Vita di T. (e anche un po’ di P. mortacci sua).

Sono quel genere di persona che chiama tutti “bella, amore, tesoro, carissima” e chi più ne ha, più ne metta.

E’ un brutto vizio, lo so, esattamente come so che a moltissime persone da fastidio non essere chiamate per nome ma con un molto generico e apparentemente ipocrita “tesoro”. Sono dunque consapevole del fatto che molti di voi penseranno che io sia una falsa impunita e bella lì.

Amen.

Quello che voglio che voi sappiate è che io chiamo tutti con un nomignolo o con un vezzeggiativo perché ci sono stata costretta. Prima non ero così. Prima chiamavo tutti per nome. Poi ho chiamato un nome sbagliato e da allora ho smesso di chiamare.

Ero con un mio ex, una persona davvero adorabile questo qui, lo ricordo  con molto affetto e per me è una novità. Il suo nome è E. ma io l’ho chiamato P. ed è successa una tragedia.

Del tipo che lui ha fermato la (MIA) macchina e mi ha costretta a scendere, mi ha lasciata al battente alla fermata del 3 ed io sono stata zitta e ho aspettato l’autobus, poi sono tornata a casa e ho ripreso la (MIA) macchina il giorno dopo, tutto questo senza fiatare  perché aveva ragione lui, perché avevo sbagliato io, perché mentre gli chiedevo qualcosa l’ho chiamato con il nome di un’altra persona e questo non si fa, in nessun universo si fa, nemmeno se fate le corna al vostro fidanzato con un suo amico si fa.  Lui si chiamava E. ed io l’ho chiamato P.

Sono una stupida ma non sono una stupida che ripete lo stesso errore due volte e dunque, da quel giorno lì, i nomi propri sono morti per me, sostituiti da una marea di rassicuranti “tesoro” che non feriscono nessuno e sono assolutamente politically correct.

Detto questo tocca aprire una parentesi, perché se è vero che vi conosco, so bene che tutti voi starete spasimando per sapere chi è P.

P. era un tizio amico di amici che ho conosciuto all’università. Un tipo come tanti  che ho visto per la prima volta in un pub. Lui portava un vassoio di patatine, io ero seduta con degli amici. Io l’ho guardato, lui mi ha guardata, si è distratto, è inciampato su un gradino e ha rovesciato le patatine. Praticamente la prima volta che P. mi ha vista ha preso un super cazziatone dal suo capo e la colpa è stata mia.

Ora, può un vassoio di patatine rovesciato da un cameriere a causa di uno sguardo far nascere istantaneamente un milione di farfalle nella pancia? Ma che ve lo dico a fare? Per innamorarsi un’ora è troppo, a volte bastano 3 secondi e un gradino scivoloso.

A scanso equivoci ci tengo a precisare che io e P. non solo non siamo mai stati amanti ma nemmeno amici. Non so quando festeggia il compleanno, non conosco il suo cognome, non ho mai avuto il sui numero di telefono. Mi sono presa una cotta per il ragazzo delle patatine che sapeva a malapena della mia esistenza.

Anzi, diciamo la verità: P. non mi cagava proprio. Lui lavorava sempre in quel locale che io frequentavo spessissimo e stava lì, a portata d’occhi a spinare birra, a preparare cocktail e a NON servire patatine. Ed io ero lì ad ubriacarmi di shottini al peperoncino con i miei amici, come ogni brava matricola ha l’obbligo morale di fare. Poi una sera è successa una cosa, P. mi ha salvato la vita ed io mi sono innamorata di lui. Perdutamente. Lui lavava i bicchieri ed io lo guardavo. Lui lucidava i teschi ed io sospiravo. Lui portava le birre ed io scrivevo poesie d’amore sul librone del locale. Lui mi urlava all’orecchio cosa volessi da bere ed io, cercando di non svenire e superando con la mia voce tremante quella di Kurt Cobain, rispondevo strillando ” fai tu” sbattendo le ciglia.

