Smetto quando voglio

Marissa1331

BFF

Prima gli amici erano quelli che ci venivano imposti dalla scuola, dal quartiere, dal bar.

Erano le persone che trovavamo lì, che ci piacevano perché nella ristretta cerchia che il destino aveva scelto per noi, erano i più simili per gusti, carattere o attitudini.

Erano i compagni di scuola, i vicini di casa , gli amici del fidanzato e gli amici degli amici.

Tutta gente che abbiamo amato e che in rarissimi casi amiamo ancora. Senza i quali non potremmo vivere.

Poi c’è stato l’internetavvento e gli amici abbiamo iniziato a trovarli tra milioni di persone: li abbiamo incontrati nei forum, nei siti, nei gruppi, nelle chat. Li abbiamo scelti. Sono le nostre anime gemelle, le nostre metà della mela, sono a centinaia di chilometri ma non importa, perché con loro abbiamo parlato per ore e ore, ci siamo aperti, ci siamo confidati, abbiamo raccontato loro i nostri segreti inconfessabili, ci abbiamo litigato e li abbiamo ritrovati, li abbiamo persi e rincontrati e quando li vediamo in carne e ossa, abbandoniamo il cellulare e li abbracciamo stretti anche se ogni volta è come se li avessimo visti ieri per l’ultima. Sono come noi o sono l’opposto di noi, ma li amiamo perché non ci sono capitati. Li abbiamo scelti. E no, non potremmo MAI vivere senza di loro.

Poi ci sono gli amici che abbiamo trovato a poche centinaia di metri da noi, quelli che sono sempre stati lì ma dei quali non ci siamo mai accorti, quelli che abbiamo incontrato tardi, ma non è mai troppo tardi, quelli che sono arrivati esattamente quando abbiamo avuto bisogno di loro e che senza neanche saperlo ci hanno aperto l’anima e gli occhi rivolgendoli verso nuovi, lontanissimi orizzonti.

Perché ragazzi, gli amici veri, quelli buoni, quelli indispensabili, non necessariamente sono quelli che ci stanno accanto da una vita ma sono SEMPRE E COMUNQUE quelli che la vita, ad un certo punto, ce la salvano.

T

Vita di T. (e anche un po’ di P. mortacci sua).

Sono quel genere di persona che chiama tutti “bella, amore, tesoro, carissima” e chi più ne ha, più ne metta.

E’ un brutto vizio, lo so, esattamente come so che a moltissime persone da fastidio non essere chiamate per nome ma con un molto generico e apparentemente ipocrita “tesoro”. Sono dunque consapevole del fatto che molti di voi penseranno che io sia una falsa impunita e bella lì.

Amen.

Quello che voglio che voi sappiate è che io chiamo tutti con un nomignolo o con un vezzeggiativo perché ci sono stata costretta. Prima non ero così. Prima chiamavo tutti per nome. Poi ho chiamato un nome sbagliato e da allora ho smesso di chiamare.

Ero con un mio ex, una persona davvero adorabile questo qui, lo ricordo  con molto affetto e per me è una novità. Il suo nome è E. ma io l’ho chiamato P. ed è successa una tragedia.

Del tipo che lui ha fermato la (MIA) macchina e mi ha costretta a scendere, mi ha lasciata al battente alla fermata del 3 ed io sono stata zitta e ho aspettato l’autobus, poi sono tornata a casa e ho ripreso la (MIA) macchina il giorno dopo, tutto questo senza fiatare  perché aveva ragione lui, perché avevo sbagliato io, perché mentre gli chiedevo qualcosa l’ho chiamato con il nome di un’altra persona e questo non si fa, in nessun universo si fa, nemmeno se fate le corna al vostro fidanzato con un suo amico si fa.  Lui si chiamava E. ed io l’ho chiamato P.

Sono una stupida ma non sono una stupida che ripete lo stesso errore due volte e dunque, da quel giorno lì, i nomi propri sono morti per me, sostituiti da una marea di rassicuranti “tesoro” che non feriscono nessuno e sono assolutamente politically correct.

Detto questo tocca aprire una parentesi, perché se è vero che vi conosco, so bene che tutti voi starete spasimando per sapere chi è P.

P. era un tizio amico di amici che ho conosciuto all’università. Un tipo come tanti  che ho visto per la prima volta in un pub. Lui portava un vassoio di patatine, io ero seduta con degli amici. Io l’ho guardato, lui mi ha guardata, si è distratto, è inciampato su un gradino e ha rovesciato le patatine. Praticamente la prima volta che P. mi ha vista ha preso un super cazziatone dal suo capo e la colpa è stata mia.

Ora, può un vassoio di patatine rovesciato da un cameriere a causa di uno sguardo far nascere istantaneamente un milione di farfalle nella pancia? Ma che ve lo dico a fare? Per innamorarsi un’ora è troppo, a volte bastano 3 secondi e un gradino scivoloso.

