmente bellissime e soprattutto musicalmente compatibili e le piazza a centinaia di chilometri di distanza; un Dio che addirittura quando queste persone sono vicine per ragioni di famiglia/storia/culo, decide di puntarle con il proprio santissimo dito e sentenzia che è ora di separarle, perché se no sai che noia questa stagione? trasportando le une a MIGLIAIA di chilometri di distanza e lasciando le altre a piangere in bagno, in compagnia di persone convinte che andare in una SPA sia fare un viaggio (o che un concerto di Jovanotti sia vera musica, whatever).

Ecco perché esistono quelli come noi: persone sanno riconoscere lo stato d’animo dell’altro dalla mancanza di un punto alla fine di una frase scritta in chat, patologicamente dipendenti dal proprio iPhone, sempre a caccia di un free wifi, preoccupati dai silenzi prolungati come dalle troppe chiacchiere.

Gente che si sciroppa chilometri di autostrada, strada ferrata o cielo, solo per un pranzo e una cena, due chiacchiere sotto la luna, un concerto in un castello, i piedi nella sabbia, qualche giro di roba alcolica e poi ciao, domani devo andare, devo partire, devo tornare a casa, mi manchi già.

Ecco perché amiamo alla follia luoghi ameni tipo il bar della stazione di Brescia, le aree di servizio della A14 del versante medio adriatico, l’orologio della Stazione di Bologna, le scale mobili della Stazione Termini, i piccoli aeroporti di provincia, quelli dei voli low cost. Sono luoghi preziosi questi per noi, qui ci siamo trovati e lasciati, baciati e insultati, ci siamo detti “addio” e “ti amo” e “mi manchi” e ci siamo abbracciati per ore e ore senza dire niente.

“Alla prossima” ci siamo detti, sempre.

Sì, ma quando?

Il punto è sempre quello.

Quando?

Io stavolta lo so, la mia prossima volta è presto, vado a chiudere la valigia, sto andando a Berlino.

Una media folle Sig.ra Merkel. Folle per me che vorrei che lei dichiarasse al mondo la terza Guerra Mondiale, solo per vedergliela perdere, again.

(Sono stata a Stoccarda un paio di settimane dopo il disastro del volo Germanwings, con un volo Germanwings. Al momento di ripartire, al banco dei controlli di sicurezza ho salutato la mia amica e insomma, quando l’ho vista andare via mi è venuto un po’ da piangere. Al controllo sicurezza devi toglierti gli occhiali da sole e dunque non puoi nasconderti in nessun modo, quindi me ne stavo lì con le lacrime in bella vista e le scarpe in mano. Arrivata al mio Gate ho cercato di ricompormi e mentre tiravo su con il naso in maniera abbastanza mimetica, sono stata avvicinata da un signore tedesco molto anziano che aveva assistito a tutta la scena e che con molto tatto e in un inglese improbabile ha tentato di consolarmi: dal poco che ho capito credo che lui pensasse che io fossi nel panico a causa del recente incidente aereo e che piangessi dalla paura. Egoisticamente mi sono presa il suo abbraccio e la sua spalla per un bel piantarello liberatorio, e mentre ero lì a soffiarmi il naso ho distintamente pensato “beh dai, magari questo crucco qui, proprio nazista non era”. 

Mai dire mai, comunque).

Ps: sì dai. Nella foto ci stavamo chiaramente divertendo.

Io che non so scrivere lettere d’amore.

Non so più scrivere lettere d’amore.

Infatti questa qui non lo è mica.

Dio, cosa pagherei ora per vedere la tua faccia quando troverai la busta, lì, abbandonata sul cuscino. I lembi appiccicati con la saliva, crudelmente incollati bene, non solo infilati dentro. Immagino la tua perplessità seducente, la frenesia con la quale strapperai via tutto (probabilmente anche un pezzo di foglio insieme alla busta) l’ansia che ti fa tremare le dita, la voracità con la quale ingoierai via tutte queste parole, l’ira che ti monta dentro … eppure non puoi prendertela, in fondo, scappare via di corsa l’uno dall’altra è da sempre la nostra specialità.

