A ciascuno la sua.

Dalle mie parti c’è un detto che si usa per identificare quelle persone che muoiono compiendo un’attività che amano tantissimo e dalla quale non riescono a prescindere per quanto essa sia pericolosa, folle, spaventevole.

Ha fatto la morte sua” si dice.

Molti danno un’accezione negativa a questa affermazione, molti la usano in maniera spregiativa per indicare, ad esempio, il tossicodipendente che muore di overdose.

Personalmente invece ho sempre dato un valore positivo a queste parole, ho sempre ritenuto (dalla fatalista che sono) che “fare la morte sua” sia la cosa migliore che possa accadere ad una persona: morire mentre si fa quello per cui si è sempre vissuto. Crudele, sì, ma anche meraviglioso.

Simone Camilli ha fatto la morte sua: è morto narrando la guerra.

Lui era un giornalista vero, uno di quelli che da valore a questo mestiere, uno di quelli che nessuno conosce perché  preferisce stare in prima linea invece che al trucco di qualche programma televisivo di terz’ordine, uno di quelli che alimenta il suo ego tuffandosi di testa nell’orrore vero non scrivendo status da 10 mila like su Facebook. Lui ci andato a braccetto con l’orrore, lo ha conosciuto e  corteggiato a lungo per poterlo raccontare nelle sue sfaccettature e pazienza se questo orrore prima o poi lo ha reclamato, è il rischio che spesso si corre quando si ama davvero quello che si fa, è il prezzo da pagare per essere stato coerente fino in fondo con le proprie passioni e necessità impellenti.

Ho già sentito il coro dei “ma chi glielo ha fatto fare”, lo starnazzare degli sputasentenze da salotto, di quelli che credono nell’informazione libera e nel volontariato ma che poi pensano che Giuliana Sgrena abbia ucciso un uomo per la sua testardaggine, che Saviano sia un esibizionista e che i missionari con l’ebola siano malati perché “se la sono cercata“. Persone che passano le giornate a riempire di sdegno Pro Palestina il loro Twitter tenendo una bibita ghiacciata nell’altra mano e spesso mi viene lo sconforto, perché anche se non la penso come loro, in fondo, lo sono.

Simone  Camilli invece era tutto il contrario e quindi quanto di più simile all’idea di eroe che ho nella mia testa: aveva la mia età e da oltre 10 anni raccontava la guerra. Chiamava a casa e diceva ai suoi “Sto bene, è tutto tranquillo qui” perché non sopportava l’idea che la sua famiglia si preoccupasse. Non riesco a cogliere esibizionismo o temerarietà o egoismo in quello che faceva ma solo una grande urgenza di narrare, la voglia di condividere, di rendere noto alla gente quello che succede in quei luoghi spezzati ove tutti hanno paura di andare.

Aveva paura lui? Credo di sì, ma sapeva anche che “Bisogna compiere il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi“, come un altro italico eroe ucciso da una bomba pure lui, non mancava mai di ripetere.

Simone il suo dovere l’ha fatto e da quel dovere è rimasto precocemente ucciso.

Non so quanti di noi avranno mai questo onore.

 

Non sono io, siete voi.

Sicuramente sarà l’età, ne sono quasi certa.

I vecchi sono dei rompipalle, aumentano gli anni e diminuisce la tolleranza, è una verità assoluta e lo sanno tutti.

Certi però invecchiano peggio perché altrimenti non riesco a spiegarmi come persone sino a poco tempo fa apparentemente normali, si siano trasformate nel muro del pianto.

BimboPiange

Solo che i muri siamo noi, nel senso che loro piangono e noi facciamo sì con la testa, impotenti, perché interrompere un piangente equivale a vedersi piantare degli occhi pieni di risentimento in faccia e sentire pronunciare le fatidiche parole “beata te”.

E’ un’epidemia.

Beata te.

Mah.

Sicuramente sarà il lavoro che faccio, ne sono sicura.

L’esperienza cresce e il cuore si indurisce. Inoltre anche io invecchio, come tutti, e dunque la tolleranza che resta, è quella che è.

Una cosa però ve la devo dire.

Se litigate con tutti quelli che osano contraddirvi, se cambiate amici come io cambio rossetto, se siete i più sfortunati del sistema solare, se lavorate più di tutti senza frutto alcuno, se non trovate il fidanzato perché nessuno vi vuole, se quando incontrate una persona prima di dirle ciao sciorinate la lista delle vostre immani sfighe io ve lo dico.

Non sono io, non siamo noi.

Siete voi.

E per inciso noi, i fortunati, quelli che secondo il vostro pensiero sono “beati”, non pensiamo minimamente a voi piangenti come a gente sfortunata, da compatire, ma solo a come dei grandissimi rompicoglioni.

Da evitare.

Ecco perché nessuno vi vuole.

Io ve l’ho detto.

T.

Perché Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar (e sposarmi).

(Qualche tempo fa un giornale con il quale collaboro mi ha chiesto di scrivere un pezzo per San Valentino e dunque dedicato all’amore. Ho riflettuto a lungo su tutti gli amori che ho vissuto, a quelli belli e a quelli orribili e dopo 3 minuti e mezzo lunga riflessione, ho deciso di parlare del primo amore che, in fondo, è quello che non si scorda mai).

