Smetto quando voglio

Marissa1331

Miss you.

Mi manchi.

Sono due parole semplici semplici che compongono una delle frasi esistenti più difficili da pronunciare.

Mi manchi vuol dire tante cose: non posso stare senza te, ti prego torna, perché sei andato via? La mancanza è qualcosa che parte da dentro, che crea un vuoto, una bolla d’aria che si gonfia sempre più e che da niente può essere riempita, se non dall’oggetto della mancanza.

La mancanza spesso è una condizione reversibile ma la condicio sine qua non per la sua reversibilità è avere una buona dose di coraggio, seppellire l’orgoglio bloccante che spesso si confonde con la codardia e pronunciare le parole suddette.

Il che ci porta ad altre parole, ad un’altra frase, bellissima stavolta ma difficile altrettanto.

Mi sei mancato.

Frase che travalica il coraggio, parole da temerari queste.

Perché “mi sei mancato” presuppone che la mancanza sia stata superata, che la bolla d’aria si sia sgonfiata, che l’aberrante vuoto sia stato riempito. Finalmente.

“Mi sei mancato” è una frase imbevuta di umiltà composta da parole forse superflue ma stillanti gioia.

E’ il riempimento del vuoto assordante, il balsamo che placa il bruciore. E’ il braccio che ricresce.

Perché la mancanza, quella vera, quella che riguarda una persona senza la quale davvero non puoi stare è una sensazione penosa e alienante, dolorosa anche fisicamente. E’ un ronzio nelle orecchie, è la nausea insuperabile, è  il tuo braccio destro che ieri c’era e che oggi non c’è più.

Puoi vivere senza il tuo braccio destro, sì, ma come?

Se una persona vi manca così, se vi sentite come se vi avessero strappato un arto, se volete che il braccio torni al suo posto armatevi di coraggio e di una penna, reale o virtuale che sia.

Siate coraggiosi prima per poter essere temerari poi.

Dite “mi manchi” per poter dire “mi sei mancato”.

(Mi sei mancato, non potevo stare senza di te, grazie per essere tornato, non andare via mai più).

T.

(Cercando nell’archivio del blog si trovano di queste cose. A rileggerle fanno sorridere sempre).

Anyone’s Ghost (Edimburgo, Marzo 2012)

C’era una volta un castello antichissimo, costruito su una roccia che dominava la città. Era un castello fatto di pietra grigia, scurita dal tempo, levigata dalle piogge e accarezzata dal vento, dimora di re incoronati sulla Pietra del Destino, testimone di sanguinosi intrighi e dolorosi tradimenti, di passioni pericolose e di amori impossibili, menestrello di storie che ancora echeggiano nelle sale maestose, nelle chiese millenarie, nelle segrete spaventose, nei cortili fioriti.

1) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

2) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

3) St. Margaret’s Chapel – Castle Rock – Edimburgo

C’era una volta un cielo d’argento liquido, perlescente, impreziosito da gemme gonfie di pioggia, pronto a lasciare generosamente spazio, in un batter di ciglia, al fratello più gaio, vestito di azzurro carico e solcato da grosse nuvole di un bianco abbacinante che si diradano solo verso sera per indossare le romantiche e ricche sfumature del velluto che dalla porpora stempera nel bronzo e nell’oro.

4) Shomewere in Edimburgo.

5) Arthur ‘s Seat – Holyrood – Edinburgh

6) Sunset. Calton Hill – New Town – Edinburgh.

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C’era una volta una taverna dedicata ad un criminale e piccoli e accoglienti locali scovati per caso, rifugi da una pioggia improvvisa, che servono un cibo inaspettatamente squisito, un salmone rosa racchiuso in una crosta croccante, una torta di mele affogata in un mare di crema gialla e calda, una montagna di carne di cui preferisco ignorare la provenienza adagiata su un tortino di morbide patate, una cheesecake che non ha bisogno di parole ma solo di papille gustative ben allenate… ed un aforisma da regalare a tutti coloro che vivono di insalata e yogurt magro e che vanno in palestra un paio di volte al giorno.

7) Deacon Brodie’s Tavern.

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8) Somewhere in Edinburgh. Yummi!

