Revenant (Alejandro González Iñárritu – 2015)

22983_320_470Se pensavate di andare a vedere Revenant e di godervelo comodamente spaparanzati nella poltrona del cinema, avete decisamente sbagliato pellicola e probabilmente lo avete capito nei primi 10 minuti di visione.

L’ultima prova di Iñárritu, infatti, più che un film è un tour de force, una prova di resistenza, una lotta estenuante contro la natura e gli uomini che lascia gli spettatori infreddoliti, esausti, basiti e inchiodati alla poltrona. Una storia più verosimile che vera, abilmente modellata e plasmata alle esigenze di un copione scarno quanto efficace che, strizzando l’occhio alla leggenda, narra l’incredibile epopea di un uomo che annichilito dall’invidia e dalla malvagità della sua razza, più che dagli artigli animali che gli lacerano le carni, troverà la salvezza nel ventre della natura selvaggia che sembra volerlo annientare più volte e che invece lo salva sempre, tanto dalle frecce acuminate degli indiani quanto da se stesso e dalla inutilità della sua vendetta.

Con Revenant, Alejandro González Iñárritu vuole evidentemente tentare la doppietta Hollywoodiana dopo i fasti di Birdman, e lo fa in maniera assolutamente coraggiosa, dando vita a un’opera saccente e pretenziosa, del tutto dicotomica rispetto a quella che gli è valsa il premio Oscar alla regia e al Miglior Film: il contrasto tra le due pellicole è talmente stridente da apparire quasi artefatto; se in Birdman le atmosfere erano quelle claustrofobiche e polverose di un vecchio teatro di Broadway, le luci quelle colorate e abbaglianti di una rutilante e affollatissima Times Square e i dialoghi frenetici, eccessivi, portati quasi all’esasperazione nella rappresentazione fedele di un teatro che glorifica e interpreta se stesso, in Revenant la sopraffazione che si avverte è ugualmente totalizzante, ma arriva dall’immensità e dalla magnificenza degli spazi infiniti, dalla cruda e bianca luce naturale del pallido sole del Grande Nord che lascia abbacinati e schiacciati da un silenzio perfetto, a tratti inquietante, rotto solo dal sibilare delle frecce dei temibili Ree, dal crepitio di un fuoco da bivacco, dalla mano tesa di un alleato inaspettato, dai grugniti di una mamma orsa che difende, a ogni costo, i suoi cuccioli dall’invasore.

La presenza umana in Revenant, infatti, è volutamente superflua, a tratti fastidiosa: i dialoghi sono ridotti all’osso e condotti unicamente da un magistrale Tom Hardy, che interpreta il ruolo dell’uomo bianco per eccellenza, un elemento rumoroso, disturbante e volutamente odioso, creato appositamente per distogliere l’attenzione dello spettatore dalla Natura terribile e magnifica e, senza riuscirci, anche dal protagonista, un Leonardo DiCaprio micidiale, completamente ammutolito ma portatore sano di una gamma espressiva strabiliante, perfettamente in grado di comunicare con il solo volto e di risultare sempre assolutamente credibile e appassionato, un vero e proprio Gladiatore delle nevi che trova i suoi Campi Elisi, non in mezzo al grano ma nella visione onirica di un ricordo straziante che tracima in un tenero quanto inutile abbraccio, capace di riportare il “padre di un figlio assassinato” alla realtà e alla necessità della propria vendetta.

Con Revenant Iñárritu ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, il narcisismo del suo cinema fatto di piani sequenza strabilianti, di evoluzioni mozzafiato, di virtuosismi bellissimi da vedere ma a volte superflui e di una fotografia che più degli occhi riempie l’anima e lo fa con una violenza visiva che stanca per la sua efficacia, ma che non disturba mai, perché il dolore e la brutalità, che pure abbondano, non sono mai fini a se stessi, bensì funzionali a un’avventura superbamente raccontata e sulla quale nessuno, neppure i numerosissimi radical chic da tastiera, avrebbe avuto nulla da ridire se non fosse stata ispirata a una storia vera.

Voto 8.

Perché Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar (e sposarmi).

(Qualche tempo fa un giornale con il quale collaboro mi ha chiesto di scrivere un pezzo per San Valentino e dunque dedicato all’amore. Ho riflettuto a lungo su tutti gli amori che ho vissuto, a quelli belli e a quelli orribili e dopo 3 minuti e mezzo lunga riflessione, ho deciso di parlare del primo amore che, in fondo, è quello che non si scorda mai).