 

La prima volta che l’ho visto avevo 10 anni e come la maggioranza delle mie coetanee guardavo Genitori in Bleu Jeans ma, a differenza di tutte loro, non riuscivo proprio a spasimare per quel Kirk Cameron del protagonista: sì, aveva gli occhi blu e i ricciolini, il sorriso irresistibile ed il nasino alla francese, ma quando nel momento clou della sigla, appoggiandosi al frigorifero, si sfilava gli occhiali da sole con tocco strafottente,  non potevo fare a meno di pensare “embè?” e lo stesso identico sentimento di incomprensione planetaria mi coglieva quando guardavo la sua gigantografia che avevo religiosamente appeso in cameretta e che troneggiava sulla parete accanto al letto.

Vai a sapere che proprio grazie a quel faccione rubicondo amato da tutte avrei fatto l’incontro con Cupido. Quello che mi avrebbe cambiato la vita.

L’angioletto capriccioso ha scoccato la sua freccia nel momento in cui sullo schermo è apparso un ragazzino biondo con un ciuffo ribelle che cadeva continuamente sugli quegli occhi chiari e pieni di sorrisi; indossava una camicia a quadri bianchi e neri, era seduto al’ultimo banco, si chiamava Luke e del tutto a sorpresa, soppiantava nel mio cuore, immediatamente e senza alcun rispetto, il Mikey carino, avventuroso e dotato di apparecchio dei Goonies, il primo “uomo” sulla faccia della terra a farmi provare una pulsione a cui non sapevo dare il nome e che mi faceva venire un caldo pazzesco e un vuoto nella pancia. Ciao Mikey, ciao proprio, la freccia peregrina aveva trafitto il mio cuore e aveva un solo nome inciso sulla punta: quel nome era (ed è ancora) Leonardo.

Di Caprio

Erano i primi, primissimi anni ’90, internet era pura fantascienza ed io da pre – adolescente innamorata e sospirante, altro non potevo fare se non continuare a spasimare indefessamente davanti alla TV e a comprare testardamente riviste di cinema per scovare il nome del mio amato, così sfacciatamente nostrano, tra quelli americani del cast.

Buio, buio totale per mesi e mesi, solo una volta riuscii a rivederlo in tv, un sabato pomeriggio in un film intitolato La mia Peggior Amica di cui ricordo la trama solo vagamente, anche se ho ancora il VHS, registrato a metà ma tenuto nel mobiletto accanto alla televisione come una sacra reliquia.

Il tempo passava, ma il mio amore restava immutato: le riviste si ammucchiavano invano e il nome di Leonardo non compariva mai, fino a quando lo scovai tra quello di Johnny Depp e Juliette Lewis nel cast di un film che si intitolava “Buon Compleanno Mr Grape” e che sarebbe uscito al cinema di lì a qualche mese.

Immaginate l’emozione, l’impazienza, l’infinita voglia che avevo di rivedere il mio idolo, biondo e bellissimo in un film così importante! Non avevo letto nulla della trama, volevo solo rivederlo e tuffarmi nella sorpresa; contavo i giorni che mi separavano dalla uscita nelle sale e trascinai mio padre al primo spettacolo del pomeriggio: pensate al mio stupore quando scoprii, dopo un paio di scene, che in quel film Leonardo interpretava con squisita maestria e con sensibilità sopraffina il ruolo di un delizioso ragazzo disabile.

E’ possibile innamorarsi un’altra volta? Certo che sì, ed io m’innamorai ancora e ancora e ancora, m’innamorai tutte le innumerevoli volte che sono corsa al cinema costringendo quel santuomo del mio babbo ad accompagnarmi, durante la settimana al primo spettacolo del pomeriggio oppure il sabato sera alle 9 in punto per incontrare il mio Leonardo mentre dava filo da torcere a Robert De Niro (Voglia di Ricominciare), quando nei panni di un cow boy sfacciato faceva prendere una cotta a Sharon Stone, sfidava impunemente a duello Gene Huckman e oscurava del tutto Russel Crowe, fino a farlo scomparire (Pronti a morire), mentre sprofondava stupidamente nel tunnel dell’eroina (Ritorno dal nulla), quando interpretando un poeta strafatto di assenzio, baciava in una sequenza interminabile e incredibilmente intensa un uomo brutto, calvo e munito di barba e baffi (Poeti dall’inferno) e ancora mentre faceva impazzire Diane Keaton e Meryl Streep (La stanza di Marvin) ed infine vestendo i panni immortali, appassionati e disperati dell’innamorato per eccellenza (Romeo + Juliet).

Di caprio Baby

In quei cinema semivuoti m’ innamoravo sempre più, un film dopo l’altro, sequenza dopo sequenza: restavo incantata dalla sua incredibile bravura, dal suo sprofondare in ogni personaggio interpretato, del suo essere adattabile, eclettico e sempre incredibilmente credibile e mi chiedevo come fosse possibile che nessuno se ne accorgesse, che nessuno parlasse di lui e del suo essere il miglior giovane attore di Hollywood in circolazione.

Avevo parlato troppo presto. Perché da lì a pochi mesi, la nave più importante della storia sarebbe affondata cinematograficamente per l’ennesima volta, consegnando al mondo il mio fiore prezioso e segreto.

Per tutti voi fu amore a prima vista.

Quel Jack Dowson lì, con i suoi occhi che scrutavano un corpo nudo al di sopra di un foglio da disegno e con quel ciuffo biondo eternamente ribelle, era diventato il re del mondo ed io non potevo farci niente; mi disturbava tutto quel rumore, quelle copertine, quelle interviste. La sua presenza per anni così discreta, era diventata ora scontata, bastava accendere la televisione o fare un salto in edicola.