Tutto ciò è andato avanti per anni. Un rassicurante, esaltante amore segreto e non corrisposto alimentato dal fatto che P. NON MI HA MAI DEGNATA DI UNO SGUARDO. Se non quella sera lì, quella in cui è stato scelto per salvarmi la vita ed io mi sono innamorata di lui.

Non gli ho mai rivelato i miei sentimenti perché probabilmente non ne provavo, ora me ne rendo conto. Era soltanto una fissa pazzesca perché, ne sono certa, se lui mi avesse parlato l’incantesimo si sarebbe spezzato; ma lui non mi parlava affatto ed io non parlavo a lui ed era tanto bello cullarsi in quell’amore unilaterale, era dolce sentire il mio migliore amico ripetermi “Tati quello è gay altrimenti non si spiega“, era eccitante cercarlo con lo sguardo dietro il bancone, era splendido immaginare che quel sorriso fosse riservato solo a me e non a tutte le clienti ed era fantastico ingozzarsi di spiedini di fragole a gennaio perché P. sapeva che mi piacciono le fragole da morire e se ne ricordava sempre e chissenefrega che sono allergica e puntualmente mi svegliavo la domenica mattina con la faccia rosso fuoco e le bolle.

P. aveva preparato 18 spiedini di fragola e li aveva offerti e me e io li avevo mangiati tutti perché avevo 20 anni e l’amore a 20 anni è farsi venire le bolle.

Ora, se qualcuno di voi ha avuto un P. nella vita sa di cosa io stia parlando. Quindi, ragazze specialmente, sapete cosa significa quando finalmente dopo anni di spasmi amorosi e sguardi languidi, di occhiate di sguincio e di amici costretti a fare la parte dei fidanzati per valutare eventuali reazioni, improvvisamente, l’oggetto dei vostri desideri fa quello che non ha fatto mai.

VI CAGA.

Eravamo ad una festa ed io ero bellissima. Me la ricordo quella sera e mi ricordo che prima di uscire mi ero specchiata, avevo guardato il poster a grandezza naturale di Nesta posto vicino allo specchio e gli avevo detto “Alessà, so proprio figa stasera, se m’incontrassi ti innamoreresti, no lla brutta della sposa tua”.  Eravamo ad una festa nel locale dove lavorava P.  e lui c’era, solo che non faceva il barista. Aveva un bicchiere in mano e la serata libera. L’ho visto subito, l’ho visto da lontano. E l’ho visto strizzare l’occhio. A me.

Avete presente quando vi accade qualcosa che non capite subito? Quando vi sembra che la scena che state vivendo sia al rallentatore? In quel momento lì io mi sentivo così. E avevo la colonna sonora di Momenti di Gloria nelle orecchie. Lo vedevo sorridere a me e avvicinarsi. A ME. Per la prima volta P. mi aveva vista DAVVERO. Mi ha raggiunta, mi ha baciata sulle guance e mi ha detto che ero molto, molto bella. Poi mi ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Non vi dico cosa, ma sappiate che P. ci ha provato. E che la musica di Momenti di Gloria si è trasformata in una marcia trionfale. Ero single e sentivo il cuore che mi stava scoppiando dalla felicità. O forse era solo la soddisfazione, non so.

Quello che so è che il mio cervello orgoglioso e idiota ha preso una decisione in quel momento. Perché riusciva a pensare a solo una cosa in quegli istanti, a formulare un solo pensiero. Quel pensiero era “CREPA”.

Ho fatto la figa, signori e signore. Me la sono tirata. Non ricordo nemmeno cosa ho risposto a P. ma sta di fatto che P. è rimasto a bocca aperta. In quel momento mi sentivo la regina del sistema solare. Marylin Monroe che tromba un Kennedy a caso non poteva sentirsi invincibile  e figa come mi sentivo figa e invincibile io in quel momento.