 

La prima volta che l’ho visto avevo 10 anni e come la maggioranza delle mie coetanee guardavo Genitori in Bleu Jeans ma, a differenza di tutte loro, non riuscivo proprio a spasimare per quel Kirk Cameron del protagonista: sì, aveva gli occhi blu e i ricciolini, il sorriso irresistibile ed il nasino alla francese, ma quando nel momento clou della sigla, appoggiandosi al frigorifero, si sfilava gli occhiali da sole con tocco strafottente,  non potevo fare a meno di pensare “embè?” e lo stesso identico sentimento di incomprensione planetaria mi coglieva quando guardavo la sua gigantografia che avevo religiosamente appeso in cameretta e che troneggiava sulla parete accanto al letto.

Vai a sapere che proprio grazie a quel faccione rubicondo amato da tutte avrei fatto l’incontro con Cupido. Quello che mi avrebbe cambiato la vita.

L’angioletto capriccioso ha scoccato la sua freccia nel momento in cui sullo schermo è apparso un ragazzino biondo con un ciuffo ribelle che cadeva continuamente sugli quegli occhi chiari e pieni di sorrisi; indossava una camicia a quadri bianchi e neri, era seduto al’ultimo banco, si chiamava Luke e del tutto a sorpresa, soppiantava nel mio cuore, immediatamente e senza alcun rispetto, il Mikey carino, avventuroso e dotato di apparecchio dei Goonies, il primo “uomo” sulla faccia della terra a farmi provare una pulsione a cui non sapevo dare il nome e che mi faceva venire un caldo pazzesco e un vuoto nella pancia. Ciao Mikey, ciao proprio, la freccia peregrina aveva trafitto il mio cuore e aveva un solo nome inciso sulla punta: quel nome era (ed è ancora) Leonardo.

Di Caprio

Erano i primi, primissimi anni ’90, internet era pura fantascienza ed io da pre – adolescente innamorata e sospirante, altro non potevo fare se non continuare a spasimare indefessamente davanti alla TV e a comprare testardamente riviste di cinema per scovare il nome del mio amato, così sfacciatamente nostrano, tra quelli americani del cast.

Buio, buio totale per mesi e mesi, solo una volta riuscii a rivederlo in tv, un sabato pomeriggio in un film intitolato La mia Peggior Amica di cui ricordo la trama solo vagamente, anche se ho ancora il VHS, registrato a metà ma tenuto nel mobiletto accanto alla televisione come una sacra reliquia.

Il tempo passava, ma il mio amore restava immutato: le riviste si ammucchiavano invano e il nome di Leonardo non compariva mai, fino a quando lo scovai tra quello di Johnny Depp e Juliette Lewis nel cast di un film che si intitolava “Buon Compleanno Mr Grape” e che sarebbe uscito al cinema di lì a qualche mese.

Immaginate l’emozione, l’impazienza, l’infinita voglia che avevo di rivedere il mio idolo, biondo e bellissimo in un film così importante! Non avevo letto nulla della trama, volevo solo rivederlo e tuffarmi nella sorpresa; contavo i giorni che mi separavano dalla uscita nelle sale e trascinai mio padre al primo spettacolo del pomeriggio: pensate al mio stupore quando scoprii, dopo un paio di scene, che in quel film Leonardo interpretava con squisita maestria e con sensibilità sopraffina il ruolo di un delizioso ragazzo disabile.

E’ possibile innamorarsi un’altra volta? Certo che sì, ed io m’innamorai ancora e ancora e ancora, m’innamorai tutte le innumerevoli volte che sono corsa al cinema costringendo quel santuomo del mio babbo ad accompagnarmi, durante la settimana al primo spettacolo del pomeriggio oppure il sabato sera alle 9 in punto per incontrare il mio Leonardo mentre dava filo da torcere a Robert De Niro (Voglia di Ricominciare), quando nei panni di un cow boy sfacciato faceva prendere una cotta a Sharon Stone, sfidava impunemente a duello Gene Huckman e oscurava del tutto Russel Crowe, fino a farlo scomparire (Pronti a morire), mentre sprofondava stupidamente nel tunnel dell’eroina (Ritorno dal nulla), quando interpretando un poeta strafatto di assenzio, baciava in una sequenza interminabile e incredibilmente intensa un uomo brutto, calvo e munito di barba e baffi (Poeti dall’inferno) e ancora mentre faceva impazzire Diane Keaton e Meryl Streep (La stanza di Marvin) ed infine vestendo i panni immortali, appassionati e disperati dell’innamorato per eccellenza (Romeo + Juliet).