Odiavo tutto quel clamore, l’idea di dover condividere Leonardo con tutti: odiavo soprattutto l’ottusità delle persone che si erano accorte di lui proprio grazie alla sua interpretazione meno scintillante, ma cosa potevo farci? Niente. Vi siete innamorati tutti di quegli occhi controvento che sembrano sempre scrutare un punto lontano, oltre l’orizzonte, e io non ho potuto far altro che accettarlo.

Tutto il resto è storia: le origini italiane, il calcio dato “dall’interno” alla mamma incinta davanti al quadro di un artista che ne ha decretato il nome, i film indipendenti, il rifiuto dei prodotti troppo commerciali, il sodalizio mai interrotto con Scorsese, le collaborazioni con tutti i più grandi registi, le morti sempre diverse che arrivano alla fine di quasi tutti i suoi film, la mancata affinità con l’Academy Awards, le interpretazioni sempre più stupefacenti, la schiera ininterrotta di fidanzate modelle che vogliono accasarsi e che vengono puntualmente mollate, il suo essere pacifista, vegetariano, amante della natura e degli animali e prossimamente attivista di Green Peace … questo è il Leonardo Di Capri che conosciamo tutti e che tutti amiamo.

Ma io di più. Perché come tutte le ragazze sanno, da che mondo è mondo, vige la regola del “L’ho visto prima io”. Ed io Leonardo l’ho visto davvero prima di tutte voi. Non mi sono innamorata del nuovo Romeo che strega la rossa della prima classe, ma del biondino sfigato alle prime armi, quello a cui chiedevano di modificare il proprio nome in qualcosa di più americano e che rifiutava di farlo, quello che non riempiva le sale ma che sbalordiva tutti coloro che avevano la fortuna di incontrarlo sullo schermo e questo amore, questa dedizione, questa passione ultraventennale devono pure significare qualcosa no? Certo che sì.

Ne sono così convinta che quando sono stata in California, nel mio diario di viaggio “La casa di Leonardo DiCaprio in cima a Bel Air” era segnata tra le “cose da fare” prima di “Walk of Fame”, “Ruota di santa Monica” o “WB Studios”.

E io mi sono arrampicata su quella collina perché ho pensato che se fuori dal cancello ci fosse stato un citofono io avrei suonato e se qualcuno avesse risposto io avrei detto “Sono la tua fan n. 1 al mondo, come Annie Wilkes ma senza tutta quella storia di fracassarti le gambe, insomma, ti amo”. Vi dirò di più: il campanello c’era, ed io mentre mi avvicinavo, immaginavo già la scena successiva, io nel salotto a prendere il caffè con Leonardo, alla facciaccia vostra che avete scoperto la sua esistenza solo nel 98 grazie a Titanic, sfigati.

Peccato che tutti i miei sogni di gloria siano stati interrotti da un armadio a muro nero con una targhetta sul cuore che recitava “VIGILANTES” che mi ha presa cortesemente per un braccio e che, con molto garbo, ha tentato di farmi desistere perché tanto “Mister Di Caprio non è in casa”. Un tipo simpatico costui, quasi paterno, tanto che io notando tutta questa disponibilità, mi sono sentita nella condizione di insistere con fermezza. E’ stato allora che questo tizio, improvvisamente meno cordiale, ha deciso di fare il proprio lavoro, ricordandomi che mi trovavo su una strada privata e intimandomi di andare via.

 Me ne sono andata con la testa bassa, sono rientrata in macchina e sono ripartita ma dopo pochi istanti ho visto una Limousine arrivare in senso contrario e allora ho pensato che forse il buon Dio mi stava regalando una pazzesca botta di culo e sono scesa al volo dalla mia macchina (in corsa) e ho iniziato a correre dietro alla Limousine.  Sono tornata alla portata del vigilantes ormai incazzato nero che, stavolta senza cortesia alcuna, mi ha detto che se non me ne fossi andata subito mi avrebbe sparato e siccome me l’ha detto in inglese e la mia amica Benedetta temeva che io non avessi capito, ha iniziato ad urlarmi di correre via perché il tizio mi avrebbe sparato e a quel punto io mi sono voltata verso di lei e con un sangue freddo del quale ancora non mi capacito le ho risposto “Ok, ho capito che mi spara ma mica mi sparerà in testa,  mi sparerà nelle gambe!”.

Ho continuato a correre e (SPOILER) nessuno mi ha sparato. Nella Limousine non c’era Leonardo ma a quel punto ho capito che forse era il caso di battere in ritirata perché sì, mi sentivo abbastanza al sicuro da una pallottola ma non da uno scapaccione che mi avrebbe fatto sputare 3 denti.

E così me ne sono andata via a testa bassa e ancora oggi, se ci ripenso, sono convinta di aver perduto l’occasione della vita.

Insomma, questa è la storia del mio primo amore.

Ricapitoliamo: Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar perché è un attore della Madonna che sul tappeto rosso ci porta la mamma, non una di quelle sgualdrinelle che ciclicamente frequenta e ciò basta per incoronarlo Imperatore dell’Universo Terracqueo e può continuare a non vincere pur restando il migliore di tutti quelli che pensano di averlo battuto e, soprattutto, dovrebbe sposarmi perché per lui ero disposta a beccarmi una pallottola senza battere ciglio e vivaddio, se non è amore questo, ditemi allora cosa lo è.

T.

BFF

Prima gli amici erano quelli che ci venivano imposti dalla scuola, dal quartiere, dal bar.

Erano le persone che trovavamo lì, che ci piacevano perché nella ristretta cerchia che il destino aveva scelto per noi, erano i più simili per gusti, carattere o attitudini.

Erano i compagni di scuola, i vicini di casa , gli amici del fidanzato e gli amici degli amici.

