Revenant (Alejandro González Iñárritu – 2015)

22983_320_470Se pensavate di andare a vedere Revenant e di godervelo comodamente spaparanzati nella poltrona del cinema, avete decisamente sbagliato pellicola e probabilmente lo avete capito nei primi 10 minuti di visione.

L’ultima prova di Iñárritu, infatti, più che un film è un tour de force, una prova di resistenza, una lotta estenuante contro la natura e gli uomini che lascia gli spettatori infreddoliti, esausti, basiti e inchiodati alla poltrona. Una storia più verosimile che vera, abilmente modellata e plasmata alle esigenze di un copione scarno quanto efficace che, strizzando l’occhio alla leggenda, narra l’incredibile epopea di un uomo che annichilito dall’invidia e dalla malvagità della sua razza, più che dagli artigli animali che gli lacerano le carni, troverà la salvezza nel ventre della natura selvaggia che sembra volerlo annientare più volte e che invece lo salva sempre, tanto dalle frecce acuminate degli indiani quanto da se stesso e dalla inutilità della sua vendetta.

Con Revenant, Alejandro González Iñárritu vuole evidentemente tentare la doppietta Hollywoodiana dopo i fasti di Birdman, e lo fa in maniera assolutamente coraggiosa, dando vita a un’opera saccente e pretenziosa, del tutto dicotomica rispetto a quella che gli è valsa il premio Oscar alla regia e al Miglior Film: il contrasto tra le due pellicole è talmente stridente da apparire quasi artefatto; se in Birdman le atmosfere erano quelle claustrofobiche e polverose di un vecchio teatro di Broadway, le luci quelle colorate e abbaglianti di una rutilante e affollatissima Times Square e i dialoghi frenetici, eccessivi, portati quasi all’esasperazione nella rappresentazione fedele di un teatro che glorifica e interpreta se stesso, in Revenant la sopraffazione che si avverte è ugualmente totalizzante, ma arriva dall’immensità e dalla magnificenza degli spazi infiniti, dalla cruda e bianca luce naturale del pallido sole del Grande Nord che lascia abbacinati e schiacciati da un silenzio perfetto, a tratti inquietante, rotto solo dal sibilare delle frecce dei temibili Ree, dal crepitio di un fuoco da bivacco, dalla mano tesa di un alleato inaspettato, dai grugniti di una mamma orsa che difende, a ogni costo, i suoi cuccioli dall’invasore.

La presenza umana in Revenant, infatti, è volutamente superflua, a tratti fastidiosa: i dialoghi sono ridotti all’osso e condotti unicamente da un magistrale Tom Hardy, che interpreta il ruolo dell’uomo bianco per eccellenza, un elemento rumoroso, disturbante e volutamente odioso, creato appositamente per distogliere l’attenzione dello spettatore dalla Natura terribile e magnifica e, senza riuscirci, anche dal protagonista, un Leonardo DiCaprio micidiale, completamente ammutolito ma portatore sano di una gamma espressiva strabiliante, perfettamente in grado di comunicare con il solo volto e di risultare sempre assolutamente credibile e appassionato, un vero e proprio Gladiatore delle nevi che trova i suoi Campi Elisi, non in mezzo al grano ma nella visione onirica di un ricordo straziante che tracima in un tenero quanto inutile abbraccio, capace di riportare il “padre di un figlio assassinato” alla realtà e alla necessità della propria vendetta.

Con Revenant Iñárritu ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, il narcisismo del suo cinema fatto di piani sequenza strabilianti, di evoluzioni mozzafiato, di virtuosismi bellissimi da vedere ma a volte superflui e di una fotografia che più degli occhi riempie l’anima e lo fa con una violenza visiva che stanca per la sua efficacia, ma che non disturba mai, perché il dolore e la brutalità, che pure abbondano, non sono mai fini a se stessi, bensì funzionali a un’avventura superbamente raccontata e sulla quale nessuno, neppure i numerosissimi radical chic da tastiera, avrebbe avuto nulla da ridire se non fosse stata ispirata a una storia vera.

Voto 8.

Where everything seems possible.

Da piccola trascorrevo sempre qualche settimana al mare con la mia famiglia, gli zii e una coppia di loro amici con figli di Bollate (MI).