Quasi quanto ritrovarci.

In quanti posti ci siamo incontrati?

Parcheggi e auto chiuse, stazioni e binari, concerti e sagre di paese, autobus e stanze soffocanti, ogni posto è giusto e ogni luogo è sbagliato, l’importante è rivedersi per non dimenticare un’ora, un minuto, una settimana, non importa quando e nemmeno dove, basta un istante per riallacciare un filo mai spezzato, per avvilupparlo sempre più stretto, basta una notte insonne per impazzire e cento giorni per non pensare a quello che potrebbe essere, che è stato, che è.

Che sarà.

Dicevamo.

Immagino il tuo volto.

Mi piace sempre immaginarlo, rivederlo nella mia mente, ricordare il sorriso impacciato di una persona che incontravo per la prima volta e che, eppure, mi sembrava fosse invecchiata insieme a me in qualche tempo, da qualche altra parte.

Ti immagino, dunque, ti vedo quasi mentre leggi queste righe con timore, siamo arrivati a questo punto e ancora non ti ho spiegato il perché di questa lettera, non hai ancora capito perché l’ho scritta e so che hai paura, paura che questa qui sia come quella dell’altra volta, quella con cui ti dicevo addio per sempre, non voglio né vederti né parlarti mai più, non mi posso ammalare di te, non sono capace di amarti e quindi ho deciso che devo odiarti e quindi smettila di essere, sarà per sempre questo addio, non cambio mica idea, non io, non questa volta, ormai ho detto mai più e non mi guardo indietro e non guardo neanche davanti, perché ho paura di vederti in un riflesso, di ascoltarti in una canzone, di leggerti in una riga e di cercarti tra la folla. Guardo per terra dunque e ti auguro buona vita e ti dico per l’ultima volta, addio.

Questa è una lettera diversa da quella lì, non ti preoccupare, quella era una lettera d’amore, adesso mi pare evidente, lo hai capito anche tu, o forse lo hai sempre saputo cosa fosse, ma questa è tutt’altra cosa, io non so scrivere lettere d’amore, non le so scrivere più, la vita ha inaridito la mia vena o forse è stata la felicità a farlo, la felicità semplice, quella di tutti i giorni, quella che può essere vista e toccata e non solo sospirata, agognata, sofferta e così desiderata.

Abbiamo smesso di scriverci lettere d’amore, è evidente e credo che la colpa sia stata nostra, del nostro ritrovarsi inevitabile e costante; senza neanche volerlo e senza nemmeno cercarci noi ci ritroviamo e la nostra routine che ha così poco di abitudinario ci ha fatto smettere  di essere così squisitamente drammatici, apocalittici e folli ma vedi, nonostante tutto non riesce a farci smettere di essere innamorati.

Quando ho preso in mano la penna, stamattina, volevo solo scriverti una lettera d’amore e lasciartela lì, sul cuscino, così al tuo risveglio, non avresti trovato solo la mia ennesima  fuga.

Ci ho provato e ho fallito. Allora ho fatto quello che mi riesce meglio e ti ho scritto una lettera d’addio, amore mio.

Addio dunque. Almeno fino alla prossima volta.

(Buon San Valentino Guys).

T.

A ciascuno la sua.

Dalle mie parti c’è un detto che si usa per identificare quelle persone che muoiono compiendo un’attività che amano tantissimo e dalla quale non riescono a prescindere per quanto essa sia pericolosa, folle, spaventevole.

Ha fatto la morte sua” si dice.

Molti danno un’accezione negativa a questa affermazione, molti la usano in maniera spregiativa per indicare, ad esempio, il tossicodipendente che muore di overdose.

Personalmente invece ho sempre dato un valore positivo a queste parole, ho sempre ritenuto (dalla fatalista che sono) che “fare la morte sua” sia la cosa migliore che possa accadere ad una persona: morire mentre si fa quello per cui si è sempre vissuto. Crudele, sì, ma anche meraviglioso.

Simone Camilli ha fatto la morte sua: è morto narrando la guerra.