Tutta gente che abbiamo amato e che in rarissimi casi amiamo ancora. Senza i quali non potremmo vivere.

Poi c’è stato l’internetavvento e gli amici abbiamo iniziato a trovarli tra milioni di persone: li abbiamo incontrati nei forum, nei siti, nei gruppi, nelle chat. Li abbiamo scelti. Sono le nostre anime gemelle, le nostre metà della mela, sono a centinaia di chilometri ma non importa, perché con loro abbiamo parlato per ore e ore, ci siamo aperti, ci siamo confidati, abbiamo raccontato loro i nostri segreti inconfessabili, ci abbiamo litigato e li abbiamo ritrovati, li abbiamo persi e rincontrati e quando li vediamo in carne e ossa, abbandoniamo il cellulare e li abbracciamo stretti anche se ogni volta è come se li avessimo visti ieri per l’ultima. Sono come noi o sono l’opposto di noi, ma li amiamo perché non ci sono capitati. Li abbiamo scelti. E no, non potremmo MAI vivere senza di loro.

Poi ci sono gli amici che abbiamo trovato a poche centinaia di metri da noi, quelli che sono sempre stati lì ma dei quali non ci siamo mai accorti, quelli che abbiamo incontrato tardi, ma non è mai troppo tardi, quelli che sono arrivati esattamente quando abbiamo avuto bisogno di loro e che senza neanche saperlo ci hanno aperto l’anima e gli occhi rivolgendoli verso nuovi, lontanissimi orizzonti.

Perché ragazzi, gli amici veri, quelli buoni, quelli indispensabili, non necessariamente sono quelli che ci stanno accanto da una vita ma sono SEMPRE E COMUNQUE quelli che la vita, ad un certo punto, ce la salvano.

T

Vita di T. (e anche un po’ di P. mortacci sua).

Sono quel genere di persona che chiama tutti “bella, amore, tesoro, carissima” e chi più ne ha, più ne metta.

E’ un brutto vizio, lo so, esattamente come so che a moltissime persone da fastidio non essere chiamate per nome ma con un molto generico e apparentemente ipocrita “tesoro”. Sono dunque consapevole del fatto che molti di voi penseranno che io sia una falsa impunita e bella lì.

Amen.

Quello che voglio che voi sappiate è che io chiamo tutti con un nomignolo o con un vezzeggiativo perché ci sono stata costretta. Prima non ero così. Prima chiamavo tutti per nome. Poi ho chiamato un nome sbagliato e da allora ho smesso di chiamare.

Ero con un mio ex, una persona davvero adorabile questo qui, lo ricordo  con molto affetto e per me è una novità. Il suo nome è E. ma io l’ho chiamato P. ed è successa una tragedia.

Del tipo che lui ha fermato la (MIA) macchina e mi ha costretta a scendere, mi ha lasciata al battente alla fermata del 3 ed io sono stata zitta e ho aspettato l’autobus, poi sono tornata a casa e ho ripreso la (MIA) macchina il giorno dopo, tutto questo senza fiatare  perché aveva ragione lui, perché avevo sbagliato io, perché mentre gli chiedevo qualcosa l’ho chiamato con il nome di un’altra persona e questo non si fa, in nessun universo si fa, nemmeno se fate le corna al vostro fidanzato con un suo amico si fa.  Lui si chiamava E. ed io l’ho chiamato P.

Sono una stupida ma non sono una stupida che ripete lo stesso errore due volte e dunque, da quel giorno lì, i nomi propri sono morti per me, sostituiti da una marea di rassicuranti “tesoro” che non feriscono nessuno e sono assolutamente politically correct.

Detto questo tocca aprire una parentesi, perché se è vero che vi conosco, so bene che tutti voi starete spasimando per sapere chi è P.

P. era un tizio amico di amici che ho conosciuto all’università. Un tipo come tanti  che ho visto per la prima volta in un pub. Lui portava un vassoio di patatine, io ero seduta con degli amici. Io l’ho guardato, lui mi ha guardata, si è distratto, è inciampato su un gradino e ha rovesciato le patatine. Praticamente la prima volta che P. mi ha vista ha preso un super cazziatone dal suo capo e la colpa è stata mia.

Ora, può un vassoio di patatine rovesciato da un cameriere a causa di uno sguardo far nascere istantaneamente un milione di farfalle nella pancia? Ma che ve lo dico a fare? Per innamorarsi un’ora è troppo, a volte bastano 3 secondi e un gradino scivoloso.

A scanso equivoci ci tengo a precisare che io e P. non solo non siamo mai stati amanti ma nemmeno amici. Non so quando festeggia il compleanno, non conosco il suo cognome, non ho mai avuto il sui numero di telefono. Mi sono presa una cotta per il ragazzo delle patatine che sapeva a malapena della mia esistenza.

Anzi, diciamo la verità: P. non mi cagava proprio. Lui lavorava sempre in quel locale che io frequentavo spessissimo e stava lì, a portata d’occhi a spinare birra, a preparare cocktail e a NON servire patatine. Ed io ero lì ad ubriacarmi di shottini al peperoncino con i miei amici, come ogni brava matricola ha l’obbligo morale di fare. Poi una sera è successa una cosa, P. mi ha salvato la vita ed io mi sono innamorata di lui. Perdutamente. Lui lavava i bicchieri ed io lo guardavo. Lui lucidava i teschi ed io sospiravo. Lui portava le birre ed io scrivevo poesie d’amore sul librone del locale. Lui mi urlava all’orecchio cosa volessi da bere ed io, cercando di non svenire e superando con la mia voce tremante quella di Kurt Cobain, rispondevo strillando ” fai tu” sbattendo le ciglia.