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C’erano una volta graziose lapidi arrotondate dal tempo, sorvegliate da fiori pazienti e da alberi scheletrici e c’erano muri di mattoni affumicati che hanno visto tante cose,  claustrofobici “close” e “wynd” che ne hanno celate altrettante e segreti terribili che non possono essere rivelati se non da fantasmi antichi che non riescono a trovare la pace. E c’erano porte con gli occhi e cattedrali opulente e case che somigliano a castelli ed il suono delle cornamuse aleggia nell’aria, scivola tra i vicoli e si intreccia ad un incantesimo lanciato da una bacchetta di agrifoglio con un nucleo fatto di piuma di fenice.

9) Somewhere in Edinburgh.

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10) Scott Monument Edinburgh.

11) Somewhere in Edinburgh.

12) Wynd in Edinburgh.

13) Somewhere in Edinburgh.

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14) Canongate Toolboth, Old Town, Edinburgh.

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15) St. Giles Cathedral.

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16) Welcome to Diagon Alley. 

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C’erano una volta tre amiche che sono partite insieme quasi per caso e che si sono ritrovate a Edimburgo a San Patrizio. Non si è ancora capito bene come. Queste tre ragazze si sono divertite tantissimo. Ma proprio tanto. E ci sono foto che testimoniano  una serata divertentissima passata a ballare in mezzo ad un’orda assassina di gente seminuda vestita di verde che aveva evidentemente scambiato le 19 del 17 Marzo con la mezzanotte del 31.12. Quelle foto non verranno pubblicate. A meno che non facciano un film su questo viaggio. Un film che finirà come “Una notte da Leoni”.

Però, e chi viaggia lo sa, i compagni di viaggio sono importanti quanto e forse più del viaggio stesso. Quindi, per voi, ecco le foto “politically correct” delle mie 2 insuperabili compagne. A loro va il mio “grazie”.

Susi.

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Dani.

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Me.

Ops!

Party!

dani e tati festa

T.

Lincoln – Steven Spielberg – 2012.

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Abramo Lincoln era un avvocato scaltro e dalla lingua lunga che vinceva cause disperate grazie al suo eloquio eccezionale. Era un repubblicano fervente che, nel corso del suo primo mandato, ha visto iniziare la più drammatica guerra mai scatenata dal Governo degli Stati Uniti, la più invasiva perché consumata direttamente nel loro territorio e la più crudele perché fratricida.

Abe Lincoln era un bianco fortemente convinto della superiorità della sua razza nei confronti di quella nera e dunque inizialmente favorevole e sostenitore dell’economia basata sullo schiavismo. Era un presidente autoritario che per raggiungere i propri scopi non ha esitato a prendere decisioni che oggi definiremo fasciste, cancellando sentenze regolarmente emesse da legittimi tribunali, mentendo con l’abilità che contraddistingue il suo mestiere, mercanteggiando voti per garantire il passaggio di provvedimenti che riteneva indispensabili e battendo (letteralmente) i pugni sul tavolo rivendicando “l’immenso potere” di cui era  stato investito.

Era questo il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non esattamente un simpaticone insomma, almeno non per noi (dove per “noi” leggete “persone intelligenti”) che crediamo nella democrazia, nella pace, nell’ uguaglianza tra le persone, tra i popoli, tra le razze.

Si sa però che le storie, quelle con la s maiuscola e non, altro non sono che una questione di prospettiva. E che, intrise nel contesto che le accompagna, vanno studiate e se occorre, giudicate. Quindi ora immaginate Abramo Lincoln in un mondo nel quale il Presidente Degli Stati Uniti d’America tiene udienza 3 volte alla settimana e riceve migliaia di persone che gli avanzano le richieste più strampalate, un Presidente che va al fronte e si siede in mezzo al campo per poter parlare con i soldati dell’Unione bianchi e neri che lo acclamano come un dio, ripetendo i versi più importanti del celebre “Discorso di Gettysburg”.