Di caprio Baby

In quei cinema semivuoti m’ innamoravo sempre più, un film dopo l’altro, sequenza dopo sequenza: restavo incantata dalla sua incredibile bravura, dal suo sprofondare in ogni personaggio interpretato, del suo essere adattabile, eclettico e sempre incredibilmente credibile e mi chiedevo come fosse possibile che nessuno se ne accorgesse, che nessuno parlasse di lui e del suo essere il miglior giovane attore di Hollywood in circolazione.

Avevo parlato troppo presto. Perché da lì a pochi mesi, la nave più importante della storia sarebbe affondata cinematograficamente per l’ennesima volta, consegnando al mondo il mio fiore prezioso e segreto.

Per tutti voi fu amore a prima vista.

Quel Jack Dowson lì, con i suoi occhi che scrutavano un corpo nudo al di sopra di un foglio da disegno e con quel ciuffo biondo eternamente ribelle, era diventato il re del mondo ed io non potevo farci niente; mi disturbava tutto quel rumore, quelle copertine, quelle interviste. La sua presenza per anni così discreta, era diventata ora scontata, bastava accendere la televisione o fare un salto in edicola.

Odiavo tutto quel clamore, l’idea di dover condividere Leonardo con tutti: odiavo soprattutto l’ottusità delle persone che si erano accorte di lui proprio grazie alla sua interpretazione meno scintillante, ma cosa potevo farci? Niente. Vi siete innamorati tutti di quegli occhi controvento che sembrano sempre scrutare un punto lontano, oltre l’orizzonte, e io non ho potuto far altro che accettarlo.

Tutto il resto è storia: le origini italiane, il calcio dato “dall’interno” alla mamma incinta davanti al quadro di un artista che ne ha decretato il nome, i film indipendenti, il rifiuto dei prodotti troppo commerciali, il sodalizio mai interrotto con Scorsese, le collaborazioni con tutti i più grandi registi, le morti sempre diverse che arrivano alla fine di quasi tutti i suoi film, la mancata affinità con l’Academy Awards, le interpretazioni sempre più stupefacenti, la schiera ininterrotta di fidanzate modelle che vogliono accasarsi e che vengono puntualmente mollate, il suo essere pacifista, vegetariano, amante della natura e degli animali e prossimamente attivista di Green Peace … questo è il Leonardo Di Capri che conosciamo tutti e che tutti amiamo.

Ma io di più. Perché come tutte le ragazze sanno, da che mondo è mondo, vige la regola del “L’ho visto prima io”. Ed io Leonardo l’ho visto davvero prima di tutte voi. Non mi sono innamorata del nuovo Romeo che strega la rossa della prima classe, ma del biondino sfigato alle prime armi, quello a cui chiedevano di modificare il proprio nome in qualcosa di più americano e che rifiutava di farlo, quello che non riempiva le sale ma che sbalordiva tutti coloro che avevano la fortuna di incontrarlo sullo schermo e questo amore, questa dedizione, questa passione ultraventennale devono pure significare qualcosa no? Certo che sì.

Ne sono così convinta che quando sono stata in California, nel mio diario di viaggio “La casa di Leonardo DiCaprio in cima a Bel Air” era segnata tra le “cose da fare” prima di “Walk of Fame”, “Ruota di santa Monica” o “WB Studios”.

E io mi sono arrampicata su quella collina perché ho pensato che se fuori dal cancello ci fosse stato un citofono io avrei suonato e se qualcuno avesse risposto io avrei detto “Sono la tua fan n. 1 al mondo, come Annie Wilkes ma senza tutta quella storia di fracassarti le gambe, insomma, ti amo”. Vi dirò di più: il campanello c’era, ed io mentre mi avvicinavo, immaginavo già la scena successiva, io nel salotto a prendere il caffè con Leonardo, alla facciaccia vostra che avete scoperto la sua esistenza solo nel 98 grazie a Titanic, sfigati.