Ho vinto“, pensavo. “Ha capitolato“, pensavo. “Domani mi chiama“, pensavo.

Pensavo male.

P. non mi ha mai più cagata. P. non ha chiesto il mio numero agli amici in comune, P. non mi ha cercata, P. non ha insistito. P. quella sera era sicuramente uscito di senno oppure era ubriaco lercio ed io ho dovuto fare la figa.

Non so nulla di P. più nulla.

So solo che si trova incastrato tra il mio esofago e la mia trachea e lì starà. Per sempre.

Scusate la divagazione, ma era necessaria per farvi sapere come mai  ho iniziato a chiamare tutti “amore” e “tesoro”. Sapete a chi dare la colpa. Quello che non sapete però e che ci tengo a dirvi è che nella mia idiozia non sono affatto bugiarda: se chiamo qualcuno “tesoro” è perché penso che lo sia davvero. Non chiamerò mai tesoro chi penso sia un infame, né chiamerò mai “bella” una persona che ritengo brutta o “cara” una stronza certificata. Se vi chiamo per nome è perché non abbiamo un grado di confidenza sufficiente o perché penso che voi apparteniate a quella categoria di persone che odia essere chiamata con un vezzeggiativo, perché lo trovano ipocrita.

(Se non vi chiamo affatto, morite pure).

Non sono una bugiarda e sono molto, molto precisa e certosina nel mio vezzo di chiamarvi con un nomignolo sciocco perché sono molte cose brutte, ma davvero non sono ipocrita. Non riesco a fare buon viso a cattivo gioco, una volta ero una maestra di diplomazia e adesso sono una stronza ma non sono una stronza falsa.

Se vi chiamo amore, vi amo davvero. Non importa di che genere di amore io vi ami. Vi amo e basta.

Gli ipocriti e i falsi non sono quelli che vi chiamano con un nomignolo sappiatelo, ma le persone che architettano malvagità alle vostre spalle e che poi le realizzano, quelle che cliccano “mi piace” sotto a tutti i vostri status di Facebook dopo aver sparlato  di voi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, quelli che chiedono informazioni di voi a vostra madre e poi quando vi incontrano non vi salutano o peggio ancora, quelli che fanno finta di trovarvi simpatici e che cercando di essere amici vostri per un proprio tornaconto. Un tornaconto che non è sempre economico.

Sveglia!

Quelli sono i veri ipocriti.

E voi li frequentate ogni giorno. Ne siete circondati tesori miei.

T.

Ps: qualche anno fa, molti anni dopo Bologna e dopo P. una mia amica mi ha raccontato che una sua amica ha avuto una storia con P. e che P. si è rivelato essere una pippa colossale. Quando l’ho saputo ho mandato un sms al mio migliore amico di allora (e di ora) e lui mi ha risposto “te lo avevo detto che era gay”. 

Io non so come la chiamate questa cosa voi. Io la chiamo “giustizia della Madonna”.

Millanta cose che mi sono accadute e che sembra impossibile mi siano accadute e che invece mi sono accadute #3

Pensavate forse che il racconto delle avventure strambe e mirabolanti  della sottoscritta fosse terminato?

Grosso sbaglio.

Ho temporeggiato per problemi di vario genere e natura e soprattutto per evitare che il mio blog diventasse il deserto dei tartari ma arrivati a questo punto non posso più esimermi e la mia etica professionale, nonché il viscerale affetto che provo per la mia Cocchi (portatrice della notizia più divertente degli ultimi mesi che ahimè per voi è un segreto) mi impone di aggiungere un terzo capitolo alla saga che da mesi appassiona i miei amati e affezionati lettori fuori di testa.

Così dopo il primo capitolo dedicato alla tecnologia ed il secondo dedicato ai mezzi di trasporto beccatevi la terza parte intitolata

Tati e gli animali.