Immaginate quel mondo lì, nel quale alcune persone sono considerate merci, hanno un prezzo, possono essere scambiate, confiscate, vendute e fatte accoppiare. E immaginate che queste persone siano trattate così perché il popolo tutto è convinto che Dio li abbia fatti diversi e che questo pensiero, per noi oggi assurdo, inconcepibile ed insano fosse  il pensiero di (quasi) tutti. Democratici compresi. Pensate che coloro che osavano affermare il contrario, erano considerati delle persone che si opponevano non solo alla legge degli uomini bensì all’ordine naturale delle cose, un ordine creato da Dio in persona. Immaginate un’epoca nella quale, emancipare i “negri” sarebbe stato il primo pericolosissimo passo verso l’estensione del diritto di voto a tutti.

Anche alle donne!

In questo contesto, in quel mondo, innanzi a quelle persone, Abramo Lincoln ha avuto il coraggio di chiedere un miracolo. E lo ha ottenuto. Ha avuto l’ardire di pensare e immaginare un futuro diverso e di porre l’attenzione del Congresso Americano, non solo sui milioni di uomini in catene che con l’approvazione del Tredicesimo Emendamento avrebbero ottenuto l’emancipazione, ma soprattutto su tutte le persone che, grazie a quell’emendamento, non sarebbero nate sotto l’orribile giogo della schiavitù.

Lincoln ha preso questa epica decisione non per convinzione personale, certamente non in nome di un’uguaglianza sostanziale nella quale non sapeva ancora se credere o meno. Lo ha fatto per l’Unione. Per preservare e mantenere gli Stati Uniti d’America. Lo ha fatto per  la pace. Per lavare via, almeno in parte, quel sangue che si sentiva grondare dalle mani.

Di questo parla il film di Spielberg. Del percorso faticoso e a tratti esilarante che ha portato una delle leggi più importanti nella storia dell’umanità ad essere approvata e dell’uomo pacato ma fermo, gentile ma arguto, pungente e geniale che ha reso tutto questo possibile. Soprattutto parla di uguaglianza. Di quell’ uguaglianza davanti alla legge che deve esistere e di quell’uguaglianza sostanziale che invece, non può.

Lincoln è un film raffinato e difficile che si svela poco a poco e che ha bisogno di tutti i suoi 150 minuti per mostrarsi in tutta la potenza e magnificenza che lo contraddistinguono.

Ancora una volta Spielberg affronta un’argomento toccante ed intenso e lo fa con la maestria del fuoriclasse e la spregiudicatezza dell’esordiente, rendendo avvincente una procedura normalmente noiosissima, tenendo lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso voto dopo voto (anche se, voglio sperare che TUTTI conoscessero l’esito dello scrutinio) e soprattutto facendoci conoscere davvero un uomo che ha fatto la Storia, dipingendone un ritratto realistico, senza fronzoli, senza sconti e senza menzogne, mostrandoci non solo il personaggio pubblico divinizzato, studiato e universalmente noto ma ponendo l’accento soprattutto sul marito in difficoltà, sul padre addolorato e affettuoso ma anche odiato e contestato. L’uomo comune insomma, con le sue debolezze, i suoi dubbi e i suoi inevitabili limiti in grado però di riflettersi su una nazione intera.

Il valore del film è anche nella coralità della pellicola e nella capacità del protagonista di  defilarsi di tanto in tanto, per cedere lo scettro agli altri membri di un cast eccezionale, tanto é vero che il momento più alto, il monologo più importante e portatore del messaggio che il film vuole consegnare allo spettatore  è stato affidato ad uno straripante Tommy Lee Jones che, in meno di due minuti, delinea con poche ed efficaci metafore la vera, unica ed incontrovertibile summa divisio che  sia mai esistita tra le persone, in un tripudio di applausi e di consensi tra il pubblico di allora e quello di oggi.

Per quanto defilato però, Lincoln è e resta il protagonista indiscusso e tutti gli altri personaggi non possono che gravitare nella sua orbita e tornare, prima o poi, ad essere attratti dalla personalità pacata ma allo stesso tempo esplosiva del Presidente, un indimenticabile Daniel Day Lewis talmente perfetto da risultare a tratti inquietante perché in grado di riprodurre in maniera minuziosa la personalità variegata e l’ironia tagliente del grande e controverso uomo che ha cambiato la storia, permettendo a Barack Obama di essere là dove si trova ora e dando il permesso ad un intero popolo di iniziare a sognare.

