Vita di T. (e anche un po’ di P. mortacci sua).

Sono quel genere di persona che chiama tutti “bella, amore, tesoro, carissima” e chi più ne ha, più ne metta.

E’ un brutto vizio, lo so, esattamente come so che a moltissime persone da fastidio non essere chiamate per nome ma con un molto generico e apparentemente ipocrita “tesoro”. Sono dunque consapevole del fatto che molti di voi penseranno che io sia una falsa impunita e bella lì.

Amen.

Quello che voglio che voi sappiate è che io chiamo tutti con un nomignolo o con un vezzeggiativo perché ci sono stata costretta. Prima non ero così. Prima chiamavo tutti per nome. Poi ho chiamato un nome sbagliato e da allora ho smesso di chiamare.

Ero con un mio ex, una persona davvero adorabile questo qui, lo ricordo  con molto affetto e per me è una novità. Il suo nome è E. ma io l’ho chiamato P. ed è successa una tragedia.

Del tipo che lui ha fermato la (MIA) macchina e mi ha costretta a scendere, mi ha lasciata al battente alla fermata del 3 ed io sono stata zitta e ho aspettato l’autobus, poi sono tornata a casa e ho ripreso la (MIA) macchina il giorno dopo, tutto questo senza fiatare  perché aveva ragione lui, perché avevo sbagliato io, perché mentre gli chiedevo qualcosa l’ho chiamato con il nome di un’altra persona e questo non si fa, in nessun universo si fa, nemmeno se fate le corna al vostro fidanzato con un suo amico si fa.  Lui si chiamava E. ed io l’ho chiamato P.

Sono una stupida ma non sono una stupida che ripete lo stesso errore due volte e dunque, da quel giorno lì, i nomi propri sono morti per me, sostituiti da una marea di rassicuranti “tesoro” che non feriscono nessuno e sono assolutamente politically correct.

Detto questo tocca aprire una parentesi, perché se è vero che vi conosco, so bene che tutti voi starete spasimando per sapere chi è P.

P. era un tizio amico di amici che ho conosciuto all’università. Un tipo come tanti  che ho visto per la prima volta in un pub. Lui portava un vassoio di patatine, io ero seduta con degli amici. Io l’ho guardato, lui mi ha guardata, si è distratto, è inciampato su un gradino e ha rovesciato le patatine. Praticamente la prima volta che P. mi ha vista ha preso un super cazziatone dal suo capo e la colpa è stata mia.

Ora, può un vassoio di patatine rovesciato da un cameriere a causa di uno sguardo far nascere istantaneamente un milione di farfalle nella pancia? Ma che ve lo dico a fare? Per innamorarsi un’ora è troppo, a volte bastano 3 secondi e un gradino scivoloso.

A scanso equivoci ci tengo a precisare che io e P. non solo non siamo mai stati amanti ma nemmeno amici. Non so quando festeggia il compleanno, non conosco il suo cognome, non ho mai avuto il sui numero di telefono. Mi sono presa una cotta per il ragazzo delle patatine che sapeva a malapena della mia esistenza.

Anzi, diciamo la verità: P. non mi cagava proprio. Lui lavorava sempre in quel locale che io frequentavo spessissimo e stava lì, a portata d’occhi a spinare birra, a preparare cocktail e a NON servire patatine. Ed io ero lì ad ubriacarmi di shottini al peperoncino con i miei amici, come ogni brava matricola ha l’obbligo morale di fare. Poi una sera è successa una cosa, P. mi ha salvato la vita ed io mi sono innamorata di lui. Perdutamente. Lui lavava i bicchieri ed io lo guardavo. Lui lucidava i teschi ed io sospiravo. Lui portava le birre ed io scrivevo poesie d’amore sul librone del locale. Lui mi urlava all’orecchio cosa volessi da bere ed io, cercando di non svenire e superando con la mia voce tremante quella di Kurt Cobain, rispondevo strillando ” fai tu” sbattendo le ciglia.

Tutto ciò è andato avanti per anni. Un rassicurante, esaltante amore segreto e non corrisposto alimentato dal fatto che P. NON MI HA MAI DEGNATA DI UNO SGUARDO. Se non quella sera lì, quella in cui è stato scelto per salvarmi la vita ed io mi sono innamorata di lui.

Non gli ho mai rivelato i miei sentimenti perché probabilmente non ne provavo, ora me ne rendo conto. Era soltanto una fissa pazzesca perché, ne sono certa, se lui mi avesse parlato l’incantesimo si sarebbe spezzato; ma lui non mi parlava affatto ed io non parlavo a lui ed era tanto bello cullarsi in quell’amore unilaterale, era dolce sentire il mio migliore amico ripetermi “Tati quello è gay altrimenti non si spiega“, era eccitante cercarlo con lo sguardo dietro il bancone, era splendido immaginare che quel sorriso fosse riservato solo a me e non a tutte le clienti ed era fantastico ingozzarsi di spiedini di fragole a gennaio perché P. sapeva che mi piacciono le fragole da morire e se ne ricordava sempre e chissenefrega che sono allergica e puntualmente mi svegliavo la domenica mattina con la faccia rosso fuoco e le bolle.

P. aveva preparato 18 spiedini di fragola e li aveva offerti e me e io li avevo mangiati tutti perché avevo 20 anni e l’amore a 20 anni è farsi venire le bolle.