Tutto ciò è andato avanti per anni. Un rassicurante, esaltante amore segreto e non corrisposto alimentato dal fatto che P. NON MI HA MAI DEGNATA DI UNO SGUARDO. Se non quella sera lì, quella in cui è stato scelto per salvarmi la vita ed io mi sono innamorata di lui.

Non gli ho mai rivelato i miei sentimenti perché probabilmente non ne provavo, ora me ne rendo conto. Era soltanto una fissa pazzesca perché, ne sono certa, se lui mi avesse parlato l’incantesimo si sarebbe spezzato; ma lui non mi parlava affatto ed io non parlavo a lui ed era tanto bello cullarsi in quell’amore unilaterale, era dolce sentire il mio migliore amico ripetermi “Tati quello è gay altrimenti non si spiega“, era eccitante cercarlo con lo sguardo dietro il bancone, era splendido immaginare che quel sorriso fosse riservato solo a me e non a tutte le clienti ed era fantastico ingozzarsi di spiedini di fragole a gennaio perché P. sapeva che mi piacciono le fragole da morire e se ne ricordava sempre e chissenefrega che sono allergica e puntualmente mi svegliavo la domenica mattina con la faccia rosso fuoco e le bolle.

P. aveva preparato 18 spiedini di fragola e li aveva offerti e me e io li avevo mangiati tutti perché avevo 20 anni e l’amore a 20 anni è farsi venire le bolle.

Ora, se qualcuno di voi ha avuto un P. nella vita sa di cosa io stia parlando. Quindi, ragazze specialmente, sapete cosa significa quando finalmente dopo anni di spasmi amorosi e sguardi languidi, di occhiate di sguincio e di amici costretti a fare la parte dei fidanzati per valutare eventuali reazioni, improvvisamente, l’oggetto dei vostri desideri fa quello che non ha fatto mai.

VI CAGA.

Eravamo ad una festa ed io ero bellissima. Me la ricordo quella sera e mi ricordo che prima di uscire mi ero specchiata, avevo guardato il poster a grandezza naturale di Nesta posto vicino allo specchio e gli avevo detto “Alessà, so proprio figa stasera, se m’incontrassi ti innamoreresti, no lla brutta della sposa tua”.  Eravamo ad una festa nel locale dove lavorava P.  e lui c’era, solo che non faceva il barista. Aveva un bicchiere in mano e la serata libera. L’ho visto subito, l’ho visto da lontano. E l’ho visto strizzare l’occhio. A me.

Avete presente quando vi accade qualcosa che non capite subito? Quando vi sembra che la scena che state vivendo sia al rallentatore? In quel momento lì io mi sentivo così. E avevo la colonna sonora di Momenti di Gloria nelle orecchie. Lo vedevo sorridere a me e avvicinarsi. A ME. Per la prima volta P. mi aveva vista DAVVERO. Mi ha raggiunta, mi ha baciata sulle guance e mi ha detto che ero molto, molto bella. Poi mi ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Non vi dico cosa, ma sappiate che P. ci ha provato. E che la musica di Momenti di Gloria si è trasformata in una marcia trionfale. Ero single e sentivo il cuore che mi stava scoppiando dalla felicità. O forse era solo la soddisfazione, non so.

Quello che so è che il mio cervello orgoglioso e idiota ha preso una decisione in quel momento. Perché riusciva a pensare a solo una cosa in quegli istanti, a formulare un solo pensiero. Quel pensiero era “CREPA”.

Ho fatto la figa, signori e signore. Me la sono tirata. Non ricordo nemmeno cosa ho risposto a P. ma sta di fatto che P. è rimasto a bocca aperta. In quel momento mi sentivo la regina del sistema solare. Marylin Monroe che tromba un Kennedy a caso non poteva sentirsi invincibile  e figa come mi sentivo figa e invincibile io in quel momento.

Ho vinto“, pensavo. “Ha capitolato“, pensavo. “Domani mi chiama“, pensavo.

Pensavo male.

P. non mi ha mai più cagata. P. non ha chiesto il mio numero agli amici in comune, P. non mi ha cercata, P. non ha insistito. P. quella sera era sicuramente uscito di senno oppure era ubriaco lercio ed io ho dovuto fare la figa.

Non so nulla di P. più nulla.

So solo che si trova incastrato tra il mio esofago e la mia trachea e lì starà. Per sempre.

Scusate la divagazione, ma era necessaria per farvi sapere come mai  ho iniziato a chiamare tutti “amore” e “tesoro”. Sapete a chi dare la colpa. Quello che non sapete però e che ci tengo a dirvi è che nella mia idiozia non sono affatto bugiarda: se chiamo qualcuno “tesoro” è perché penso che lo sia davvero. Non chiamerò mai tesoro chi penso sia un infame, né chiamerò mai “bella” una persona che ritengo brutta o “cara” una stronza certificata. Se vi chiamo per nome è perché non abbiamo un grado di confidenza sufficiente o perché penso che voi apparteniate a quella categoria di persone che odia essere chiamata con un vezzeggiativo, perché lo trovano ipocrita.

(Se non vi chiamo affatto, morite pure).

Non sono una bugiarda e sono molto, molto precisa e certosina nel mio vezzo di chiamarvi con un nomignolo sciocco perché sono molte cose brutte, ma davvero non sono ipocrita. Non riesco a fare buon viso a cattivo gioco, una volta ero una maestra di diplomazia e adesso sono una stronza ma non sono una stronza falsa.