T.

Capodanno

Oggi, 3 settembre, è il primo dell’anno.

Non ieri che era domenica e tantomeno l’altro ieri.

Non è mai autunno, il sabato.

Oggi invece si iniziano le diete, si scrivono gli appuntamenti sull’agenda, ci si iscrive in palestra, si ricomincia la crema anticellulite, si medita di cavarsi fuori da quella storia inutile, si ha la voglia di innamorarsi di nuovo, si decide di smettere di fumare e di mangiare sano, di bere di meno e di andare in gita la domenica mattina, ci si ripromette di guadagnare un mucchio di soldi, di andare a letto presto la sera, di smetterla di sprecare troppo tempo su internet, di mettere tutta la casa in ordine, di truccarsi e vestirsi bene ogni mattina per andare a lavorare.

Si ricomincia.

I buoni propositi si fanno oggi: ascolterò più musica, leggerò più libri, pubblicherò il mio manoscritto, chiarirò con le persone con le quali sento che devo chiarire qualcosa, chiuderò definitivamente con quelle che non contano più nulla.

Chiederò scusa e mi lascerò scusare.

Chiamerò quell’amica che mi manca tanto.

Cancellerò tutte quelle mail.

Manderò quel messaggio e mi farò passare la voglia di inviare quell’altro.

Ti dirò ti amo.

Questo si fa oggi.

Mentre la pioggia spazza l’afa di un’estate troppo lunga e ormai stantia, noi stiamo qui,  a fare la conta dei sogni e a rottamare quelli che non ci servono più.

Che poi magari, domani, ci sarà di nuovo il sole.

T.

(sìsì lo so :) Grazie delle mail, sono viva e vegeta)

“The things I do for love” (cit)

Chissà cosa si prova.

Chissà.

Non deve essere facile ingoiare rospi così grandi e velenosi, vero?

Dimenticare le brutte parole ascoltate, i torti subiti, le mancanze di rispetto, il palese, continuo, umiliante menefreghismo. Deve essere difficile scordare la lacerante amarezza provata, le cattiverie continue, le lacrime amare ricacciate indietro a forza, le attese interminabili.

Per aspettare chi, poi?

Un’idea che esiste solo nella tua testa, un sorriso di convenienza, una carezza rubata che brucia sulla pelle, più cattiva di uno schiaffo, occhi grandi che non brillano per te, mai, occhi dolci solo in apparenza che nemmeno una volta ti hanno guardata con amore, un bacio che sa di veleno, un tempo rubato sottratto all’onestà, una passione malata che ti scava soltanto un buco dentro e ti risucchia in una voragine di menzogne, di segreti malcelati, di bugie crudeli.

Quanto fa male l’indifferenza? Quella cattiva, quella autentica. Fatta, non di mancate parole e di atteggiamenti sdegnosi, ma di esibizione continua, di tacche su una stecca, interminabile e vergognosa quanto vuoi, ma reale.

Come fai a perdonarla?

Deve essere terribile adesso, soprattutto. Fare finta di niente, fingere spudoratamente che tutto vada assolutamente bene, autoconvincersi che le persone non cambino e che, in fondo, se ci piacciono da anni un motivo ci sarà, stamparsi sulla faccia un sorriso che sempre più somiglia ad un ghigno, sopportare gli sguardi di compassione o di derisione di coloro che sanno e nonostante tutto non riuscire a smetterla, non riappropriarsi della propria dignità e della propria integrità, andare avanti così, verso la distruzione perché tanto è sempre stato così e lo sarà sempre.  Per sempre.

Solo che il baratro non è mai stato così vicino. Mai.

Ed io lo che lo sai, in fondo. Lo so perché, non dicendomelo, me lo hai detto tu.

Ma dimmi.

Quanto costa sanguinare dentro? Rinnegare quello in cui si crede? Buttare alle spalle il proprio orgoglio? Calpestare la propria credibilità? Mentire malamente e continuare  a dire bugie sapendo di farlo? Gettare fango gratuitamente addosso a persone che non se lo meritano e lo sai?

Quanto ti pesa farlo? Quanto ti fa male?

Probabilmente nulla. Anche se io credo che male te ne faccia, e tanto.