A scanso equivoci ci tengo a precisare che io e P. non solo non siamo mai stati amanti ma nemmeno amici. Non so quando festeggia il compleanno, non conosco il suo cognome, non ho mai avuto il sui numero di telefono. Mi sono presa una cotta per il ragazzo delle patatine che sapeva a malapena della mia esistenza.

Anzi, diciamo la verità: P. non mi cagava proprio. Lui lavorava sempre in quel locale che io frequentavo spessissimo e stava lì, a portata d’occhi a spinare birra, a preparare cocktail e a NON servire patatine. Ed io ero lì ad ubriacarmi di shottini al peperoncino con i miei amici, come ogni brava matricola ha l’obbligo morale di fare. Poi una sera è successa una cosa, P. mi ha salvato la vita ed io mi sono innamorata di lui. Perdutamente. Lui lavava i bicchieri ed io lo guardavo. Lui lucidava i teschi ed io sospiravo. Lui portava le birre ed io scrivevo poesie d’amore sul librone del locale. Lui mi urlava all’orecchio cosa volessi da bere ed io, cercando di non svenire e superando con la mia voce tremante quella di Kurt Cobain, rispondevo strillando ” fai tu” sbattendo le ciglia.

Tutto ciò è andato avanti per anni. Un rassicurante, esaltante amore segreto e non corrisposto alimentato dal fatto che P. NON MI HA MAI DEGNATA DI UNO SGUARDO. Se non quella sera lì, quella in cui è stato scelto per salvarmi la vita ed io mi sono innamorata di lui.

Non gli ho mai rivelato i miei sentimenti perché probabilmente non ne provavo, ora me ne rendo conto. Era soltanto una fissa pazzesca perché, ne sono certa, se lui mi avesse parlato l’incantesimo si sarebbe spezzato; ma lui non mi parlava affatto ed io non parlavo a lui ed era tanto bello cullarsi in quell’amore unilaterale, era dolce sentire il mio migliore amico ripetermi “Tati quello è gay altrimenti non si spiega“, era eccitante cercarlo con lo sguardo dietro il bancone, era splendido immaginare che quel sorriso fosse riservato solo a me e non a tutte le clienti ed era fantastico ingozzarsi di spiedini di fragole a gennaio perché P. sapeva che mi piacciono le fragole da morire e se ne ricordava sempre e chissenefrega che sono allergica e puntualmente mi svegliavo la domenica mattina con la faccia rosso fuoco e le bolle.

P. aveva preparato 18 spiedini di fragola e li aveva offerti e me e io li avevo mangiati tutti perché avevo 20 anni e l’amore a 20 anni è farsi venire le bolle.

Ora, se qualcuno di voi ha avuto un P. nella vita sa di cosa io stia parlando. Quindi, ragazze specialmente, sapete cosa significa quando finalmente dopo anni di spasmi amorosi e sguardi languidi, di occhiate di sguincio e di amici costretti a fare la parte dei fidanzati per valutare eventuali reazioni, improvvisamente, l’oggetto dei vostri desideri fa quello che non ha fatto mai.

VI CAGA.

Eravamo ad una festa ed io ero bellissima. Me la ricordo quella sera e mi ricordo che prima di uscire mi ero specchiata, avevo guardato il poster a grandezza naturale di Nesta posto vicino allo specchio e gli avevo detto “Alessà, so proprio figa stasera, se m’incontrassi ti innamoreresti, no lla brutta della sposa tua”.  Eravamo ad una festa nel locale dove lavorava P.  e lui c’era, solo che non faceva il barista. Aveva un bicchiere in mano e la serata libera. L’ho visto subito, l’ho visto da lontano. E l’ho visto strizzare l’occhio. A me.

Avete presente quando vi accade qualcosa che non capite subito? Quando vi sembra che la scena che state vivendo sia al rallentatore? In quel momento lì io mi sentivo così. E avevo la colonna sonora di Momenti di Gloria nelle orecchie. Lo vedevo sorridere a me e avvicinarsi. A ME. Per la prima volta P. mi aveva vista DAVVERO. Mi ha raggiunta, mi ha baciata sulle guance e mi ha detto che ero molto, molto bella. Poi mi ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Non vi dico cosa, ma sappiate che P. ci ha provato. E che la musica di Momenti di Gloria si è trasformata in una marcia trionfale. Ero single e sentivo il cuore che mi stava scoppiando dalla felicità. O forse era solo la soddisfazione, non so.

Quello che so è che il mio cervello orgoglioso e idiota ha preso una decisione in quel momento. Perché riusciva a pensare a solo una cosa in quegli istanti, a formulare un solo pensiero. Quel pensiero era “CREPA”.

Ho fatto la figa, signori e signore. Me la sono tirata. Non ricordo nemmeno cosa ho risposto a P. ma sta di fatto che P. è rimasto a bocca aperta. In quel momento mi sentivo la regina del sistema solare. Marylin Monroe che tromba un Kennedy a caso non poteva sentirsi invincibile  e figa come mi sentivo figa e invincibile io in quel momento.