Un anno, sarà stato il 1988, siamo andati a Silvi Marina (TE) in questo hotel molto bellino, molto familiare, la sera si faceva cena tutti insieme e poi si prendeva il fresco sulla terrazza, si organizzavano tornei di briscola e tressette e se non ricordo male il mio babbo vinse anche il premio di più bello della settimana, grazie a un concorso appositamente organizzato, con tanto di fascia e sfilata.

Di fianco all’hotel c’era un cinema che trasmetteva continuamente film per ragazzi e io, che non scendevo mai in spiaggia dopo pranzo, avevo fatto amicizia con la figlia del titolare e ci passavo dei pomeriggi interi. Una platea di bambinetti cotti dal sole eravamo, i nasi spellati, la sabbia nei capelli, la meraviglia negli occhi.

Gli anni ’80 Diomadonna.

Un giorno al cinema davano Labyrinth, sottotitolo – Dove Tutto è Possibile. Nella locandina c’erano una ragazzina bellissima, un uomo con i capelli strani che teneva in mano una sfera luminosa e un labirinto inquietante sullo sfondo.

Mi ricordo poco di quel pomeriggio. Ricordo soprattutto un uomo vestito di bianco, magro, etereo, con gli occhi di colore diverso e con i capelli strani che si muoveva con l’eleganza e la leggiadria di un ballerino.

Un uomo che cantava.

Vidi due spettacoli di fila.

Quando tornai in hotel era già tutto dimenticato, ma l’immagine di quell’uomo mi era rimasta negli occhi, un po’ come quando osservi la luce diretta del sole per troppo tempo e poi distogli lo sguardo e anche se hai gli occhi aperti non vedi nulla, poi chiudi gli occhi e continui a vedere il sole perché ce l’hai impresso nella retina.

Stamattina mi sono alzata e mentre facevo colazione è comparsa la faccia di quell’uomo lì sullo schermo.

Un giornalista incredulo diceva che era morto. Gli tremava la voce.

Io ho chiuso gli occhi e vorrei riaprirli ora e scoprire che non è ancora mattina.

(Polvere eri ma polvere di stelle tornerai).

Capricorni.

Mi sono sempre piaciuti i telefilm, sin da quando ero una bambina e pensavo che Cliff Robinson fosse il padre migliore del mondo e che Fonzie fosse un figo della madonna.

Che mazzate ti da la vita eh? (E che rivincite, vero Richie Cunningham?)

Come tutti quelli della mia generazione però, quella cresciuta negli anni in cui le camicie a quadri neri e rossi avevano un senso, non come quegli obbrobri di poliestere che indossate fieramente oggi, il telefilm che seguivo con più partecipazione e ardore era sicuramente Beverly Hills 90210.

L’evento iniziava ogni giovedì alle 20:30 e a quell’ora, non c’è cristo che tenga, la popolazione italiana (perlopiù femminile) dai 12 ai 17 anni era religiosamente sintonizzata su Italia Uno e passava un paio d’ore a sognare la California e a innamorarsi di adolescenti brutti e improbabili che trascorrevano le loro giornate a fare surf, a girare in Corvette, a commettere delle indicibili scorrettezze reciproche (tipo darla indefessamente al fidanzato dell’amica vergine impunita) e a farsi test di gravidanza a buffo, che, molto intelligentemente, venivano poi gettati nella pattumiera di casa sotto il lavandino, a portata di genitore ficcanaso (Brenda for dummies).

Ragazze, e chi non?

Ora, una delle scene cult di BH90210 si svolgeva sulla spiaggia di Santa Monica e aveva come protagonisti i Giulietta e Romeo della serie, vale a dire Brenda la scucchiona petulante e Dylan il ventiseienne mascherato malamente da diciassettenne; i due, che inizialmente si baciavano con ardore, cominciavano ben presto a discutere, ma non come tutti noi poveri cristi, malamente imboscati nella pineta di uno stabilimento balneare della riviera adriatica, presso il quale eravamo arrivati guidando un Sì Piaggio smarmittato, bensì a bordo della Porche fiammante di proprietà del bello e dannato con la fronte perennemente corrugata e un libro di poesie di Lord Byron nel cruscotto. Mentre i due con compiutezza e proprietà di linguaggio che ritroveremo solo nei letterati di Dawson’s Creek, si esponevano vicendevolmente i problemi esistenziali che attanagliavano le loro complicate esistenze da miliardari, una canzone usciva sfacciatamente dalla radio.