Peccato che tutti i miei sogni di gloria siano stati interrotti da un armadio a muro nero con una targhetta sul cuore che recitava “VIGILANTES” che mi ha presa cortesemente per un braccio e che, con molto garbo, ha tentato di farmi desistere perché tanto “Mister Di Caprio non è in casa”. Un tipo simpatico costui, quasi paterno, tanto che io notando tutta questa disponibilità, mi sono sentita nella condizione di insistere con fermezza. E’ stato allora che questo tizio, improvvisamente meno cordiale, ha deciso di fare il proprio lavoro, ricordandomi che mi trovavo su una strada privata e intimandomi di andare via.

 Me ne sono andata con la testa bassa, sono rientrata in macchina e sono ripartita ma dopo pochi istanti ho visto una Limousine arrivare in senso contrario e allora ho pensato che forse il buon Dio mi stava regalando una pazzesca botta di culo e sono scesa al volo dalla mia macchina (in corsa) e ho iniziato a correre dietro alla Limousine.  Sono tornata alla portata del vigilantes ormai incazzato nero che, stavolta senza cortesia alcuna, mi ha detto che se non me ne fossi andata subito mi avrebbe sparato e siccome me l’ha detto in inglese e la mia amica Benedetta temeva che io non avessi capito, ha iniziato ad urlarmi di correre via perché il tizio mi avrebbe sparato e a quel punto io mi sono voltata verso di lei e con un sangue freddo del quale ancora non mi capacito le ho risposto “Ok, ho capito che mi spara ma mica mi sparerà in testa,  mi sparerà nelle gambe!”.

Ho continuato a correre e (SPOILER) nessuno mi ha sparato. Nella Limousine non c’era Leonardo ma a quel punto ho capito che forse era il caso di battere in ritirata perché sì, mi sentivo abbastanza al sicuro da una pallottola ma non da uno scapaccione che mi avrebbe fatto sputare 3 denti.

E così me ne sono andata via a testa bassa e ancora oggi, se ci ripenso, sono convinta di aver perduto l’occasione della vita.

Insomma, questa è la storia del mio primo amore.

Ricapitoliamo: Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar perché è un attore della Madonna che sul tappeto rosso ci porta la mamma, non una di quelle sgualdrinelle che ciclicamente frequenta e ciò basta per incoronarlo Imperatore dell’Universo Terracqueo e può continuare a non vincere pur restando il migliore di tutti quelli che pensano di averlo battuto e, soprattutto, dovrebbe sposarmi perché per lui ero disposta a beccarmi una pallottola senza battere ciglio e vivaddio, se non è amore questo, ditemi allora cosa lo è.

T.

Sogno o son desta? (Ho visto Inception e non lo so più)

Quella che segue non è propriamente una recensione del film “Inception” ma ugualmente NON LEGGETELA prima di vedere il film 🙂


“Siamo fatti della stessa sostanza

di cui sono fatti i sogni”.

(William Shakespeare, La Tempesta, AttoIV)

Se William sapesse quante meningi si sono spremute fino a consumarsi per tentare di capire il significato nascosto dietro a queste parole e se fosse a conoscenza dei fiumi di inchiostro versati tentando di spiegare cosa diavolo significhi questa osservazione probabilmente ne riderebbe.

O si arrabbierebbe.

In fondo la bellezza, quando è così tangibile ed evidente, acquista concretezza e non ha bisogno di troppe spiegazioni.

La bellezza va osservata, ammirata, amata. Non spiegata.

Poi ti capita di vedere un film come “Inception” e di trovarti faccia a faccia con una bellezza che viene presa, modellata, sublimata, costruita in maniera sapiente e geniale da un regista che, suo malgrado, spiega in maniera eccellente l’aforisma shakesperiano e anzi, fa di più.

Lo rappresenta.

Te lo mostra.

In un prezioso labirinto di emozioni che si intersecano e vibrano. Come una trottola impazzita.

Quella trottola che Dom Cobb, esperto cacciatore di sogni o se credete hacker esperto del più grande computer che sia mai stato creato, la mente, tiene sempre in tasca e osserva volteggiare.

Cobb riesce a penetrare nei sogni delle persone e ad estrarre dalle menti degli inconsapevoli sognatori, segreti, informazioni, desideri reconditi. Cobb sa quello che fa, sa farlo in maniera eccellente, ama le sfide ed è allergico ai fallimenti. Per questo non può tirarsi indietro quando gli propongono un’impresa impossibile che è esattamente il contrario di quello che l’uomo ha fatto finora.

Non carpire un’idea bensì impiantarla (da qui “Inception” cioè “innesto”) nella mente di un uomo.