Ho vinto“, pensavo. “Ha capitolato“, pensavo. “Domani mi chiama“, pensavo.

Pensavo male.

P. non mi ha mai più cagata. P. non ha chiesto il mio numero agli amici in comune, P. non mi ha cercata, P. non ha insistito. P. quella sera era sicuramente uscito di senno oppure era ubriaco lercio ed io ho dovuto fare la figa.

Non so nulla di P. più nulla.

So solo che si trova incastrato tra il mio esofago e la mia trachea e lì starà. Per sempre.

Scusate la divagazione, ma era necessaria per farvi sapere come mai  ho iniziato a chiamare tutti “amore” e “tesoro”. Sapete a chi dare la colpa. Quello che non sapete però e che ci tengo a dirvi è che nella mia idiozia non sono affatto bugiarda: se chiamo qualcuno “tesoro” è perché penso che lo sia davvero. Non chiamerò mai tesoro chi penso sia un infame, né chiamerò mai “bella” una persona che ritengo brutta o “cara” una stronza certificata. Se vi chiamo per nome è perché non abbiamo un grado di confidenza sufficiente o perché penso che voi apparteniate a quella categoria di persone che odia essere chiamata con un vezzeggiativo, perché lo trovano ipocrita.

(Se non vi chiamo affatto, morite pure).

Non sono una bugiarda e sono molto, molto precisa e certosina nel mio vezzo di chiamarvi con un nomignolo sciocco perché sono molte cose brutte, ma davvero non sono ipocrita. Non riesco a fare buon viso a cattivo gioco, una volta ero una maestra di diplomazia e adesso sono una stronza ma non sono una stronza falsa.

Se vi chiamo amore, vi amo davvero. Non importa di che genere di amore io vi ami. Vi amo e basta.

Gli ipocriti e i falsi non sono quelli che vi chiamano con un nomignolo sappiatelo, ma le persone che architettano malvagità alle vostre spalle e che poi le realizzano, quelle che cliccano “mi piace” sotto a tutti i vostri status di Facebook dopo aver sparlato  di voi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, quelli che chiedono informazioni di voi a vostra madre e poi quando vi incontrano non vi salutano o peggio ancora, quelli che fanno finta di trovarvi simpatici e che cercando di essere amici vostri per un proprio tornaconto. Un tornaconto che non è sempre economico.

Sveglia!

Quelli sono i veri ipocriti.

E voi li frequentate ogni giorno. Ne siete circondati tesori miei.

T.

Ps: qualche anno fa, molti anni dopo Bologna e dopo P. una mia amica mi ha raccontato che una sua amica ha avuto una storia con P. e che P. si è rivelato essere una pippa colossale. Quando l’ho saputo ho mandato un sms al mio migliore amico di allora (e di ora) e lui mi ha risposto “te lo avevo detto che era gay”. 

Io non so come la chiamate questa cosa voi. Io la chiamo “giustizia della Madonna”.

The Mexican

Dio, quanto vorrei che voi faceste un viaggio attraverso i miei occhi.

Vorrei farvi vedere le cose che vedo io, vorrei farvi sentire le sensazioni che provo quando mi trovo in un posto che non ho mai visto.

1) Cancùn, Playa Las Perlas, Quintana Roo.

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2) Riserva della Biosfera di Ria Celestùn, Yucatàn.

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L’attesa della partenza, la gioia della scoperta, la piacevole ansia della novità, la tachicardia della sorpresa.

Gli occhi del viaggiatore sono diversi da quelli di tutti gli altri. Vedono cose che voi non vedete, colgono attimi celati, momenti segreti.

3) Sito Archeologico di Coba, Quintana Roo.

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Io l’ho capito dopo anni ed anni di vacanze, quando ho smesso di essere la ragazza che aspettava il mese di agosto per rilassarsi e sono diventata una viaggiatrice.

Allora ho smesso di pensare al volo comodo, all’hotel bello e alla vacanza riposante: fatele voi queste cose se vi piacciono. Tappatevi nei vostri resort a 5 stelle e uscitene solo per studiare da lontano la flora e la fauna, anche quella umana. Preoccupatevi pure della morbidezza del materasso, della quantità di piscine, del gioco aperitivo e della comodità degli spostamenti.

A me questi particolari non interessano più.

Io voglio vedere le rovine che si svegliano nella luce fresca dell’alba e voglio vederle di fiamma, nel tramonto più caldo.

4) Gran Piramide di Coba, Quintana Roo.

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5) Piramide dell’Indovino, Uxmal, Yucatàn.

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6) Cuadrangulo de las monjas (in cima), Uxmal, Yucatan.

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7) El Caracol, Chichén Itzà, Yucatàn.

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Voglio vedere il mare prima bianco, poi turchese e poi blu e voglio tuffarmici in mezzo e poi voglio osservarlo gonfiarsi di pioggia e infuriarsi di spuma.