Se vi chiamo amore, vi amo davvero. Non importa di che genere di amore io vi ami. Vi amo e basta.

Gli ipocriti e i falsi non sono quelli che vi chiamano con un nomignolo sappiatelo, ma le persone che architettano malvagità alle vostre spalle e che poi le realizzano, quelle che cliccano “mi piace” sotto a tutti i vostri status di Facebook dopo aver sparlato  di voi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, quelli che chiedono informazioni di voi a vostra madre e poi quando vi incontrano non vi salutano o peggio ancora, quelli che fanno finta di trovarvi simpatici e che cercando di essere amici vostri per un proprio tornaconto. Un tornaconto che non è sempre economico.

Sveglia!

Quelli sono i veri ipocriti.

E voi li frequentate ogni giorno. Ne siete circondati tesori miei.

T.

Ps: qualche anno fa, molti anni dopo Bologna e dopo P. una mia amica mi ha raccontato che una sua amica ha avuto una storia con P. e che P. si è rivelato essere una pippa colossale. Quando l’ho saputo ho mandato un sms al mio migliore amico di allora (e di ora) e lui mi ha risposto “te lo avevo detto che era gay”. 

Io non so come la chiamate questa cosa voi. Io la chiamo “giustizia della Madonna”.

The Mexican

Dio, quanto vorrei che voi faceste un viaggio attraverso i miei occhi.

Vorrei farvi vedere le cose che vedo io, vorrei farvi sentire le sensazioni che provo quando mi trovo in un posto che non ho mai visto.

1) Cancùn, Playa Las Perlas, Quintana Roo.

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2) Riserva della Biosfera di Ria Celestùn, Yucatàn.

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L’attesa della partenza, la gioia della scoperta, la piacevole ansia della novità, la tachicardia della sorpresa.

Gli occhi del viaggiatore sono diversi da quelli di tutti gli altri. Vedono cose che voi non vedete, colgono attimi celati, momenti segreti.

3) Sito Archeologico di Coba, Quintana Roo.

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Io l’ho capito dopo anni ed anni di vacanze, quando ho smesso di essere la ragazza che aspettava il mese di agosto per rilassarsi e sono diventata una viaggiatrice.

Allora ho smesso di pensare al volo comodo, all’hotel bello e alla vacanza riposante: fatele voi queste cose se vi piacciono. Tappatevi nei vostri resort a 5 stelle e uscitene solo per studiare da lontano la flora e la fauna, anche quella umana. Preoccupatevi pure della morbidezza del materasso, della quantità di piscine, del gioco aperitivo e della comodità degli spostamenti.

A me questi particolari non interessano più.

Io voglio vedere le rovine che si svegliano nella luce fresca dell’alba e voglio vederle di fiamma, nel tramonto più caldo.

4) Gran Piramide di Coba, Quintana Roo.

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5) Piramide dell’Indovino, Uxmal, Yucatàn.

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6) Cuadrangulo de las monjas (in cima), Uxmal, Yucatan.

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7) El Caracol, Chichén Itzà, Yucatàn.

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Voglio vedere il mare prima bianco, poi turchese e poi blu e voglio tuffarmici in mezzo e poi voglio osservarlo gonfiarsi di pioggia e infuriarsi di spuma.

8) Golfo de Mexico.

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9) Cancùn, Playa Las Perlas, Quintana Roo.

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10) Ruinas de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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11) El Castillo, Tulum, Yucatàn.

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12) Playa de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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Voglio camminare nella giungla verde e lussureggiante e voglio vederla lucida di pioggia e voglio che quelle gocce grandi, gocce che riempiono un bicchiere, mi inzuppino dalla testa ai piedi e voglio allargare le braccia sulla cima della piramide e prendermi tutta l’acqua che qualcuno ha destinato a me, quel giorno.

13) Coba, Yucatàn.

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14) Chichén Itzà, Quintana Roo.

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15) Gran Piramide, Uxmal, Yucatàn.

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16) Gran Piramide, Coba, Yucatàn (tanta, tanta, tanta pioggia).

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Voglio stare sveglia per colpa degli uccellini che cantano per tutta la notte e voglio correre nel campo del gioco della palla osservata da migliaia di iguane, immaginando i magnifici giocatori coperti dai paramenti che senza paura cercavano la vittoria, pur sapendo che il trionfo avrebbe significato il sacrificio supremo, quello della vita.

17) Somewhere in Mexico.

uccellino

iguana

18) Juego de la pelota (anello), Coba, Yucatan.

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19) Ruinas de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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20) Juego de la Pelota, Uxmal, Yucatàn.

zampadigiaguaro

Voglio sognare la grande meraviglia del mondo e immaginarla come un enorme serpente piumato e voglio battere le mani e sentirne il canto.

Soprattutto voglio sperare che una cosa del genere non possa essere stata progettata da un uomo comune, ma da un altro viaggiatore che però non arriva dall’altra parte del mondo bensì dall’altra parte del cielo.

21) Piramide de Kukulkàn, Chichèn Itzà, Yucatàn.

kukulkan

kukulkan2

kukulkan3

Voglio immergermi nell’acqua ferma e cristallina del cenote e poi guidare attraverso strade selvagge ed ininterrotte.