E comunque, non importa.

Io ti perdono.

Perché tu, tutto quello che fai, lo fai per amore.

E, “cosa non si fa per amore” (cit)

T.

Dedicato in particolare ad una persona che non ha colpe, se non quella di essere innamorata da sempre di una persona sbagliata, anche se leggendo queste righe, spererà profondamente che io non stia parlando di lei. Mi spiace cara. Parlo ESATTAMENTE di te e ti perdono.

Dedicata in generale a tutti coloro che amano la persona sbagliata senza riuscire a smettere. Non vergognatevi, non c’è vergogna nell’amare una carogna. Anche perché poi, passa.

Pretty Little Liars.

“Non dirlo a nessuno, mi raccomando!”

“Guarda che lo sai solo tu, quindi se si viene a risapere ti uccido”

“Non dire mai che te l’ho detto, perché se lo verrà a scoprire mi ucciderà ed io morirò”

Quante volte ho sentito queste parole. Quante volte mi sono state dette. Tante, tantissime, forse troppe. Ed io, per amicizia, per amore, per rispetto, per stupidità o semplicemente per pararmi le chiappe, sono sempre rimasta in silenzio, anche quando avrei avuto mille motivi per parlare, per sputtanare, per ferire.

Non tutti i segreti sono uguali però. Ne esistono di varie tipologie ed ognuna di loro fa caso a sé.

Io che ne so talmente tanti da non volerne più sapere, potrei fare un inventario.

Tipo, esistono quei segreti inconfessabili che non puoi che condividere solo e soltanto con le persone che erano con te, mentre quello che si sarebbe tramutato nel segreto inconfessabile, stava avvenendo. Sono segreti divertenti, gioiosi, che fanno un po’ arrossire e che sfumano quasi nel sogno a volte perché, in fondo, non ne parli mai, non ne parleresti mai e poi mai a nessuno, anche se poi, basta un aneddoto, un gesto, uno status dei tuoi compagni di merende, per iniziare a ridere di nuovo e a scuotere inconsapevolmente la testa, non per dirsi “oh no, che cosa ho fatto” ma per convincersi di non aver sognato, appunto.

Esistono poi i segreti di pulcinella. Quelli che conoscono TUTTI, tranne i diretti interessati. Che magari, pensano anche di essere i fenomeni del caso e di essere riusciti, grazie al loro intelletto sopraffino, a scampare alla allegra gogna nazional popolare. Al chiacchiericcio. Al pubblico ludibrio.Che ingenui! Questi sono i segreti che fanno ridere tutti gli altri, quelli che vengono sussurrati alle spalle dei poveri inconsapevoli e che passano rapidamente di bocca in bocca, spesso coadiuvati dal moijto in più del sabato sera. Sembrano i segreti più innocui ed invece sono i più crudeli in assoluto perché dietro ad un segreto conosciuto da tutti, si cela una persona che, ahi ahi ahi, ha chiacchierato. Ma si vede che ve lo siete meritati.

Ci sono poi i segreti pesanti. Quelli che non vuoi sapere e che invece ti raccontano lo stesso. Sono quei segreti insanguinati che lacerano le certezze, che distruggono amicizie che a volte non sono immediatamente creduti, perché prima devono essere metabolizzati, spesso con grande fatica e con estremo dolore. Sono formati dalle grevi parole che non vuoi ascoltare, suscitano immagini che non potevi immaginare anche se in fondo, ripensandoci, sono il tassello che spiega quello che non capivi, la chiave di volta dei tuoi sospetti, che infine crolla, portando con sé il castello della fiducia, maniero di quello che ti avevano fatto credere e che invece, non era.

Esistono, infine, i segreti che vuoi rivelare. Perché nel tuo profondo, sai che tutti dovrebbero conoscerli. Che tutti meriterebbero di sapere. Sono quei segreti saltellanti che insistentemente battono sulla punta della tua lingua,  che continuamente solleticano le tue labbra e che sono sempre lì per lì per uscire. Sono i segreti più pericolosi, quelli che troppo spesso non vengono fuori solo perché le conseguenze sarebbero disastrose per un bel po’ di gente, e perché, in fondo, noi che li conosciamo e che potremmo raccontarli a tutti, non abbiamo nessun interesse a distruggere una persona gratuitamente. Ma potremmo farlo, in qualsiasi momento e se non lo facciamo è solo perché siamo delle brave persone. Un consiglio però: non sfidateci perché la bontà non è eterna.

