Perché Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar (e sposarmi).

(Qualche tempo fa un giornale con il quale collaboro mi ha chiesto di scrivere un pezzo per San Valentino e dunque dedicato all’amore. Ho riflettuto a lungo su tutti gli amori che ho vissuto, a quelli belli e a quelli orribili e dopo 3 minuti e mezzo lunga riflessione, ho deciso di parlare del primo amore che, in fondo, è quello che non si scorda mai).

 

La prima volta che l’ho visto avevo 10 anni e come la maggioranza delle mie coetanee guardavo Genitori in Bleu Jeans ma, a differenza di tutte loro, non riuscivo proprio a spasimare per quel Kirk Cameron del protagonista: sì, aveva gli occhi blu e i ricciolini, il sorriso irresistibile ed il nasino alla francese, ma quando nel momento clou della sigla, appoggiandosi al frigorifero, si sfilava gli occhiali da sole con tocco strafottente,  non potevo fare a meno di pensare “embè?” e lo stesso identico sentimento di incomprensione planetaria mi coglieva quando guardavo la sua gigantografia che avevo religiosamente appeso in cameretta e che troneggiava sulla parete accanto al letto.

Vai a sapere che proprio grazie a quel faccione rubicondo amato da tutte avrei fatto l’incontro con Cupido. Quello che mi avrebbe cambiato la vita.

L’angioletto capriccioso ha scoccato la sua freccia nel momento in cui sullo schermo è apparso un ragazzino biondo con un ciuffo ribelle che cadeva continuamente sugli quegli occhi chiari e pieni di sorrisi; indossava una camicia a quadri bianchi e neri, era seduto al’ultimo banco, si chiamava Luke e del tutto a sorpresa, soppiantava nel mio cuore, immediatamente e senza alcun rispetto, il Mikey carino, avventuroso e dotato di apparecchio dei Goonies, il primo “uomo” sulla faccia della terra a farmi provare una pulsione a cui non sapevo dare il nome e che mi faceva venire un caldo pazzesco e un vuoto nella pancia. Ciao Mikey, ciao proprio, la freccia peregrina aveva trafitto il mio cuore e aveva un solo nome inciso sulla punta: quel nome era (ed è ancora) Leonardo.

Di Caprio

Erano i primi, primissimi anni ’90, internet era pura fantascienza ed io da pre – adolescente innamorata e sospirante, altro non potevo fare se non continuare a spasimare indefessamente davanti alla TV e a comprare testardamente riviste di cinema per scovare il nome del mio amato, così sfacciatamente nostrano, tra quelli americani del cast.

Buio, buio totale per mesi e mesi, solo una volta riuscii a rivederlo in tv, un sabato pomeriggio in un film intitolato La mia Peggior Amica di cui ricordo la trama solo vagamente, anche se ho ancora il VHS, registrato a metà ma tenuto nel mobiletto accanto alla televisione come una sacra reliquia.

Il tempo passava, ma il mio amore restava immutato: le riviste si ammucchiavano invano e il nome di Leonardo non compariva mai, fino a quando lo scovai tra quello di Johnny Depp e Juliette Lewis nel cast di un film che si intitolava “Buon Compleanno Mr Grape” e che sarebbe uscito al cinema di lì a qualche mese.

Immaginate l’emozione, l’impazienza, l’infinita voglia che avevo di rivedere il mio idolo, biondo e bellissimo in un film così importante! Non avevo letto nulla della trama, volevo solo rivederlo e tuffarmi nella sorpresa; contavo i giorni che mi separavano dalla uscita nelle sale e trascinai mio padre al primo spettacolo del pomeriggio: pensate al mio stupore quando scoprii, dopo un paio di scene, che in quel film Leonardo interpretava con squisita maestria e con sensibilità sopraffina il ruolo di un delizioso ragazzo disabile.