8) Golfo de Mexico.

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9) Cancùn, Playa Las Perlas, Quintana Roo.

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10) Ruinas de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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11) El Castillo, Tulum, Yucatàn.

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12) Playa de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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Voglio camminare nella giungla verde e lussureggiante e voglio vederla lucida di pioggia e voglio che quelle gocce grandi, gocce che riempiono un bicchiere, mi inzuppino dalla testa ai piedi e voglio allargare le braccia sulla cima della piramide e prendermi tutta l’acqua che qualcuno ha destinato a me, quel giorno.

13) Coba, Yucatàn.

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14) Chichén Itzà, Quintana Roo.

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15) Gran Piramide, Uxmal, Yucatàn.

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16) Gran Piramide, Coba, Yucatàn (tanta, tanta, tanta pioggia).

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Voglio stare sveglia per colpa degli uccellini che cantano per tutta la notte e voglio correre nel campo del gioco della palla osservata da migliaia di iguane, immaginando i magnifici giocatori coperti dai paramenti che senza paura cercavano la vittoria, pur sapendo che il trionfo avrebbe significato il sacrificio supremo, quello della vita.

17) Somewhere in Mexico.

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18) Juego de la pelota (anello), Coba, Yucatan.

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19) Ruinas de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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20) Juego de la Pelota, Uxmal, Yucatàn.

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Voglio sognare la grande meraviglia del mondo e immaginarla come un enorme serpente piumato e voglio battere le mani e sentirne il canto.

Soprattutto voglio sperare che una cosa del genere non possa essere stata progettata da un uomo comune, ma da un altro viaggiatore che però non arriva dall’altra parte del mondo bensì dall’altra parte del cielo.

21) Piramide de Kukulkàn, Chichèn Itzà, Yucatàn.

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Voglio immergermi nell’acqua ferma e cristallina del cenote e poi guidare attraverso strade selvagge ed ininterrotte.

Voglio perdermi ancora una volta nelle migliaia di calle senza nome, fino a giungere a quella città coloniale, specchio di una civiltà presuntuosa ed arrogante che ha tentato di spazzarne via un’altra che però, nonostante l’annientamento delle armi e il polveroso trascorrere del tempo, resta ancora quella più importante, quella principale; la civiltà che tutto il mondo viene a scoprire e conoscere, anche se, per certi aspetti, non può essere davvero conosciuta né spiegata dalla la razionalità umana, non nella sua interezza almeno e che dunque, per forza di cose, deve essere stata ispirata e guidata da qualcun altro. Da un’altra civiltà, superiore probabilmente, che viene da chissà dove e che ci guarda, chissà come.

22) Gran Cenote, Tulum, Yucatàn.

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23) Izamal (la città gialla), Yucatàn.

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24) Mérida, Yucatàn.

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Questo è stato il mio viaggio in Mexico. Tra un tacos ed una tequila, certo.

25) Tequileria, Cancùn, Quintana Roo.

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26) Ruinas de Tulum, Yucatàn.

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Se voi che ci siete stati avete visto altre cose, se voi che ci andrete, ripensando a queste righe non capirete di cosa ho parlato sino ad ora, beh, quello è un problema unicamente vostro.

Vacanzieri da strapazzo che non siete altro.

(Questo post è dedicato alla mia amica F. che dopo due settimane di vacanze al mare, alla mia domanda “Come è andata?” ha risposto “Bene, ma sai, a me queste vacanze rilassanti dove non si fa un cazzo, mi stressano!”).

Questo è lo spirito.

T.

27) Playa de Tulum, Tulum, Yucatàn.

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Coriandoli.

Le persone “stanno a pezzi”.

Fatevene una ragione.

Una volta si chiedeva “come stai”? e ci si aspettava la solita risposta falsissima di cortesia “bene grazie e tu”?

Adesso non accade più.

Adesso la stragrande maggioranza delle persone risponde “sto a pezzi“.

Saranno persone sincere che vi devo dire!

Mi sento però in dovere di farvi sapere, io che “i pezzi” li conosco benissimo credetemi, che di pezzi esistono varie tipologie.

Ci sono i pezzettoni, ci sono i pezzetti, ci sono i coriandoli e poi si arriva anche allo stato liquido se proprio volete saperlo (e continuare impunemente e testardamente a soffrire).

Dovete essere più specifici, dovete informarci, dovete farci conoscere la misura dei vostri pezzi, razza di megalomani frignoni che non siete altro.

Così che noi, quelli che il nostro puzzle ce lo siamo ricostruiti con l’orgoglio, la dignità e le lacrime silenziose, così che noi potremo sapere con che attrezzo, ramazza, paletta o cannuccia, dovremmo continuare a raccogliervi.

Nei secoli dei secoli.

Amen.

 

L’Amour Fou (Paris, Maggio 2013)

Non è possibile scrivere di Parigi senza offenderla quindi non ci proverò nemmeno.