Se devo dirvi di che canzone si tratta, madonna che adolescenza brutta avete avuto, oh!

Ricordo che mi innamorai seduta stante di quel brano. Perdutamente. Registravo tutte le puntate del telefilm per conservarle e riguardarle e stavo registrando anche quella puntata lì. Ho riascoltato la canzone per tutta la sera e il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi ho preso il VHS e sono andata da mio cugino, quello esperto di musica, il mio Shazam personale quando non esisteva Shazam, gli ho mostrato  quello spezzone, lui ha ascoltato l’attacco e dopo due secondi, con l’aria saccente del “se non ci fossi io” mi ha detto “Questi i REM e la canzone si intitola Losing My Religion“.

Ora, si sa, l’amore è una cosa semplice e io quel giorno mi sono semplicemente innamorata di quella voce e di quelle parole e di quella musica. Pensavo che i Bestles fossero il gruppo migliore di tutti e nel mio profondo so che lo sono, ma insomma c’era ancora un po’ di spazio sul trono e i Fab Four si sono dovuti stringere.

Dopo la cassetta di Out of Time sono arrivati i Cd di tutti gli album che sono venuti dopo (ma anche prima), le canzoni del cuore (The One I Love e Nightswimming se devo scegliere con una pistola puntata alla testa) i versi perfetti (I count your eyelashes secretly, with every one, whisper I love you. I let you sleep. I know your closed eye watching me, listening. I thought I saw a smile), il concerto della vita (Dall’Ara – Luglio 1999, c’eravamo tutti anche se non ci conoscevamo ancora), il video di Imitation of Life che nel 2001 passava su MTV 25 volte al giorno ed io che alzavo il volume in cucina e azzittivo tutte le mie coinquiline ogni singola volta, un mio amico nel 2008 che in macchina  con me ascolta “Supernatural Superserious” e convinto mi dice “certo che le canzoni vecchie dei REM sono proprio belle eh” e uno dei telefilm più divertenti che io abbia mai visto che, nel 2009, decide che Everybody Hurts deve smetterla di essere una canzone triste e decide di renderla PER SEMPRE  il momento LOL per eccellenza.

E poi è arrivato anche lo scioglimento, era settembre, era il 2011, io ero a Cordoba con un cono gelato in mano quando uno di voi, uno dei più grossi fan dei REM al mondo, mi ha scritto un sms che diceva “Si sono sciolti”.

Non ho dovuto neanche chiedere “chi”.

(Oggi è il compleanno di Michael Stipe che fa meraviglie su Instagram.

L’altra notte l’ho sognato. Gli chiedevo se un giorno i REM sarebbero tornati a suonare insieme e lui mi ha risposto di no. Mi sono svegliata con un sasso sul cuore). 

2 di gennaio.

Sono uscita e vi ho guardati.

Eravate tutti diversi da oggi, ieri.

Non nel mondo in cui siamo diversi giorno dopo giorno però, semplicemente ieri avevate tutti l’obbligo morale di sentirvi differenti, migliori, propositivi, gonfi d’energia, carichi e sorridenti con in tasca le vostre belle liste di cose da fare intonse, senza ancora alcuna spunta e soprattutto scevri da sensi di colpa, perché insomma, il primo giorno del nuovo anno i buoni propositi si fanno, non si realizzano mica.

Le vostre facce erano perlopiù assonnate, le occhiaie più evidenti, i boccoli un po’ gualciti ma ancora passabili, residui di brillantini sulla faccia, scarpe da ginnastica ai piedi e acqua nei bicchieri, ma nonostante tutta questa trascuratezza fisica, nonostante gli sbadigli e la lentezza nei movimenti, ieri era ben visibile un certo fulgore di fondo, quella luminosità da primo giorno di scuola, quella freschezza e pulizia tipiche di ogni inizio.

Sapete cosa?

Io vi preferisco oggi.