Questo è il semplice punto di partenza di una storia magnifica e magnificamente narrata che, come i livelli di sogno che esplora, si sviluppa seguendo tre diverse piste armoniosamente intersecate.

L’affascinante idea di base infatti, si sviluppa in un action movie che non offusca minimamente anzi sublima il dramma personale del protagonista, un Leonardo Di Caprio ( ❤ )maestoso che interpreta magistralmente un uomo solo, esule, che vaga vorticosamente per il globo in perenne fuga da un senso di colpa che non lo abbandona e che ha sempre e soltanto il volto dell’amata moglie Mal, morta suicida a causa di un’idea innestata nel suo cervello e germogliata come un’edera velenosa, una donna che ha le dolci ma allo stesso tempo spietate fattezze di una superba Marion Cotillard che continua a tormentare i sogni del marito e contemporaneamente a vivere solo per lui in un mondo parallelo e illusorio che Cobb cerca e anela perchè sembra così maledettamente vero e reale nel momento in cui l’uomo chiude gli occhi e si abbandona all’oblio e a sè stesso.

Noi siamo i nostri sogni e Cobb lo sa.

Quando chiudiamo gli occhi sulla realtà ci spogliamo delle nostre paure, dei nostri freni, delle nostre incertezze e dei nostri preconcetti e finalmente risorgiamo, radiosi e autentici, in un mondo che è fatto solo di quello che siamo e soprattutto di quello che desideriamo. Si sogna quello che si vuole, quello a cui sia anela davvero e che magari non si sa neppure di volere e desiderare. Non a livello conscio almeno.

Nolan ci prende per mano e ci porta a spasso nel nostro subconscio, realizzando un capolavoro di rara bellezza e di incredibile genialità, facendoci agilmente attraversare i precipizi del paradosso e dello scontato e banale onirismo, abbattendo le barriere della realtà, squarciando il velo del nostro stesso sogno, scavando nei nostri ricordi, regalandoci mondi pronti a collassare su sè stessi a suo e nostro piacimento e spingendoci sempre più in basso, verso gli abissi di noi stessi, verso quello che siamo verso quello che vogliamo.

Facendoci sprofondare in noi stessi per poi riportandoci su, verso la superficie, indietro e indietro e ancora indietro, a ritroso nel nostro sogno, cullati dalla voce calda e dolce di una Edith Piaf che interpreta “Je ne regrette rien” (e non può essere un caso).

Svegliandoci infine.

Forse.

Perché quella trottola minuscola che ci riporta alla realtà, metaforicamente gira e gira e continua a girare e il suo moto perpetuo incarna i nostri desideri, le nostre speranze, i nostri ricordi e sì, anche quel il limbo a cui tutti, almeno una sola abbiamo sognato di abbandonarci e che poi abbiamo deciso di abbandonare per “essere ancora giovani insieme”.

La trottola continua a girare.

E se si fermerà, oppure no, in fondo, non importa a nessuno.

E già che ci siete

Dannata Capocciona!

“Tu sei matta. Completamente svitata!Hai perso la zucca!

Ma lascia che ti dica un segreto ….

i migliori sono tutti matti!”

La follia è contagiosa?”

“Se cerchi di essere normale qui sembrerai ancora più anormale. Se sorridi sei schizofrenica, se non sorridi mai sei depressa, se rimani seria sei chiusa o una potenziale catatonica”.

Quello appena trascorso è stato il classico week end ideale.

Un sacco di cibo (sabato sera ho mangiato una fiorentina croccante sopra e morbida e sanguinolenta dentro, commovente!) un sacco di sonno ( ho dormito 11/12 ore a notte. Dovrei farlo tutti i giorni invece di perdere tempo in rete) un sacco di letture (ho finito tutte le pendenze e ho programmato i libri per il prossimo mese) e tre film con un solo tema (come si nota dalle citazioni di cui sopra) cioè la follia.

Che è un tema che mi claza a pennello.

Dicono.

Comunque Changeling che ho visto ieri per la prima volta è un film monumentale. La storia è talmente cruda e assurda da essere assolutamente vera e la Jolie è un’attrice strepitosa. Guardandola recitare in lingua originale anche la sua bellezza ammaliante diventa assolutamente marginale: la sua interpretazione è intesa, possente, commovente. Tensione, suspance, tenerezza e commozione. Meravigliosa lei e meraviglioso il film.