Premessa: se sperate di trovare in questi racconti qualcosa di vagamente pornografico cambiate assolutamente canale. Non accadrà brutti porci.  Amo gli animali ma non fino a quel punto. Soprattutto li amo in quanto bestie.

Li rispetto e penso che le persone che li abbandonano in autostrada siano esseri spregevoli, così come quelli che li maltrattano, ma sono consapevole del fatto che il cane è il cane, il gatto è il gatto e la nonna è la nonna. C’è gente che tratta il gatto come il sultano del Brunei e poi lascia la nonna sola nel monolocale a morire di caldo. Gli animali sono pezzi di core e di famiglia e tutto quanto ma non confondiamo i ruoli please.

Ripetete con me: la nonna è più importante del cane.

Gli animali però amano me. Parecchio. Diciamo troppo.

Bestie volanti, striscianti e cornute. Bestie che galoppano, corrono, mordono e si arrampicano. Bestie che nuotano e zampettano e ridono. Bestie che ronzano, bestie che pungono, bestie che succhiano.

Mi amano visceralmente. Mi adorano. Vogliono passare tanto tempo insieme vicinivicini. Così vicini che in confronto Jennifer Corvino era una povera disadattata con una lucciola svizzera per amica.

Una cosa in comune con la bella Phenomena però ce l’ho.

Una incontrollabile attrazione per i vermi. Non sto parlando di esseri umani zerbinati e nullafacenti ma dei famigerati bigattini che, per chi non lo sapesse, sono gli esseri striscianti preferiti dai pescatori e utilizzati per il confezionamento di quella che in ascolano (in italiano non so) viene chiamata “La Pastura”.

Si tratta di una palla profumata e colorata che viene utilizzata per attirare i pesci e che mio nonno (pescatore per passione) preparava mescolando vari sfarinati, sarde, sale, coloranti vari (per darle un bel colore rosso e vivo) e aromatizzava poi alla vaniglia per far sì che avesse un odore forte e gradevole percepibile anche sott’acqua suppongo.

A tutto ciò mio nonno aggiungeva l’ingrediente segreto e cioè una bella manciata di bigattini vivi e brulicanti. Poi metteva a risposare il tutto nella sua stanzetta della pesca, sita in giardino.

Chiamatemi Nemo ma la pastura esercitava su di me un fascino irresistibile. Io mangio tutto e di tutto. E devo aver pensato che una cosa dalla consistenza così morbida e dal profumo così buono non potesse che essere deliziosa. Sembrava Didò.

Io l’ho mangiato il Didò. Quello rosso. Perchè io non mangio roba dal colore improbabile. Non mi vedrete mai mangiare una M&M’s verde o blu. Le seleziono una ad una anche nel buio del cinema. Non ditemi che hanno tutte lo stesso sapore. Non mi stressate. Ho 31 anni. Lo so.

Il Didò l’ho mangiato all’asilo con la mia amica Alessandra sotto l’albero di fico. Era salato e profumato e mi è piaciuto tanto anche se la maestra me lo ha fatto vomitare infilandomi un braccio in gola. La Pastura aveva un profumo più buono del Didò. La pastura sembrava deliziosa.

Così ho pensato “assaggiamola “.

Di questo episodio, a parte la mia sortita durante la pennichella pomeridiana nella stanzetta della pesca,  ricordo bene mio nonno che mi scovava accanto alla pastura con la bocca chiusa sigillata, ricordo che e me la apriva a forza e ci guardava dentro. Ricordo il suo sguardo inorridito mentre (a detta sua) i bigattini mi brulicavano in bocca. E ricordo mia mamma, più giovane di me ora, in preda ad una crisi isterica. Ricordo pure che la pastura mi sembrò buonissima. Anche se l’ho rivista solo molti anni dopo. Molti anni dopo.

State calmi e cercate di non considerare quello che ho appena descritto, un episodio di odio nei confronti degli animali. Fatelo pure, se credete, dopo la narrazione del prossimo. Che ha per protagonista una Tati bambina e un Cocker Spaniel di nome Cico.