Lui era un giornalista vero, uno di quelli che da valore a questo mestiere, uno di quelli che nessuno conosce perché  preferisce stare in prima linea invece che al trucco di qualche programma televisivo di terz’ordine, uno di quelli che alimenta il suo ego tuffandosi di testa nell’orrore vero non scrivendo status da 10 mila like su Facebook. Lui ci andato a braccetto con l’orrore, lo ha conosciuto e  corteggiato a lungo per poterlo raccontare nelle sue sfaccettature e pazienza se questo orrore prima o poi lo ha reclamato, è il rischio che spesso si corre quando si ama davvero quello che si fa, è il prezzo da pagare per essere stato coerente fino in fondo con le proprie passioni e necessità impellenti.

Ho già sentito il coro dei “ma chi glielo ha fatto fare”, lo starnazzare degli sputasentenze da salotto, di quelli che credono nell’informazione libera e nel volontariato ma che poi pensano che Giuliana Sgrena abbia ucciso un uomo per la sua testardaggine, che Saviano sia un esibizionista e che i missionari con l’ebola siano malati perché “se la sono cercata“. Persone che passano le giornate a riempire di sdegno Pro Palestina il loro Twitter tenendo una bibita ghiacciata nell’altra mano e spesso mi viene lo sconforto, perché anche se non la penso come loro, in fondo, lo sono.

Simone  Camilli invece era tutto il contrario e quindi quanto di più simile all’idea di eroe che ho nella mia testa: aveva la mia età e da oltre 10 anni raccontava la guerra. Chiamava a casa e diceva ai suoi “Sto bene, è tutto tranquillo qui” perché non sopportava l’idea che la sua famiglia si preoccupasse. Non riesco a cogliere esibizionismo o temerarietà o egoismo in quello che faceva ma solo una grande urgenza di narrare, la voglia di condividere, di rendere noto alla gente quello che succede in quei luoghi spezzati ove tutti hanno paura di andare.

Aveva paura lui? Credo di sì, ma sapeva anche che “Bisogna compiere il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi“, come un altro italico eroe ucciso da una bomba pure lui, non mancava mai di ripetere.

Simone il suo dovere l’ha fatto e da quel dovere è rimasto precocemente ucciso.

Non so quanti di noi avranno mai questo onore.

 

Non sono io, siete voi.

Sicuramente sarà l’età, ne sono quasi certa.

I vecchi sono dei rompipalle, aumentano gli anni e diminuisce la tolleranza, è una verità assoluta e lo sanno tutti.

Certi però invecchiano peggio perché altrimenti non riesco a spiegarmi come persone sino a poco tempo fa apparentemente normali, si siano trasformate nel muro del pianto.

BimboPiange

Solo che i muri siamo noi, nel senso che loro piangono e noi facciamo sì con la testa, impotenti, perché interrompere un piangente equivale a vedersi piantare degli occhi pieni di risentimento in faccia e sentire pronunciare le fatidiche parole “beata te”.

E’ un’epidemia.

Beata te.

Mah.

Sicuramente sarà il lavoro che faccio, ne sono sicura.

L’esperienza cresce e il cuore si indurisce. Inoltre anche io invecchio, come tutti, e dunque la tolleranza che resta, è quella che è.

Una cosa però ve la devo dire.

Se litigate con tutti quelli che osano contraddirvi, se cambiate amici come io cambio rossetto, se siete i più sfortunati del sistema solare, se lavorate più di tutti senza frutto alcuno, se non trovate il fidanzato perché nessuno vi vuole, se quando incontrate una persona prima di dirle ciao sciorinate la lista delle vostre immani sfighe io ve lo dico.

Non sono io, non siamo noi.

Siete voi.

E per inciso noi, i fortunati, quelli che secondo il vostro pensiero sono “beati”, non pensiamo minimamente a voi piangenti come a gente sfortunata, da compatire, ma solo a come dei grandissimi rompicoglioni.

Da evitare.

Ecco perché nessuno vi vuole.

Io ve l’ho detto.

T.