E nemmeno la pazienza.

T.

Ps: Insomma, ognuno ha i propri segreti. Anche io ne ho ma sono ben custoditi. Perché sono conosciuti solo da persone di cui mi fido come la mia vita. Persone che chiamerei se dovessi nascondere un cadavere.  E che non mi hanno mai, mai delusa. Nemmeno una volta. Quanto a voi, sappiate che per ora, ho deciso di continuare a conservare anche i vostri, di segreti.  Anche se, francamente, non so come facciate a dormire la notte, viste le cose che so di voi.

(Grazie a C.M. che mi ha ispirato questo pezzo. Lo dedico a lei perché sa un sacco di segreti e non li racconta. Ancora).

T.

Grazie a voi.

Dice sempre mia mamma che nei momenti brutti della vita, bisogna consolarsi guardando chi sta peggio di te.

Ed io l’ho sempre fatto.

Pensando che, in fondo, cosa mi manca?

La casa ce l’ho ed è bella grande, adatta per le feste e le cene sul terrazzo, gli amici pure, sono piuttosto spettacolari e quelli rimasti sono anche quelli veri, anche perché quelli che veri non erano si sono auto – eliminati e amen, peggio per loro,  l’amore va benissimo nonostante i gufi, grazie, Beatles mi morde ma lo fa perché mi vuole bene la mia adorata palla di pelo cicciona, viaggio un sacco e vedo talmente tanti posti meravigliosi che dovrò un secondo fermarmi perché sono arrivata al punto che il mio cuore non riesce a contenere bene tutto, mangio e bevo come una dannata ma nonostante questo resto ancora discretamente figa, lavoro un sacco e se tutti mi pagassero regolarmente sarei anche piuttosto ricca ed il sabato sera riesco a divertirmi con un 4 amici, qualche mojito e un po’ di risate.

Sono obiettivamente una persona molto fortunata.

Nonostante questo però, capitano quelle settimane un po’ così, in cui in fondo non succede niente di grave però accadono tante piccole cosette che, messe in fila, ti fanno venire voglia di alzare gli occhi al cielo e dire al Padreterno “cazzo sono stata appena ora in Terrasanta, pure l’acqua del Giordano ho bevuto, che vuoi da me? Perché non te la prendi con Tizia che è una brutta strega falsa che fa le corna al povero fidanzato inconsapevole???”

Eh già, capitano quelle settimane in cui cadi dalla bicicletta, spacchi il pc e non hai i soldi per comprarne uno nuovo, il cane ti mangia le adidas nuove, devi pagare l’IMU, sai che tra poco ti arriveranno 1.000 euro da pagare alla cassa forense maledetta, vai al mare e non superi la prova costume ed infine ti fregano i secchielli dell’umido e quest’ultima minuscola goccia ti fa inferocire a tal punto da costringerti, tuo malgrado, a lanciare anatemi mortali al ladro da tutti i social network al quale sei iscritta.

Allora, in quei momenti di scazzo, quando la rabbia ti fa salire i lucciconi agli occhi, ricordi la saggezza materna e mentre respiri, tentando di sciogliere il grumo di sangue che ti intasa la vena sinistra della tempia, inizi a pensare a quelli che stanno peggio di te.

Solo che rivolgere il pensiero alle persone afflitte da malattie mortali, o ai bimbi dell’Africa pare eccessivo e allora io ho deciso di pensare a tutti Voi, “amici” miei.

