Friends will be friends.

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Negli ultimi sedici mesi sono stata in Germania due volte, a Norimberga prima e a Stoccarda poi.

Una media strepitosa per una come me, che non ha mai fatto mistero di non amare particolarmente una nazione dove il vino rosso è disconosciuto e il top della cucina è rappresentato da una cotoletta di maiale impanata e fritta. I tedeschi poi li detesto dai Mondiali del ’90 e sono certa di essere molto italiana e provinciale in questo, come so che è razionalmente stupido fare di tutta l’erba un fascio, ma insomma è più forte di me, ogni volta che parlo con un tedesco che ha la mia età penso che probabilmente suo nonno era un nazista che metteva la gente al muro e la fucilava senza troppi complimenti insomma ecco, mi vengono i brividi e mi passano tutte le fantasie.

Nonostante questo, però, sono stata in Germania due volte in sedici mesi e non posso dire lo stesso di nessun altro stato al mondo. Ci sono stata perché in quel Paese vivono due mie care amiche, dove per amiche non intendo tizie sguaiate con le quali trascorrere un sabato sera alcolico, bensì persone che danno tanto alla mia vita e che almeno in una circostanza mi hanno raccolta da terra raschiando bene il selciato con un cucchiaino smussato agli angoli e che, insomma, magari nemmeno lo sanno.

Se ne sono andate entrambe, a distanza di tre mesi l’una dall’altra, senza nemmeno il preavviso minimo sindacale previsto dalla legge in casi come questo e mi hanno lasciata ad asciugarmi tutti le mie lacrime con la manica del pigiama, seduta sul gradino del bagno e, come se non bastasse, anche in silenzio, visto che il mio fidanzato non riusciva a capire il perché di tanto disappunto da parte mia. “Eppure almeno la metà dei tuoi migliori amici vivono a centinaia di chilometri da qui, quindi cosa ti cambia? Sei abituata ormai” diceva e dice.

Ha ragione.

Alcuni (non tutti ci mancherebbe, alcuni stanno nel raggio di 400 metri per fortuna) tra i miei migliori amici abitano lontani da qui perché non vivono nella mia città e magari non l’hanno mai nemmeno visitata. Considerate che forse quello che mi sta più vicino è a un paio di 100 chilometri e spiccioli. Queste persone abitano così lontano perché io li ho conosciuti su internet in un lungo lasso di tempo che va dal 2007 al 2015. Ora, se pensate che le relazioni (di qualsiasi genere) che nascono in questo modo siano finte, vi saluto subito e arrivederci, perché è chiaro che non sapete di cosa io stia parlando e poveri voi, aggiungo, perché personalmente “su internet” ho conosciuto le persone a me più affini che possano esistere sulla faccia della terra, persone senza le quali la mia vita sarebbe infinitamente peggiore e tutte queste cazzate sentimentali qui.

Perché, vedete, quando la distanza è fisica e reale, la distanza di sicurezza virtuale che gli esseri umani, per mille motivi spesso idioti mettono tra loro, si annulla. E allora ci si spoglia completamente di ogni orpello, via il trucco dalla faccia, via i vestiti buoni, via le scarpe col tacco, via le contaminazioni ambientali. Sono cose che non servono che non esistono proprio. Via. Ci si ritrova nudi e inermi a parlare a uno schermo, a un telefono, e Dio quanto è facile.

Quello che mi toglie il sonno, il fatto che mi preme farvi notare in questa sede, è che, nonostante capiti in continuazione, torno sempre e comunque a stupirmi della simpatica attitudine del Padreterno Onnipotente e Burlone che PUF, dal nulla, fa incontrare persone per molti aspetti identiche, ugualmente bellissime e soprattutto musicalmente compatibili e le piazza a centinaia di chilometri di distanza; un Dio che addirittura quando queste persone sono vicine per ragioni di famiglia/storia/culo, decide di puntarle con il proprio santissimo dito e sentenzia che è ora di separarle, perché se no sai che noia questa stagione? trasportando le une a MIGLIAIA di chilometri di distanza e lasciando le altre a piangere in bagno, in compagnia di persone convinte che andare in una SPA sia fare un viaggio (o che un concerto di Jovanotti sia vera musica, whatever).

Ecco perché esistono quelli come noi: persone sanno riconoscere lo stato d’animo dell’altro dalla mancanza di un punto alla fine di una frase scritta in chat, patologicamente dipendenti dal proprio iPhone, sempre a caccia di un free wifi, preoccupati dai silenzi prolungati come dalle troppe chiacchiere.

Gente che si sciroppa chilometri di autostrada, strada ferrata o cielo, solo per un pranzo e una cena, due chiacchiere sotto la luna, un concerto in un castello, i piedi nella sabbia, qualche giro di roba alcolica e poi ciao, domani devo andare, devo partire, devo tornare a casa, mi manchi già.

Ecco perché amiamo alla follia luoghi ameni tipo il bar della stazione di Brescia, le aree di servizio della A14 del versante medio adriatico, l’orologio della Stazione di Bologna, le scale mobili della Stazione Termini, i piccoli aeroporti di provincia, quelli dei voli low cost. Sono luoghi preziosi questi per noi, qui ci siamo trovati e lasciati, baciati e insultati, ci siamo detti “addio” e “ti amo” e “mi manchi” e ci siamo abbracciati per ore e ore senza dire niente.

“Alla prossima” ci siamo detti, sempre.

Sì, ma quando?

Il punto è sempre quello.

Quando?

Io stavolta lo so, la mia prossima volta è presto, vado a chiudere la valigia, sto andando a Berlino.

Una media folle Sig.ra Merkel. Folle per me che vorrei che lei dichiarasse al mondo la terza Guerra Mondiale, solo per vedergliela perdere, again.

(Sono stata a Stoccarda un paio di settimane dopo il disastro del volo Germanwings, con un volo Germanwings. Al momento di ripartire, al banco dei controlli di sicurezza ho salutato la mia amica e insomma, quando l’ho vista andare via mi è venuto un po’ da piangere. Al controllo sicurezza devi toglierti gli occhiali da sole e dunque non puoi nasconderti in nessun modo, quindi me ne stavo lì con le lacrime in bella vista e le scarpe in mano. Arrivata al mio Gate ho cercato di ricompormi e mentre tiravo su con il naso in maniera abbastanza mimetica, sono stata avvicinata da un signore tedesco molto anziano che aveva assistito a tutta la scena e che con molto tatto e in un inglese improbabile ha tentato di consolarmi: dal poco che ho capito credo che lui pensasse che io fossi nel panico a causa del recente incidente aereo e che piangessi dalla paura. Egoisticamente mi sono presa il suo abbraccio e la sua spalla per un bel piantarello liberatorio, e mentre ero lì a soffiarmi il naso ho distintamente pensato “beh dai, magari questo crucco qui, proprio nazista non era”. 

Mai dire mai, comunque).

Ps: sì dai. Nella foto ci stavamo chiaramente divertendo.

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