I Cockerini sono bestiole intelligenti e affettuose mi dicono. Cico invece era uno stronzo di prima categoria che geloso delle attenzioni che mi riservavano i suoi padroni decise di dichiararmi guerra mordendomi. Ripetutamente. Mentre io lo carezzavo sulla testa sotto il tavolo.

Non aveva nessuna idea di chi si stava mettendo contro. Oh no!  Nessuna idea. Perchè io la vendetta la consumo non fredda ma gelida. E architetto piani come una piccola e letale Cylon.

La mia inoltre è una vendetta che uccide o che almeno ci prova. Perchè Tatiana, sette anni, le trecce le lentiggini sul naso e gli occhiali rosa non è una tizia che sta lì a pettinar le bambole o almeno non solo. Tati non aveva organizzato un piano per far male. Aveva organizzato un piano per uccidere.

Eh già perché ogni estate Cico trascorreva tre settimane a casa dei miei nonni. Ed io lo volevo morto.

Ve lo ricordate il Mago Pancione? No??? Pensateci bene.

Era l’idolo delle folle infantili, me compresa. Tanto che la Mattel aveva messo in vendita delle riproduzioni del vaso da cui lo stesso fuoriusciva (evocato con uno starnuto, oh che triste infanzia avete avuto se non lo amavate) pieno di una polvere magica che se messa in acqua, invece di sciogliersi ( in quanto magica) disegnava delle strane e affascinanti figure colorate. Mia nonna mi aveva messo a disposizione un vecchio acquario per giocare a questo gioco ed i bambini del vicinato ed io, bagnati dalla testa ai piedi, ci dilettavamo a creare figure acquatiche astratte. Ricordo che sull’etichetta c’era scritto “non ingerire, tossico” e accanto la figura dello scheletro con la x.

Ricordo una lampadina che mi si era accesa nella testa.

Ricordo Cico che tornava dalla passeggiata, sudato e stremato con la lingua per terra, ricordo me stessa distruggere le figure acquatiche create con la polvere magica, ricordo di aver versato l’acqua contaminata nella scodella di Cico. Ricordo la mia soddisfazione mentre il cagnaccio avido beveva fino all’ultima goccia.  Ricordo il mio disappunto quando l’odiosa bestia se la cavò con una lavanda gastrica. Da quel giorno però vedendomi, scodinzolava e abbassava la testa.

Chissà perchè.

(Ricordo anche le botte di mia madre. Con la cucchiaretta mi ha menata quando lo ha scoperto. Maledetta sincerità. Maledetta lingua lunga. Mi fregano da tutta una vita).

Ok. Se non avete chiamato il WWF continuate a leggere. Scoprirete che dopo queste cattiverie infantili gli animali si sono accaniti su di me e mi hanno massacrata riprendendosi capitale ed interessi da cravattari compiendo gesti di cattiveria inaudita.

L’ultimissimo in ordine di tempo si è verificato questa estate a Washington DC. Io sono un’amante del cinema horror e quando ho scoperto che a due passi dal mio Hotel a Georgetown c’era la casa in cui è stato girato “L’Esorcista” non ho potuto esimermi e sono andata a vederla (all’esterno perché dentro è abitata! Rattle!).

Dopo i profondi brividi cagionati dalla visione dal lampione e dalla scala in fondo alla quale il povero Damien trova la morte, mentre tornavo sui miei passi percorrendo  il tratto di strada che separa la casa da una sede della famosa Università di Georgetown, ho visto un ape ronzarmi intorno.  Poi l’ho vista scomparire. Ma continuavo a sentirla ronzare.

Problema. Io sono allergica alle api. Altro problema. Di lì ad un’ora dovevamo ripartire. Per l’Italia.

Panico.