Perché Parigi non è solo la città più bella del mondo (per me).

Parigi è uno stato d’animo, uno scorcio, uno scintillio, un palpito, una musica e non può essere imprigionata in qualche riga, seppur sublime.

Parigi ti entra dentro e non ne esce più. Non importa quanto tempo tu ci abbia trascorso, se pochi giorni o mesi o anni. Ogni volta che la saluti sai già che vorrai tornare a godere di quell’atmosfera unica ed inimitabile ancora una volta. E ancora un altro po’.

Parigi t’innamora. E’ come una persona che abbiamo amato molto e ormai dimenticato: possiamo non pensarci per mesi, forse anni, possiamo seppellire la sua immagine nei meandri della coscienza e la sua voce nell’oblio della cenere ma quando il suo ricordo si affaccerà distrattamente nella nostra mente, non potremo non ricordarla con una punta di dolorosa nostalgia che pizzica e preme in quel luogo sconosciuto e ameno che è il nostro cuore.

E quel ricordo ci farà sorridere e piangere, ci farà bene ma anche un po’ male.

Magari ci farà venire voglia di tornare.

T.

1) Cimetière du Pere Lachaise.

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2) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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3) Congiergerie, Ile de la Cité.

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4) Pyramide du Louvre.

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5) Amore e Psiche, Musèe du Louvre.

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6) Area Denon, Musée du Louvre.

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7) Nike di Samotracia, Musée du Louvre.

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8) Champ de Mars.

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9) Champ de Mars (e mini Tour Eiffel).

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10) Tour Eiffel.

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11) Galerie de Glaces, Chateau de Versailles.

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12) Appartement du Roi, Stanza del Re Sole, Chateau de Versailles.

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13) Grand appartement de la Reine, Stanza di Maria Antonietta, Chateau de Versailles.

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14) Chateau de Versailles.

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15) Jardin de Versailles.

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16) Villaggio della Regina, Chateau de Versailles.

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17) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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18) La Seine.

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19) Ladurée, Champs Elysées.

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20) Arc de Triomphe.

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21) Musée Du Louvre.

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22) Musée d’Orsay.

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23) Sacre Coeur, Montmartre.

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24) Montmartre.

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25) Chez Marie, Montmartre (post boeuf chateaubriand pre creme brulée).

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26) Metro de Abesses, Montmartre.

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27) Moulin Rouge, Pigalle.

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28) Cafè des 2 moulins, Rue Lepic, Pigalle.

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Miss you.

Mi manchi.

Sono due parole semplici semplici che compongono una delle frasi esistenti più difficili da pronunciare.

Mi manchi vuol dire tante cose: non posso stare senza te, ti prego torna, perché sei andato via? La mancanza è qualcosa che parte da dentro, che crea un vuoto, una bolla d’aria che si gonfia sempre più e che da niente può essere riempita, se non dall’oggetto della mancanza.

La mancanza spesso è una condizione reversibile ma la condicio sine qua non per la sua reversibilità è avere una buona dose di coraggio, seppellire l’orgoglio bloccante che spesso si confonde con la codardia e pronunciare le parole suddette.

Il che ci porta ad altre parole, ad un’altra frase, bellissima stavolta ma difficile altrettanto.

Mi sei mancato.

Frase che travalica il coraggio, parole da temerari queste.

Perché “mi sei mancato” presuppone che la mancanza sia stata superata, che la bolla d’aria si sia sgonfiata, che l’aberrante vuoto sia stato riempito. Finalmente.

“Mi sei mancato” è una frase imbevuta di umiltà composta da parole forse superflue ma stillanti gioia.

E’ il riempimento del vuoto assordante, il balsamo che placa il bruciore. E’ il braccio che ricresce.

Perché la mancanza, quella vera, quella che riguarda una persona senza la quale davvero non puoi stare è una sensazione penosa e alienante, dolorosa anche fisicamente. E’ un ronzio nelle orecchie, è la nausea insuperabile, è  il tuo braccio destro che ieri c’era e che oggi non c’è più.

Puoi vivere senza il tuo braccio destro, sì, ma come?

Se una persona vi manca così, se vi sentite come se vi avessero strappato un arto, se volete che il braccio torni al suo posto armatevi di coraggio e di una penna, reale o virtuale che sia.

Siate coraggiosi prima per poter essere temerari poi.

Dite “mi manchi” per poter dire “mi sei mancato”.

(Mi sei mancato, non potevo stare senza di te, grazie per essere tornato, non andare via mai più).

T.

(Cercando nell’archivio del blog si trovano di queste cose. A rileggerle fanno sorridere sempre).

Anyone’s Ghost (Edimburgo, Marzo 2012)

C’era una volta un castello antichissimo, costruito su una roccia che dominava la città. Era un castello fatto di pietra grigia, scurita dal tempo, levigata dalle piogge e accarezzata dal vento, dimora di re incoronati sulla Pietra del Destino, testimone di sanguinosi intrighi e dolorosi tradimenti, di passioni pericolose e di amori impossibili, menestrello di storie che ancora echeggiano nelle sale maestose, nelle chiese millenarie, nelle segrete spaventose, nei cortili fioriti.

1) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

2) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

3) St. Margaret’s Chapel – Castle Rock – Edimburgo

C’era una volta un cielo d’argento liquido, perlescente, impreziosito da gemme gonfie di pioggia, pronto a lasciare generosamente spazio, in un batter di ciglia, al fratello più gaio, vestito di azzurro carico e solcato da grosse nuvole di un bianco abbacinante che si diradano solo verso sera per indossare le romantiche e ricche sfumature del velluto che dalla porpora stempera nel bronzo e nell’oro.

4) Shomewere in Edimburgo.

5) Arthur ‘s Seat – Holyrood – Edinburgh

6) Sunset. Calton Hill – New Town – Edinburgh.

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C’era una volta una taverna dedicata ad un criminale e piccoli e accoglienti locali scovati per caso, rifugi da una pioggia improvvisa, che servono un cibo inaspettatamente squisito, un salmone rosa racchiuso in una crosta croccante, una torta di mele affogata in un mare di crema gialla e calda, una montagna di carne di cui preferisco ignorare la provenienza adagiata su un tortino di morbide patate, una cheesecake che non ha bisogno di parole ma solo di papille gustative ben allenate… ed un aforisma da regalare a tutti coloro che vivono di insalata e yogurt magro e che vanno in palestra un paio di volte al giorno.

7) Deacon Brodie’s Tavern.

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8) Somewhere in Edinburgh. Yummi!

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C’erano una volta graziose lapidi arrotondate dal tempo, sorvegliate da fiori pazienti e da alberi scheletrici e c’erano muri di mattoni affumicati che hanno visto tante cose,  claustrofobici “close” e “wynd” che ne hanno celate altrettante e segreti terribili che non possono essere rivelati se non da fantasmi antichi che non riescono a trovare la pace. E c’erano porte con gli occhi e cattedrali opulente e case che somigliano a castelli ed il suono delle cornamuse aleggia nell’aria, scivola tra i vicoli e si intreccia ad un incantesimo lanciato da una bacchetta di agrifoglio con un nucleo fatto di piuma di fenice.

9) Somewhere in Edinburgh.

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10) Scott Monument Edinburgh.

11) Somewhere in Edinburgh.

12) Wynd in Edinburgh.

13) Somewhere in Edinburgh.

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14) Canongate Toolboth, Old Town, Edinburgh.

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15) St. Giles Cathedral.

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16) Welcome to Diagon Alley. 

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C’erano una volta tre amiche che sono partite insieme quasi per caso e che si sono ritrovate a Edimburgo a San Patrizio. Non si è ancora capito bene come. Queste tre ragazze si sono divertite tantissimo. Ma proprio tanto. E ci sono foto che testimoniano  una serata divertentissima passata a ballare in mezzo ad un’orda assassina di gente seminuda vestita di verde che aveva evidentemente scambiato le 19 del 17 Marzo con la mezzanotte del 31.12. Quelle foto non verranno pubblicate. A meno che non facciano un film su questo viaggio. Un film che finirà come “Una notte da Leoni”.

Però, e chi viaggia lo sa, i compagni di viaggio sono importanti quanto e forse più del viaggio stesso. Quindi, per voi, ecco le foto “politically correct” delle mie 2 insuperabili compagne. A loro va il mio “grazie”.

Susi.

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Dani.

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Me.

Ops!

Party!

dani e tati festa

T.

Lincoln – Steven Spielberg – 2012.

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Abramo Lincoln era un avvocato scaltro e dalla lingua lunga che vinceva cause disperate grazie al suo eloquio eccezionale. Era un repubblicano fervente che, nel corso del suo primo mandato, ha visto iniziare la più drammatica guerra mai scatenata dal Governo degli Stati Uniti, la più invasiva perché consumata direttamente nel loro territorio e la più crudele perché fratricida.

Abe Lincoln era un bianco fortemente convinto della superiorità della sua razza nei confronti di quella nera e dunque inizialmente favorevole e sostenitore dell’economia basata sullo schiavismo. Era un presidente autoritario che per raggiungere i propri scopi non ha esitato a prendere decisioni che oggi definiremo fasciste, cancellando sentenze regolarmente emesse da legittimi tribunali, mentendo con l’abilità che contraddistingue il suo mestiere, mercanteggiando voti per garantire il passaggio di provvedimenti che riteneva indispensabili e battendo (letteralmente) i pugni sul tavolo rivendicando “l’immenso potere” di cui era  stato investito.

Era questo il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non esattamente un simpaticone insomma, almeno non per noi (dove per “noi” leggete “persone intelligenti”) che crediamo nella democrazia, nella pace, nell’ uguaglianza tra le persone, tra i popoli, tra le razze.