Voglio perdermi ancora una volta nelle migliaia di calle senza nome, fino a giungere a quella città coloniale, specchio di una civiltà presuntuosa ed arrogante che ha tentato di spazzarne via un’altra che però, nonostante l’annientamento delle armi e il polveroso trascorrere del tempo, resta ancora quella più importante, quella principale; la civiltà che tutto il mondo viene a scoprire e conoscere, anche se, per certi aspetti, non può essere davvero conosciuta né spiegata dalla la razionalità umana, non nella sua interezza almeno e che dunque, per forza di cose, deve essere stata ispirata e guidata da qualcun altro. Da un’altra civiltà, superiore probabilmente, che viene da chissà dove e che ci guarda, chissà come.

22) Gran Cenote, Tulum, Yucatàn.

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23) Izamal (la città gialla), Yucatàn.

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24) Mérida, Yucatàn.

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Questo è stato il mio viaggio in Mexico. Tra un tacos ed una tequila, certo.

25) Tequileria, Cancùn, Quintana Roo.

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26) Ruinas de Tulum, Yucatàn.

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Se voi che ci siete stati avete visto altre cose, se voi che ci andrete, ripensando a queste righe non capirete di cosa ho parlato sino ad ora, beh, quello è un problema unicamente vostro.

Vacanzieri da strapazzo che non siete altro.

(Questo post è dedicato alla mia amica F. che dopo due settimane di vacanze al mare, alla mia domanda “Come è andata?” ha risposto “Bene, ma sai, a me queste vacanze rilassanti dove non si fa un cazzo, mi stressano!”).

Questo è lo spirito.

T.

27) Playa de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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Coriandoli.

Le persone “stanno a pezzi”.

Fatevene una ragione.

Una volta si chiedeva “come stai”? e ci si aspettava la solita risposta falsissima di cortesia “bene grazie e tu”?

Adesso non accade più.

Adesso la stragrande maggioranza delle persone risponde “sto a pezzi“.

Saranno persone sincere che vi devo dire!

Mi sento però in dovere di farvi sapere, io che “i pezzi” li conosco benissimo credetemi, che di pezzi esistono varie tipologie.

Ci sono i pezzettoni, ci sono i pezzetti, ci sono i coriandoli e poi si arriva anche allo stato liquido se proprio volete saperlo (e continuare impunemente e testardamente a soffrire).

Dovete essere più specifici, dovete informarci, dovete farci conoscere la misura dei vostri pezzi, razza di megalomani frignoni che non siete altro.

Così che noi, quelli che il nostro puzzle ce lo siamo ricostruiti con l’orgoglio, la dignità e le lacrime silenziose, così che noi potremo sapere con che attrezzo, ramazza, paletta o cannuccia, dovremmo continuare a raccogliervi.

Nei secoli dei secoli.

Amen.

 

L’Amour Fou (Paris, Maggio 2013)

Non è possibile scrivere di Parigi senza offenderla quindi non ci proverò nemmeno.

Perché Parigi non è solo la città più bella del mondo (per me).

Parigi è uno stato d’animo, uno scorcio, uno scintillio, un palpito, una musica e non può essere imprigionata in qualche riga, seppur sublime.

Parigi ti entra dentro e non ne esce più. Non importa quanto tempo tu ci abbia trascorso, se pochi giorni o mesi o anni. Ogni volta che la saluti sai già che vorrai tornare a godere di quell’atmosfera unica ed inimitabile ancora una volta. E ancora un altro po’.

Parigi t’innamora. E’ come una persona che abbiamo amato molto e ormai dimenticato: possiamo non pensarci per mesi, forse anni, possiamo seppellire la sua immagine nei meandri della coscienza e la sua voce nell’oblio della cenere ma quando il suo ricordo si affaccerà distrattamente nella nostra mente, non potremo non ricordarla con una punta di dolorosa nostalgia che pizzica e preme in quel luogo sconosciuto e ameno che è il nostro cuore.

E quel ricordo ci farà sorridere e piangere, ci farà bene ma anche un po’ male.

Magari ci farà venire voglia di tornare.

T.

1) Cimetière du Pere Lachaise.

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2) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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3) Congiergerie, Ile de la Cité.

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4) Pyramide du Louvre.

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5) Amore e Psiche, Musèe du Louvre.

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6) Area Denon, Musée du Louvre.

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7) Nike di Samotracia, Musée du Louvre.

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8) Champ de Mars.

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9) Champ de Mars (e mini Tour Eiffel).

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10) Tour Eiffel.

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11) Galerie de Glaces, Chateau de Versailles.

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12) Appartement du Roi, Stanza del Re Sole, Chateau de Versailles.

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13) Grand appartement de la Reine, Stanza di Maria Antonietta, Chateau de Versailles.

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14) Chateau de Versailles.

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15) Jardin de Versailles.

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16) Villaggio della Regina, Chateau de Versailles.

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17) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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18) La Seine.

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19) Ladurée, Champs Elysées.

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20) Arc de Triomphe.

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21) Musée Du Louvre.

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22) Musée d’Orsay.

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23) Sacre Coeur, Montmartre.

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24) Montmartre.

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25) Chez Marie, Montmartre (post boeuf chateaubriand pre creme brulée).

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26) Metro de Abesses, Montmartre.

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27) Moulin Rouge, Pigalle.

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28) Cafè des 2 moulins, Rue Lepic, Pigalle.

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Miss you.

Mi manchi.

Sono due parole semplici semplici che compongono una delle frasi esistenti più difficili da pronunciare.

Mi manchi vuol dire tante cose: non posso stare senza te, ti prego torna, perché sei andato via? La mancanza è qualcosa che parte da dentro, che crea un vuoto, una bolla d’aria che si gonfia sempre più e che da niente può essere riempita, se non dall’oggetto della mancanza.