Lancio borsa e reflex a Matteo che le prende al volo e inizio a battere forte i piedi per terra, a scuotere la testa istericamente, a roteare le braccia per tentare di cacciar via l’odioso insetto, ma nonostante i miei sforzi, continuo a sentirla ronzare. Allora mi tolgo la maglietta e la lancio non so dove. Ma continuo a sentirla ronzare. Continuo a dimenarmi come se fossi posseduta, a strillare, ad imprecare, a chiamare aiuto.

Davanti la casa dell’esorcista!

Dannazione!

Io bestemmiavo e piangevo e urlavo battendo i piedi e scuotendo la testa come un’ossessa. E l’ape continuava a ronzare.

Vinta mi sbottono i pantaloni. Me li tiro un po’ giù.

L’ ape mi vola via dai capelli. Bastarda.

Io alzo gli occhi e vedo 1) Matteo  nascosto dietro ad una siepe colto da un attacco di riso isterico che continuava a dire ” non ti ho filamata, noooo ma perchè” ; 2) Un gruppo di tre studenti che avevano capito la situazione e che ridevano come imbecilli indicandomi con il dito e portandoselo alla tempia dandomi della matta senza pietà; 3) una vecchietta di colore immobile e terrorizzata che mi guardava con sospetto indecisa se chiedermi cosa avessi o se spaccarmi il suo bastone da passeggio sulla testa per scacciare il demonio e 4) un gruppo di operai di colore che stavano facendo dei lavori stradali a cui 3 minuti prima avevo chiesto informazioni che non sapevano letteralmente cosa fare e si limitavano a guardarmi. Finché uno di loro non è scoppiato a ridere. Provocando l’ilarità di tutti gli altri.

E come criticarli?

Guardo tutti loro e dico solo “Bee”

Poi mi tiro su i pantaloni, li abbottono e aggrappandomi gli ultimi brandelli di dignità rimasti, raccolgo la mia t shirt che giaceva solitaria in mezzo alla strada e la indosso. Tra gli applausi dei lavoratori. Che quel giorno sono sicuramente tornati a casa con una storia da raccontare.

Perché un’ape può infilarsi nei capelli di tutti cagionando il relativo panico se si è allergici.

Ma davanti alla casa dell’esorcista credo possa capitare solo a me.

Non sono solo gli insetti a tentare di uccidermi. Lo fanno anche altre bestie generalmente mansuete e pacifiche.

Non credo che qualcuno di voi sia mai stato circondato e assalito nei pressi della scuola media da un branco di 5 tacchini incazzati scappati da un recinto. Né che sia stato inseguito da una pecora impazzita per mezz’ora. Una pecora che mi ha guardato brutto, mi ha puntata e ha iniziato a corrermi dietro intorno ad un campo di calcio di due squadre di terza categoria mentre si stava disputando la partita. Una pecora! La bestia buona e mite per antonomasia che impazzisce e chi vuole ammazzare? Me.

Né credo che qualcuno di voi sia dovuto scappare a tutta birra da un pony sclerato che andava molto più veloce del mio “Sì” Piaggio.  Tantomeno credo che un gatto vi sia caduto accanto infilandosi nel tettuccio abbassato della vostra auto mentre eravate fermi al semaforo o che due terranova vi si siano affettuosamente avventati addosso mettendovi le zampe sulle spalle, uno davanti e uno dietro e che abbiano preso a leccarvi la faccia. Insieme.

Il tutto sotto lo sguardo terrorizzato del vostro ex fidanzato che aveva appena fatto in tempo a chiudersi in macchina e che aspettava di vedere la vostra testa mozzata rotolare per terra da un momento all’altro. Spero anche che i vostri amici non  vi usino come Autan naturale perché se ci siete voi le zanzare banchettano con il vostro delizioso sangue ignorando tutti gli altri.

Credo però che alcuni di voi abbiano convissuto 4 anni con i John. Ricordo la prima volta che li ho visti tornando a Bologna dopo il week end passato a casa. Erano tre, enormi e stavano  bivaccando sopra il portapiatti nel cucinino.