Un minuto di silenzio, dunque, per tutti quelli che sono troppo impegnati a macchinare, mentire, manipolare e fregare gli altri e che hanno da lungo tempo dimenticato cosa voglia dire essere felici:

uno per quelli che, troppo presi a fare la coda di pavone, non si rendono conto di quanto la stessa sia spelacchiata;

uno per per coloro che sono fidanzati con persone che palesemente non amano;

uno per quelli che devono esorcizzare la noia, il mal di vivere e l’insoddisfazione, frequentano posti “inn” annoiandosi a morte;

uno per tutte le persone false e bugiarde, quelle che fanno i sorrisi a 47 denti e che poi ti vorrebbero affondare un bel pugnale acuminato dietro la schiena e che, ops, lo hanno fatto;

uno per quelli che perdono il loro tempo, le loro energie e la loro salute ad odiare. Amate. E’ gratis. E se amerete, qualcuno amerà voi;

un minuto per te, uno per te e un altro per te. Per Voi tutti che mi fate sempre ricordare di quanto io fortunata, intelligente, magnifica e amata sia.

Grazie.

A tutti voi.

T

Spinoza (e tre)

Vi aspetto tutti!

L’uccellino mi ha detto che dopo la presentazione del nuovo Spinoza, presso la stand Aliberti ci sarà la festa de “Il Male” con Vauro e Vincino e tutti noi dello staff.

Vauro firmerà le copie di Vade Retro e Vincino parlerà un sacco dei bei tempi andati.

Noialtri saremo quelli con il bicchiere in mano.

A domani (se non mi chiederete un autografo vi spaccherò il bicchiere in testa)

Marissa.

Blood Story

Quando sono entrata nel cinema ero nervosa.

Sapevo tutto eh. Mi ero informata. Pensavo di essere pronta. Come pensavo di essere preparata dieci anni fa.

Ho sbagliato domenica come sbagliai allora.

Ho sbagliato tutto.

A Genova faceva caldo quel giorno ma noi non ci badavamo perché venivamo da una Bologna arroventata e volevamo solo mischiarci alla folla colorata che avevamo visto il giorno prima in tv, mangiare un panino e andare in via del Campo.

La brezza che veniva dal mare era dolce, come una carezza.

Le bandiere arcobaleno, un fiume di persone in festa, i cori, lo zainetto Invicta sulle spalle, il mare, i gabbiani, un azzurro abbacinante.

E poi gente vestita di nero con la faccia coperta e le pietre in mano, macchine in fiamme, vetrine sfasciate, urla, fumo denso che fa piangere, singhiozzi, ossa spezzate, gente che fugge. Il corteo si disperde, io prendo la mano di M. e inizio a correre, non so dove ma corro e corriamo via veloci, ci perdiamo nel dedalo di viuzze, Genova città di pirati sembra fatta apposta, non sappiamo dove siamo, abbiamo smarrito tutti gli altri, ci viene da piangere.

Abbiamo ancora i panini con la frittata dentro l’Invicta e i fiori dipinti in faccia sono ancora lì seppur un po’ sbiaditi dalle lacrime e dal sudore. Abbiamo la gioia strozzata in gola e gli occhi grandi e rossi e terrorizzati e non capiamo perché.

Perché c’è gente con la testa spaccata sdraiata per terra, perché alcuni sputano via sangue e denti, perché la polizia ha caricato il nostro corteo.

Noi siamo venuti da Bologna con l’autobus e con il pranzo al sacco. Abbiamo le chitarre e le Converse e gli zainetti sulle spalle. Siamo studenti, pensionati, sindacalisti, mamme, papà.

Siamo brava gente, gente normale che ha visto cose che non voleva vedere.

Che non doveva vedere.

Gente che era venuta a manifestare  e che prima di tornare a casa si è trovata necessariamente in una piazzetta secondaria a deporre un fiore rosso su un mucchio di sabbia messo lì per coprire il sangue della vergogna.

Questa è la Genova che avete visto tutti alla tv.

Questa è la Genova che ho visto io.

Al cinema, dopo 10 anni ho finalmente visto l’altra Genova. Quella più segreta e vergognosa. Quella che si è tentato di occultare e prescrivere in ogni modo.

Alla scuola Diaz dormivano 93 persone in quella notte d’estate.  Gli agenti che hanno fatto irruzione erano 300.

La verità la conoscono solo quelle 393 persone.

Quelle che hanno colpito e quelle che sono state colpite. Quelle che hanno deriso, umiliato e infierito e quelle che sono state irrise, umiliate e selvaggiamente picchiate. Quello che è successo alla scuola Diaz di Genova in quella notte pazzesca è ben più della sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. E’un abominio. Una carneficina di massa di inaudita violenza e priva di qualsiasi logica, motivazione, giustificazione.