La mancanza spesso è una condizione reversibile ma la condicio sine qua non per la sua reversibilità è avere una buona dose di coraggio, seppellire l’orgoglio bloccante che spesso si confonde con la codardia e pronunciare le parole suddette.

Il che ci porta ad altre parole, ad un’altra frase, bellissima stavolta ma difficile altrettanto.

Mi sei mancato.

Frase che travalica il coraggio, parole da temerari queste.

Perché “mi sei mancato” presuppone che la mancanza sia stata superata, che la bolla d’aria si sia sgonfiata, che l’aberrante vuoto sia stato riempito. Finalmente.

“Mi sei mancato” è una frase imbevuta di umiltà composta da parole forse superflue ma stillanti gioia.

E’ il riempimento del vuoto assordante, il balsamo che placa il bruciore. E’ il braccio che ricresce.

Perché la mancanza, quella vera, quella che riguarda una persona senza la quale davvero non puoi stare è una sensazione penosa e alienante, dolorosa anche fisicamente. E’ un ronzio nelle orecchie, è la nausea insuperabile, è  il tuo braccio destro che ieri c’era e che oggi non c’è più.

Puoi vivere senza il tuo braccio destro, sì, ma come?

Se una persona vi manca così, se vi sentite come se vi avessero strappato un arto, se volete che il braccio torni al suo posto armatevi di coraggio e di una penna, reale o virtuale che sia.

Siate coraggiosi prima per poter essere temerari poi.

Dite “mi manchi” per poter dire “mi sei mancato”.

(Mi sei mancato, non potevo stare senza di te, grazie per essere tornato, non andare via mai più).

T.

(Cercando nell’archivio del blog si trovano di queste cose. A rileggerle fanno sorridere sempre).

Anyone’s Ghost (Edimburgo, Marzo 2012)

C’era una volta un castello antichissimo, costruito su una roccia che dominava la città. Era un castello fatto di pietra grigia, scurita dal tempo, levigata dalle piogge e accarezzata dal vento, dimora di re incoronati sulla Pietra del Destino, testimone di sanguinosi intrighi e dolorosi tradimenti, di passioni pericolose e di amori impossibili, menestrello di storie che ancora echeggiano nelle sale maestose, nelle chiese millenarie, nelle segrete spaventose, nei cortili fioriti.

1) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

2) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

3) St. Margaret’s Chapel – Castle Rock – Edimburgo

C’era una volta un cielo d’argento liquido, perlescente, impreziosito da gemme gonfie di pioggia, pronto a lasciare generosamente spazio, in un batter di ciglia, al fratello più gaio, vestito di azzurro carico e solcato da grosse nuvole di un bianco abbacinante che si diradano solo verso sera per indossare le romantiche e ricche sfumature del velluto che dalla porpora stempera nel bronzo e nell’oro.

4) Shomewere in Edimburgo.

5) Arthur ‘s Seat – Holyrood – Edinburgh

6) Sunset. Calton Hill – New Town – Edinburgh.

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C’era una volta una taverna dedicata ad un criminale e piccoli e accoglienti locali scovati per caso, rifugi da una pioggia improvvisa, che servono un cibo inaspettatamente squisito, un salmone rosa racchiuso in una crosta croccante, una torta di mele affogata in un mare di crema gialla e calda, una montagna di carne di cui preferisco ignorare la provenienza adagiata su un tortino di morbide patate, una cheesecake che non ha bisogno di parole ma solo di papille gustative ben allenate… ed un aforisma da regalare a tutti coloro che vivono di insalata e yogurt magro e che vanno in palestra un paio di volte al giorno.

7) Deacon Brodie’s Tavern.

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8) Somewhere in Edinburgh. Yummi!

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C’erano una volta graziose lapidi arrotondate dal tempo, sorvegliate da fiori pazienti e da alberi scheletrici e c’erano muri di mattoni affumicati che hanno visto tante cose,  claustrofobici “close” e “wynd” che ne hanno celate altrettante e segreti terribili che non possono essere rivelati se non da fantasmi antichi che non riescono a trovare la pace. E c’erano porte con gli occhi e cattedrali opulente e case che somigliano a castelli ed il suono delle cornamuse aleggia nell’aria, scivola tra i vicoli e si intreccia ad un incantesimo lanciato da una bacchetta di agrifoglio con un nucleo fatto di piuma di fenice.

9) Somewhere in Edinburgh.

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10) Scott Monument Edinburgh.

11) Somewhere in Edinburgh.

12) Wynd in Edinburgh.

13) Somewhere in Edinburgh.

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14) Canongate Toolboth, Old Town, Edinburgh.

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15) St. Giles Cathedral.

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16) Welcome to Diagon Alley. 

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C’erano una volta tre amiche che sono partite insieme quasi per caso e che si sono ritrovate a Edimburgo a San Patrizio. Non si è ancora capito bene come. Queste tre ragazze si sono divertite tantissimo. Ma proprio tanto. E ci sono foto che testimoniano  una serata divertentissima passata a ballare in mezzo ad un’orda assassina di gente seminuda vestita di verde che aveva evidentemente scambiato le 19 del 17 Marzo con la mezzanotte del 31.12. Quelle foto non verranno pubblicate. A meno che non facciano un film su questo viaggio. Un film che finirà come “Una notte da Leoni”.

Però, e chi viaggia lo sa, i compagni di viaggio sono importanti quanto e forse più del viaggio stesso. Quindi, per voi, ecco le foto “politically correct” delle mie 2 insuperabili compagne. A loro va il mio “grazie”.

Susi.

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Dani.

dani

Me.

Ops!

Party!

dani e tati festa

T.