E’ possibile innamorarsi un’altra volta? Certo che sì, ed io m’innamorai ancora e ancora e ancora, m’innamorai tutte le innumerevoli volte che sono corsa al cinema costringendo quel santuomo del mio babbo ad accompagnarmi, durante la settimana al primo spettacolo del pomeriggio oppure il sabato sera alle 9 in punto per incontrare il mio Leonardo mentre dava filo da torcere a Robert De Niro (Voglia di Ricominciare), quando nei panni di un cow boy sfacciato faceva prendere una cotta a Sharon Stone, sfidava impunemente a duello Gene Huckman e oscurava del tutto Russel Crowe, fino a farlo scomparire (Pronti a morire), mentre sprofondava stupidamente nel tunnel dell’eroina (Ritorno dal nulla), quando interpretando un poeta strafatto di assenzio, baciava in una sequenza interminabile e incredibilmente intensa un uomo brutto, calvo e munito di barba e baffi (Poeti dall’inferno) e ancora mentre faceva impazzire Diane Keaton e Meryl Streep (La stanza di Marvin) ed infine vestendo i panni immortali, appassionati e disperati dell’innamorato per eccellenza (Romeo + Juliet).

Di caprio Baby

In quei cinema semivuoti m’ innamoravo sempre più, un film dopo l’altro, sequenza dopo sequenza: restavo incantata dalla sua incredibile bravura, dal suo sprofondare in ogni personaggio interpretato, del suo essere adattabile, eclettico e sempre incredibilmente credibile e mi chiedevo come fosse possibile che nessuno se ne accorgesse, che nessuno parlasse di lui e del suo essere il miglior giovane attore di Hollywood in circolazione.

Avevo parlato troppo presto. Perché da lì a pochi mesi, la nave più importante della storia sarebbe affondata cinematograficamente per l’ennesima volta, consegnando al mondo il mio fiore prezioso e segreto.

Per tutti voi fu amore a prima vista.

Quel Jack Dowson lì, con i suoi occhi che scrutavano un corpo nudo al di sopra di un foglio da disegno e con quel ciuffo biondo eternamente ribelle, era diventato il re del mondo ed io non potevo farci niente; mi disturbava tutto quel rumore, quelle copertine, quelle interviste. La sua presenza per anni così discreta, era diventata ora scontata, bastava accendere la televisione o fare un salto in edicola.

Odiavo tutto quel clamore, l’idea di dover condividere Leonardo con tutti: odiavo soprattutto l’ottusità delle persone che si erano accorte di lui proprio grazie alla sua interpretazione meno scintillante, ma cosa potevo farci? Niente. Vi siete innamorati tutti di quegli occhi controvento che sembrano sempre scrutare un punto lontano, oltre l’orizzonte, e io non ho potuto far altro che accettarlo.

Tutto il resto è storia: le origini italiane, il calcio dato “dall’interno” alla mamma incinta davanti al quadro di un artista che ne ha decretato il nome, i film indipendenti, il rifiuto dei prodotti troppo commerciali, il sodalizio mai interrotto con Scorsese, le collaborazioni con tutti i più grandi registi, le morti sempre diverse che arrivano alla fine di quasi tutti i suoi film, la mancata affinità con l’Academy Awards, le interpretazioni sempre più stupefacenti, la schiera ininterrotta di fidanzate modelle che vogliono accasarsi e che vengono puntualmente mollate, il suo essere pacifista, vegetariano, amante della natura e degli animali e prossimamente attivista di Green Peace … questo è il Leonardo Di Capri che conosciamo tutti e che tutti amiamo.

Ma io di più. Perché come tutte le ragazze sanno, da che mondo è mondo, vige la regola del “L’ho visto prima io”. Ed io Leonardo l’ho visto davvero prima di tutte voi. Non mi sono innamorata del nuovo Romeo che strega la rossa della prima classe, ma del biondino sfigato alle prime armi, quello a cui chiedevano di modificare il proprio nome in qualcosa di più americano e che rifiutava di farlo, quello che non riempiva le sale ma che sbalordiva tutti coloro che avevano la fortuna di incontrarlo sullo schermo e questo amore, questa dedizione, questa passione ultraventennale devono pure significare qualcosa no? Certo che sì.