Si sa però che le storie, quelle con la s maiuscola e non, altro non sono che una questione di prospettiva. E che, intrise nel contesto che le accompagna, vanno studiate e se occorre, giudicate. Quindi ora immaginate Abramo Lincoln in un mondo nel quale il Presidente Degli Stati Uniti d’America tiene udienza 3 volte alla settimana e riceve migliaia di persone che gli avanzano le richieste più strampalate, un Presidente che va al fronte e si siede in mezzo al campo per poter parlare con i soldati dell’Unione bianchi e neri che lo acclamano come un dio, ripetendo i versi più importanti del celebre “Discorso di Gettysburg”.

Immaginate quel mondo lì, nel quale alcune persone sono considerate merci, hanno un prezzo, possono essere scambiate, confiscate, vendute e fatte accoppiare. E immaginate che queste persone siano trattate così perché il popolo tutto è convinto che Dio li abbia fatti diversi e che questo pensiero, per noi oggi assurdo, inconcepibile ed insano fosse  il pensiero di (quasi) tutti. Democratici compresi. Pensate che coloro che osavano affermare il contrario, erano considerati delle persone che si opponevano non solo alla legge degli uomini bensì all’ordine naturale delle cose, un ordine creato da Dio in persona. Immaginate un’epoca nella quale, emancipare i “negri” sarebbe stato il primo pericolosissimo passo verso l’estensione del diritto di voto a tutti.

Anche alle donne!

In questo contesto, in quel mondo, innanzi a quelle persone, Abramo Lincoln ha avuto il coraggio di chiedere un miracolo. E lo ha ottenuto. Ha avuto l’ardire di pensare e immaginare un futuro diverso e di porre l’attenzione del Congresso Americano, non solo sui milioni di uomini in catene che con l’approvazione del Tredicesimo Emendamento avrebbero ottenuto l’emancipazione, ma soprattutto su tutte le persone che, grazie a quell’emendamento, non sarebbero nate sotto l’orribile giogo della schiavitù.

Lincoln ha preso questa epica decisione non per convinzione personale, certamente non in nome di un’uguaglianza sostanziale nella quale non sapeva ancora se credere o meno. Lo ha fatto per l’Unione. Per preservare e mantenere gli Stati Uniti d’America. Lo ha fatto per  la pace. Per lavare via, almeno in parte, quel sangue che si sentiva grondare dalle mani.

Di questo parla il film di Spielberg. Del percorso faticoso e a tratti esilarante che ha portato una delle leggi più importanti nella storia dell’umanità ad essere approvata e dell’uomo pacato ma fermo, gentile ma arguto, pungente e geniale che ha reso tutto questo possibile. Soprattutto parla di uguaglianza. Di quell’ uguaglianza davanti alla legge che deve esistere e di quell’uguaglianza sostanziale che invece, non può.

Lincoln è un film raffinato e difficile che si svela poco a poco e che ha bisogno di tutti i suoi 150 minuti per mostrarsi in tutta la potenza e magnificenza che lo contraddistinguono.

Ancora una volta Spielberg affronta un’argomento toccante ed intenso e lo fa con la maestria del fuoriclasse e la spregiudicatezza dell’esordiente, rendendo avvincente una procedura normalmente noiosissima, tenendo lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso voto dopo voto (anche se, voglio sperare che TUTTI conoscessero l’esito dello scrutinio) e soprattutto facendoci conoscere davvero un uomo che ha fatto la Storia, dipingendone un ritratto realistico, senza fronzoli, senza sconti e senza menzogne, mostrandoci non solo il personaggio pubblico divinizzato, studiato e universalmente noto ma ponendo l’accento soprattutto sul marito in difficoltà, sul padre addolorato e affettuoso ma anche odiato e contestato. L’uomo comune insomma, con le sue debolezze, i suoi dubbi e i suoi inevitabili limiti in grado però di riflettersi su una nazione intera.

Il valore del film è anche nella coralità della pellicola e nella capacità del protagonista di  defilarsi di tanto in tanto, per cedere lo scettro agli altri membri di un cast eccezionale, tanto é vero che il momento più alto, il monologo più importante e portatore del messaggio che il film vuole consegnare allo spettatore  è stato affidato ad uno straripante Tommy Lee Jones che, in meno di due minuti, delinea con poche ed efficaci metafore la vera, unica ed incontrovertibile summa divisio che  sia mai esistita tra le persone, in un tripudio di applausi e di consensi tra il pubblico di allora e quello di oggi.

Per quanto defilato però, Lincoln è e resta il protagonista indiscusso e tutti gli altri personaggi non possono che gravitare nella sua orbita e tornare, prima o poi, ad essere attratti dalla personalità pacata ma allo stesso tempo esplosiva del Presidente, un indimenticabile Daniel Day Lewis talmente perfetto da risultare a tratti inquietante perché in grado di riprodurre in maniera minuziosa la personalità variegata e l’ironia tagliente del grande e controverso uomo che ha cambiato la storia, permettendo a Barack Obama di essere là dove si trova ora e dando il permesso ad un intero popolo di iniziare a sognare.