Shutter Island è un capolavoro che si è guadagnato una seconda visione immedata. Questa volta in lingua originale però. Giusto per innamorarmi ancora un altro po’ del mio incredibile Leo che per l’ennesima volta offre una prestazione clamorosa. Il film sembra fatto da Lynch più che da Scorsese. a causa delle atmosfere oniriche e inquietanti. Trovare la soluzione non era affatto facile nonostante i numerosi indizi disseminati qua e là ma stavolta, quando al cinema mi sono resa conto di essere concentratissima sulla risoluzione del rompicapo ho lasciato perdere e ho deciso di godermi il film. Saggia scelta. Perchè è una spirale di inquitudine e follia   che vi catturerà fino all’ ultimo minuto. Quando vi renderete conto ( se siete intelligenti) che il film va a finire in maniera PAZZESCA. Se invece non siete sufficientemente intelligenti, come tutti, penserete “Povero stronzo è pazzo come il cavallo pazzo” . Fatemi sapere com’è andata eh.

Infine Alice in Wonderland.

Se non fosse un film di Tim con Johnny, lo avrei liquidato in tre minuti con un ” E’ una cagata pazzesca!”. Belli i colori, belli i personaggi (meravigliose le due Regine ed il Cappellaio Matto) scadenti i dialoghi, pessima Alice e tremenda la storia. Diciamoci la verità.

Non siamo pronti ad affrontare un’ Alice con le tette ed il fidanzato! Sarebbe come vedere Cenerentola che deve togliersi la scarpetta di cristallo ed indossare le ciabatte perchè le vene varicose le infestano le gambe, Biancaneve obesa perchè costretta per indole a sfornare sette figli per sopperire alla mancanza dei nani e Aurora che soffre d’insonnia perchè il principe le fa le corna!

Alice dipinge le rose di rosso e gioca con la regina Rossa prende il the con il Cappellaio Matto festeggiando il suo non compleanno e consola la testuggine. Non è una donna. E’ una bambina piena di fantasia. Che da questo film esce distrutta.

Tre film intrisi di follia. La follia  dell’ipocrisia, quella del dolore ed infine quella meravigliosa della fantasia.

Non mi dilungherò sul tema della  perchè io sono una matta certificata.

Non come quelli che dicono di essere matti e non lo sono. Ne vado fiera. Meglio matta che ordinaria. Meglio isterica che intrappolata nella custodia del ” devo darmi un tono ad ogni costo”.

Meglio essere me. Che posso sembre fare finta di essere una persona ordinaria. Mentre il contrario  non è possibile.





In Leo we trust.

orphan

O almeno io si.

Perchè amo Leonardo di Caprio dalla prima volta che l’ho visto, indimenticabile con quella orribile camicia a quadri in Genitori in Blue Jeans. Tutte le mie amiche sbavavano per Mike io invece, per Luke l’orfanello con il ciuffo perennemente sugli occhi.

Lo amo quando Titanic era fantascienza e non lo conosceva nessuno ed io andavo al cinema a vedere i suoi film costringendo mio padre ad accompagnarmi e nella sala eravamo in 5. E non parlo di capolavori come “Poeti dall’Inferno” (dove meravigliosamente slinguazza UN pelato barbuto per un quarto d’ora) o di “Buon Compleanno Mr Grape” (dove nella parte di un ragazzo handicappato doppia brillantemente J. Depp) o di “Pronti a morire” (dove persino la Stone vuole dargli due colpi) ma anche del meraviglioso Romeo e Giulietta di Baz Lurhman che è uno dei film che amo più al mondo.

L’ho amato di più dopo la bolgia di Titanic, quando tutte le oche starnazzanti del globo l’hanno scoperto facendomelo diventare un fenomeno da baraccone. E lo amo oggi più che mai perchè per me è l’attore migliore di Hollywood. E fa film bellissimi che mi lasciano qualcosa dentro. E quando mi guarda con quegli occhi controvento il mio cuore fa ciock.

Per tutte queste ragioni mi fido di lui. E vincerò l’inquietudine che la bambina della foto mi suscita (nemmeno Madison di Harper’s Island era arrivata a tanto) e il brivido che il trailer mi ha provocato. E soprattutto romperò la promessa di non andare mai più a vedere nessun horror al cinema. Promessa fatta a me stessa dopo aver speso sei euro per ” Creep” ed essere uscita dal cinema in lacrime.

Di rabbia.

Orphan l’ha voluto l’amore mio. E se Leonardo chiama, Tati risponde.

(per tutte le info sul film e sulla trama cliccate sulla parola Orphan).