Ne sono così convinta che quando sono stata in California, nel mio diario di viaggio “La casa di Leonardo DiCaprio in cima a Bel Air” era segnata tra le “cose da fare” prima di “Walk of Fame”, “Ruota di santa Monica” o “WB Studios”.

E io mi sono arrampicata su quella collina perché ho pensato che se fuori dal cancello ci fosse stato un citofono io avrei suonato e se qualcuno avesse risposto io avrei detto “Sono la tua fan n. 1 al mondo, come Annie Wilkes ma senza tutta quella storia di fracassarti le gambe, insomma, ti amo”. Vi dirò di più: il campanello c’era, ed io mentre mi avvicinavo, immaginavo già la scena successiva, io nel salotto a prendere il caffè con Leonardo, alla facciaccia vostra che avete scoperto la sua esistenza solo nel 98 grazie a Titanic, sfigati.

Peccato che tutti i miei sogni di gloria siano stati interrotti da un armadio a muro nero con una targhetta sul cuore che recitava “VIGILANTES” che mi ha presa cortesemente per un braccio e che, con molto garbo, ha tentato di farmi desistere perché tanto “Mister Di Caprio non è in casa”. Un tipo simpatico costui, quasi paterno, tanto che io notando tutta questa disponibilità, mi sono sentita nella condizione di insistere con fermezza. E’ stato allora che questo tizio, improvvisamente meno cordiale, ha deciso di fare il proprio lavoro, ricordandomi che mi trovavo su una strada privata e intimandomi di andare via.

 Me ne sono andata con la testa bassa, sono rientrata in macchina e sono ripartita ma dopo pochi istanti ho visto una Limousine arrivare in senso contrario e allora ho pensato che forse il buon Dio mi stava regalando una pazzesca botta di culo e sono scesa al volo dalla mia macchina (in corsa) e ho iniziato a correre dietro alla Limousine.  Sono tornata alla portata del vigilantes ormai incazzato nero che, stavolta senza cortesia alcuna, mi ha detto che se non me ne fossi andata subito mi avrebbe sparato e siccome me l’ha detto in inglese e la mia amica Benedetta temeva che io non avessi capito, ha iniziato ad urlarmi di correre via perché il tizio mi avrebbe sparato e a quel punto io mi sono voltata verso di lei e con un sangue freddo del quale ancora non mi capacito le ho risposto “Ok, ho capito che mi spara ma mica mi sparerà in testa,  mi sparerà nelle gambe!”.

Ho continuato a correre e (SPOILER) nessuno mi ha sparato. Nella Limousine non c’era Leonardo ma a quel punto ho capito che forse era il caso di battere in ritirata perché sì, mi sentivo abbastanza al sicuro da una pallottola ma non da uno scapaccione che mi avrebbe fatto sputare 3 denti.

E così me ne sono andata via a testa bassa e ancora oggi, se ci ripenso, sono convinta di aver perduto l’occasione della vita.

Insomma, questa è la storia del mio primo amore.

Ricapitoliamo: Leonardo Di Caprio dovrebbe vincere un Oscar perché è un attore della Madonna che sul tappeto rosso ci porta la mamma, non una di quelle sgualdrinelle che ciclicamente frequenta e ciò basta per incoronarlo Imperatore dell’Universo Terracqueo e può continuare a non vincere pur restando il migliore di tutti quelli che pensano di averlo battuto e, soprattutto, dovrebbe sposarmi perché per lui ero disposta a beccarmi una pallottola senza battere ciglio e vivaddio, se non è amore questo, ditemi allora cosa lo è.

T.

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