La mia amica Marisa, la più efficiente del gruppo, si era messa prontamente in piedi su una sedia, ciabatta munita, per porre fine alla loro esistenza.

Dì amen Giovanni, che la tua ora è giunta” e giù con una bella pianellata. Morto.

” Di amen Luca che la tua ora è giunta” e via, ancora più forte. Morto.

Dì amen John che la tua ora è giunta”.

Col cazzo.

John è scappato. Si è nascosto. Ha dato origine alla stirpe. E ai migliori animali domestici che un gruppo di universitarie potesse desiderare. Già perché all’inizio abbiamo provato a combatterli. Con ogni mezzo. Ma i John son bestie forti, resistenti e velocissime che si infilano ovunque, nuotano nell’idaulico liquido e  il DDT lo usano come crema idratante.

I John non puoi sterminarli. Non riuscirai mai a combatterli. I John devi farteli amici. Come dovresti farti amici i tuoi nemici. Sempre.

Noi lo abbiamo fatto. Li abbiamo studiati, compresi, capiti e accettati.

Li ho anche ringraziati nella mia tesi.

Mi mancano un po’.

 


Grazie X Factor.

Stasera per la prima volta ho visto questa trasmissione e l’ho fatto solo per criticare i malcapitati partecipanti insieme a de twitteri carogne come me (e lo dico come un grandissimo complimento eh, lo sapete che vi amo 😉 ).

Purtroppo, un tizio che sembra un Furby con la frangetta e gli stessi occhioni blu attoniti e spalancati, in grado di istigarmi la stessa ira del malcapitato pennuto che mi è capitato bellamente di uccidere, ha stuprato una delle più belle canzoni che si siano mai sentite sulla faccia della terra causando il sanguinamento delle mie orecchie, le bestemmie di mio padre e un infarto all’autore/interprete.

Perchè non puoi dimenticare le parole di QUELLA CANZONE.

Non puoi perchè QUELLA CANZONE devono conoscerla tutti quanti. Specialmente quegli stronzi che hanno la prestesa assurda di fare i cantanti.

QUELLA CANZONE dovrebbe stare nei libri di scuola (insieme a “La guerra di Piero).

QUELLA CANZONE è questa.

Rifatevi le orecchie ( e scusatemi per Gianni Morandi)

Ora. Non pensavo alla Donna Cannone da una vita. Grazie a X factor ci ho pensato.

E adesso ecco. Sono a Bologna ed è uno di quei giorni di Ottobre caldissimi. Ed io sono appena arrivata a casa nuova e lavo i piatti nuovi davanti alla finestra aperta mentre la mia amica Marisa spolvera e la mia Clo pulisce il bagno con l’acido muriatico perchè è fissata e Daniela sistema il cibo e le altre non so cosa facciano.

So solo che Michol ha acceso lo stereo e ha messo su questa canzone a tutto volume e  noi tutte abbiamo cominciato a cantare.  E poi hanno cominciato anche i ragazzi del piano di sopra e poi quelli di fronte e quelli ai lati.  E quelli giù in cortile. E dopo due minuti cantavano tutti e le persone erano uscite sui terrazzi ed io pure e lasciavo gocciolare l’acqua e il sapone giù dalla spugna ma non importava nulla perchè era una figata assurda ed eravamo tutte un sacco felici.

E quando è finita la canzone il portiere del Condominio gigante di Via Duse 14, il Sig. Maurizio, è venuto a suonare il campanello. Io ho aperto e prima che aprisse bocca ho chiesto scusa. Invece lui mi ha detto grazie. Con le lacrime agli occhi. Come me, adesso.

(E sì Sig. Maurizio. La decorazione di Natale. Ha presente la stella cometa con le lucine dentro? Quella scomparsa dal cortile tra Natale e Capodanno? Ci scusi, le abbiamo mentito. Sappiamo benissimo chi l’ha presa. Benissimo :P)

Made in Bo. Ma vale per tutto.