Ora, se qualcuno di voi ha avuto un P. nella vita sa di cosa io stia parlando. Quindi, ragazze specialmente, sapete cosa significa quando finalmente dopo anni di spasmi amorosi e sguardi languidi, di occhiate di sguincio e di amici costretti a fare la parte dei fidanzati per valutare eventuali reazioni, improvvisamente, l’oggetto dei vostri desideri fa quello che non ha fatto mai.

VI CAGA.

Eravamo ad una festa ed io ero bellissima. Me la ricordo quella sera e mi ricordo che prima di uscire mi ero specchiata, avevo guardato il poster a grandezza naturale di Nesta posto vicino allo specchio e gli avevo detto “Alessà, so proprio figa stasera, se m’incontrassi ti innamoreresti, no lla brutta della sposa tua”.  Eravamo ad una festa nel locale dove lavorava P.  e lui c’era, solo che non faceva il barista. Aveva un bicchiere in mano e la serata libera. L’ho visto subito, l’ho visto da lontano. E l’ho visto strizzare l’occhio. A me.

Avete presente quando vi accade qualcosa che non capite subito? Quando vi sembra che la scena che state vivendo sia al rallentatore? In quel momento lì io mi sentivo così. E avevo la colonna sonora di Momenti di Gloria nelle orecchie. Lo vedevo sorridere a me e avvicinarsi. A ME. Per la prima volta P. mi aveva vista DAVVERO. Mi ha raggiunta, mi ha baciata sulle guance e mi ha detto che ero molto, molto bella. Poi mi ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Non vi dico cosa, ma sappiate che P. ci ha provato. E che la musica di Momenti di Gloria si è trasformata in una marcia trionfale. Ero single e sentivo il cuore che mi stava scoppiando dalla felicità. O forse era solo la soddisfazione, non so.

Quello che so è che il mio cervello orgoglioso e idiota ha preso una decisione in quel momento. Perché riusciva a pensare a solo una cosa in quegli istanti, a formulare un solo pensiero. Quel pensiero era “CREPA”.

Ho fatto la figa, signori e signore. Me la sono tirata. Non ricordo nemmeno cosa ho risposto a P. ma sta di fatto che P. è rimasto a bocca aperta. In quel momento mi sentivo la regina del sistema solare. Marylin Monroe che tromba un Kennedy a caso non poteva sentirsi invincibile  e figa come mi sentivo figa e invincibile io in quel momento.

Ho vinto“, pensavo. “Ha capitolato“, pensavo. “Domani mi chiama“, pensavo.

Pensavo male.

P. non mi ha mai più cagata. P. non ha chiesto il mio numero agli amici in comune, P. non mi ha cercata, P. non ha insistito. P. quella sera era sicuramente uscito di senno oppure era ubriaco lercio ed io ho dovuto fare la figa.

Non so nulla di P. più nulla.

So solo che si trova incastrato tra il mio esofago e la mia trachea e lì starà. Per sempre.

Scusate la divagazione, ma era necessaria per farvi sapere come mai  ho iniziato a chiamare tutti “amore” e “tesoro”. Sapete a chi dare la colpa. Quello che non sapete però e che ci tengo a dirvi è che nella mia idiozia non sono affatto bugiarda: se chiamo qualcuno “tesoro” è perché penso che lo sia davvero. Non chiamerò mai tesoro chi penso sia un infame, né chiamerò mai “bella” una persona che ritengo brutta o “cara” una stronza certificata. Se vi chiamo per nome è perché non abbiamo un grado di confidenza sufficiente o perché penso che voi apparteniate a quella categoria di persone che odia essere chiamata con un vezzeggiativo, perché lo trovano ipocrita.

(Se non vi chiamo affatto, morite pure).

Non sono una bugiarda e sono molto, molto precisa e certosina nel mio vezzo di chiamarvi con un nomignolo sciocco perché sono molte cose brutte, ma davvero non sono ipocrita. Non riesco a fare buon viso a cattivo gioco, una volta ero una maestra di diplomazia e adesso sono una stronza ma non sono una stronza falsa.

Se vi chiamo amore, vi amo davvero. Non importa di che genere di amore io vi ami. Vi amo e basta.

Gli ipocriti e i falsi non sono quelli che vi chiamano con un nomignolo sappiatelo, ma le persone che architettano malvagità alle vostre spalle e che poi le realizzano, quelle che cliccano “mi piace” sotto a tutti i vostri status di Facebook dopo aver sparlato  di voi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, quelli che chiedono informazioni di voi a vostra madre e poi quando vi incontrano non vi salutano o peggio ancora, quelli che fanno finta di trovarvi simpatici e che cercando di essere amici vostri per un proprio tornaconto. Un tornaconto che non è sempre economico.

Sveglia!

Quelli sono i veri ipocriti.

E voi li frequentate ogni giorno. Ne siete circondati tesori miei.

T.

Ps: qualche anno fa, molti anni dopo Bologna e dopo P. una mia amica mi ha raccontato che una sua amica ha avuto una storia con P. e che P. si è rivelato essere una pippa colossale. Quando l’ho saputo ho mandato un sms al mio migliore amico di allora (e di ora) e lui mi ha risposto “te lo avevo detto che era gay”. 

Io non so come la chiamate questa cosa voi. Io la chiamo “giustizia della Madonna”.

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