Questa follia collettiva, questa sorta di rappresaglia sanguinosa e simbolica, questo bagno gratuito di sangue è mostrato al grande pubblico in maniera analitica e con la giusta dovizia di particolari da un regista che riesce a documentare senza mai esagerare e a mostrare la nuda realtà, quella cruda e macchiata di sangue, senza doverla infarcire di inutili dettagli splatter. La narrazione è semplice, obiettiva e basata sulle carte processuali: ricostruzioni, perizie, testimonianze. Una scelta intelligente ed in grado di svincolare il film dalle faziosità, dagli odii di parte e dalle inevitabili polemiche.

Vicari ricostruisce e mostra con coraggio e veridicità. Non denuncia né condanna. Racconta. Il dramma degli inconsapevoli innocenti, la ferocia degli aguzzini e la piccola codardia dei veri colpevoli o meglio di coloro che hanno fornito il pretesto del massacro della Diaz. I temibili black block, riassunti nella pellicola in due ragazzini che parlano un tenero francese e che scampano all’orrore implorando (ed ottenendo) l’aiuto di un barista genovese che li nasconde nel suo locale, paradossalmente sopravvissuto al saccheggio dagli stessi perpetrato altrove.

Non ci sono lezioni di democrazia né sermoni paternalistici, né volontà di’insegnamento in Diaz. Non c’è volontà di giudizio. E’ solo lo spettatore a decidere quali sentimenti provare e lo stesso non può che inorridire davanti alla degradante escalation delle menzogne, della violenza gratuita, dell’autorità abusata e della piccolezza umana, una combo micidiale e capace di rendere una vergogna all’italiana ben più terrificante di un film dell’orrore.

Diaz è un pugno nello stomaco, uno di quelli che fa male e lascia il segno a lungo.

Un film che schiaccia e che opprime. Una pellicola che rende muti e impotenti. Un film che era necessario fare e un film che è necessario vedere.

Senza dimenticare che Diaz non è un film e che finalmente il sangue del sottotitolo è stato lavato.

In pubblico.

T.

Tutto intorno a te.

La pochezza di alcune persone la trovi sublimata nel loro spiccato egocentrismo, nell’assurda pretesa di pensare che tutto passi da loro, sia riconducibile alla loro persona e sia stato fatto, scritto, detto o pensato al solo scopo di arrecar loro noia, irritazione, rabbia, dolore.

Persone che passano il proprio tempo a invidiare una vita che vorrebbero avere, ad immaginare un sogno che vorrebbero rincorrere ad acciuffare scampoli di vite altrui che non gli appartengono, che non meritano, che dicono di non desiderare e che invece anelano, fino a morirne.

Persone convinte di avere la verità in tasca e la scienza infusa, talmente irrilevanti da non capire di non aver capito niente, talmente fragili ed insicure da avere la necessità di trovare proseliti, di diffondere il loro erroneo verbo, di cercare l’approvazione di altre persone anche se quello che ottengono, solitamente, è solo una piccola dose di commovente compassione.

Persone che celano la loro natura dispotica e arrogante dietro la maschera ipocrita e falsa della giovialità, della simpatia, della sbruffonaggine esibita ad ogni costo, capaci solo di parlare alle spalle, di non dare spiegazioni, di sussurrare a mezza bocca, di lanciare il sasso e poi di nascondere la mano, di occultare con maestria quel coltello che ancora gocciola sangue perché ti ha aperto un solco nella schiena.

Persone così inutili e irrilevanti e ignave, così codarde e disperate da non meritare nulla.

Nemmeno questo post che io, nella mia infinità misericordia ho deciso di dedicare loro.

La mia speranza in realtà è che capitino nel mio blog per caso e che, leggendo queste poche righe, decidano di battersi il pugno sul petto, di recitare un mea culpa e di farsi una vita, così che non debbano più attaccarsi come sanguisughe velenose alla mia.

Oppure, nel migliore dei casi, potrebbero capire di valere meno di zero e decidere di impiccarsi.

Per quello che importa(no).

T.

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