T.

Capodanno

Oggi, 3 settembre, è il primo dell’anno.

Non ieri che era domenica e tantomeno l’altro ieri.

Non è mai autunno, il sabato.

Oggi invece si iniziano le diete, si scrivono gli appuntamenti sull’agenda, ci si iscrive in palestra, si ricomincia la crema anticellulite, si medita di cavarsi fuori da quella storia inutile, si ha la voglia di innamorarsi di nuovo, si decide di smettere di fumare e di mangiare sano, di bere di meno e di andare in gita la domenica mattina, ci si ripromette di guadagnare un mucchio di soldi, di andare a letto presto la sera, di smetterla di sprecare troppo tempo su internet, di mettere tutta la casa in ordine, di truccarsi e vestirsi bene ogni mattina per andare a lavorare.

Si ricomincia.

I buoni propositi si fanno oggi: ascolterò più musica, leggerò più libri, pubblicherò il mio manoscritto, chiarirò con le persone con le quali sento che devo chiarire qualcosa, chiuderò definitivamente con quelle che non contano più nulla.

Chiederò scusa e mi lascerò scusare.

Chiamerò quell’amica che mi manca tanto.

Cancellerò tutte quelle mail.

Manderò quel messaggio e mi farò passare la voglia di inviare quell’altro.

Ti dirò ti amo.

Questo si fa oggi.

Mentre la pioggia spazza l’afa di un’estate troppo lunga e ormai stantia, noi stiamo qui,  a fare la conta dei sogni e a rottamare quelli che non ci servono più.

Che poi magari, domani, ci sarà di nuovo il sole.

T.

(sìsì lo so :) Grazie delle mail, sono viva e vegeta)

“The things I do for love” (cit)

Chissà cosa si prova.

Chissà.

Non deve essere facile ingoiare rospi così grandi e velenosi, vero?

Dimenticare le brutte parole ascoltate, i torti subiti, le mancanze di rispetto, il palese, continuo, umiliante menefreghismo. Deve essere difficile scordare la lacerante amarezza provata, le cattiverie continue, le lacrime amare ricacciate indietro a forza, le attese interminabili.

Per aspettare chi, poi?

Un’idea che esiste solo nella tua testa, un sorriso di convenienza, una carezza rubata che brucia sulla pelle, più cattiva di uno schiaffo, occhi grandi che non brillano per te, mai, occhi dolci solo in apparenza che nemmeno una volta ti hanno guardata con amore, un bacio che sa di veleno, un tempo rubato sottratto all’onestà, una passione malata che ti scava soltanto un buco dentro e ti risucchia in una voragine di menzogne, di segreti malcelati, di bugie crudeli.

Quanto fa male l’indifferenza? Quella cattiva, quella autentica. Fatta, non di mancate parole e di atteggiamenti sdegnosi, ma di esibizione continua, di tacche su una stecca, interminabile e vergognosa quanto vuoi, ma reale.

Come fai a perdonarla?

Deve essere terribile adesso, soprattutto. Fare finta di niente, fingere spudoratamente che tutto vada assolutamente bene, autoconvincersi che le persone non cambino e che, in fondo, se ci piacciono da anni un motivo ci sarà, stamparsi sulla faccia un sorriso che sempre più somiglia ad un ghigno, sopportare gli sguardi di compassione o di derisione di coloro che sanno e nonostante tutto non riuscire a smetterla, non riappropriarsi della propria dignità e della propria integrità, andare avanti così, verso la distruzione perché tanto è sempre stato così e lo sarà sempre.  Per sempre.

Solo che il baratro non è mai stato così vicino. Mai.

Ed io lo che lo sai, in fondo. Lo so perché, non dicendomelo, me lo hai detto tu.

Ma dimmi.

Quanto costa sanguinare dentro? Rinnegare quello in cui si crede? Buttare alle spalle il proprio orgoglio? Calpestare la propria credibilità? Mentire malamente e continuare  a dire bugie sapendo di farlo? Gettare fango gratuitamente addosso a persone che non se lo meritano e lo sai?

Quanto ti pesa farlo? Quanto ti fa male?

Probabilmente nulla. Anche se io credo che male te ne faccia, e tanto.

E comunque, non importa.

Io ti perdono.

Perché tu, tutto quello che fai, lo fai per amore.

E, “cosa non si fa per amore” (cit)

T.

Dedicato in particolare ad una persona che non ha colpe, se non quella di essere innamorata da sempre di una persona sbagliata, anche se leggendo queste righe, spererà profondamente che io non stia parlando di lei. Mi spiace cara. Parlo ESATTAMENTE di te e ti perdono.

Dedicata in generale a tutti coloro che amano la persona sbagliata senza riuscire a smettere. Non vergognatevi, non c’è vergogna nell’amare una carogna. Anche perché poi, passa.

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