Ci sono certe cose che ti fanno tornare indietro e rivivere attimi che pensavi di aver chiuso nella cassettina dei ricordi.
Quella cassetta di cui pensi sempre di aver buttato via la chiave.

Un profumo, una cartolina scolorita, la lettera in fondo al cassetto, la dedica sul diario, la foto rubata di un ragazzo che lava bicchieri in un locale pieno di bare e teschi, la birra alla tequila e i chupitos al peperoncino, ciccolato che non si mangia e “porta il dessert. Non dolce eh!”, il sangue che gocciola dal dito e le testate al muro del bagno,  e l’alcol puro che mi brucia la gola e me la spella e mi fa svenire, io e Clo che cadiamo di testa sulla scala chiappe all’aria, la festa della mietitura e i passaggi scroccati a chiunque, la pasta bruciata e Benz in ritardo per cena, la bottiglia di wodka dell’ins in tre e le foto con Britney, Clo che ride sotto lo stendino e che rompe lo specchio, le corse folli per non perdere il posto in lista e Michol ubriaca alla festa degli ascolani, la mia testa nella fontana del nettuno e l’appuntamento alle torri, il mio outing duro e i fiumi di lacrime, il pronto soccorso in autobus e il pronto soccorso in autostop sulla macchina del pazzo, le scarrozzate nel carro funebre e un ragazzo che mi chiede di aiutarlo a comporre una canzone, e i video dei Lunapop e quel pianoforte a coda suonato a quattro mani. Poi suonato e basta. Poi senza suonare più. I quattro cantoni e le liti furibonde, tornare a casa a piedi e Via Stalingrado, e il teatro occupato e i mille concerti, ovunque in ogni luogo e sempre e cmq “ci vediamo alle Torri”.
Mi riportano all’inizio.

Questa canzone è così. Il video visto mille volte nella cucina piena di fumo e risate, quella volta che lo abbiamo registrato per rivederlo al verso giusto, la mattina latte e mille macine inzuppate, io e Michol che strilliamo “zitti zitti fateci sentire”, Marisa imbronciata perchè “solo a me interessano i Red Hot Chili Peppers, le risate interminabili e nome, cose città, la pasta TAMILAMI e il colpo alla ranocchia di pelouche che gracchiava e tutte in coro “risposta esatta”.
Minchia lacrimoni.
Perchè non ci sei più.
Perchè non torniamo all’inizio.
😦
(

Vorrei svegliarmi e scoprire che sono 10 anni fa.

Si fotta FB e internet e tutto. Voglio solo la mia bandiera del partito appesa al muro e tutto il tonno del mare nella credenza.

Più che mai oggi pomeriggio voglio essere riportata all’inizio e filtrare le cose che ho fatto. Forse le rifarei tutte. Ma credo di no.)

Come up to meet you,
Tell you I’m sorry,
You don’t know how lovely you aaaare.
I had to find you,
Tell you I need you,
Tell you I set you apaaart.
Tell me your secrets,
And ask me your questions,
Oh, let’s go back to the staaart.
Runnin’ in circles,
Comin’ up tails,
Heads on the science apaaart.
Nobody said it was easy,
It’s such a shame for us to paaart.
Nobody said it was easy,
No one ever said it would be this hard.
Oh, take me back to the staaart.

I was just guessing,
The numbers and figures,
Pulling the puzzles apaaart.
Questions of science,
Science and progress,
Do not speak as loud as my heaaart.
Tell me you love me,
Come back and haunt me,
Oh, when I rush to the staaart.
Runnin’ in circles,
Chasin’ tails,
Comin’ back as we aaare.
Nobody said it was easy,
Oh, it’s such a shame for us to paaart.
Nobody said it was easy,
No one ever said it would be so haaard.
I’m goin’ back to the start.