Blood Story

Quando sono entrata nel cinema ero nervosa.

Sapevo tutto eh. Mi ero informata. Pensavo di essere pronta. Come pensavo di essere preparata dieci anni fa.

Ho sbagliato domenica come sbagliai allora.

Ho sbagliato tutto.

A Genova faceva caldo quel giorno ma noi non ci badavamo perché venivamo da una Bologna arroventata e volevamo solo mischiarci alla folla colorata che avevamo visto il giorno prima in tv, mangiare un panino e andare in via del Campo.

La brezza che veniva dal mare era dolce, come una carezza.

Le bandiere arcobaleno, un fiume di persone in festa, i cori, lo zainetto Invicta sulle spalle, il mare, i gabbiani, un azzurro abbacinante.

E poi gente vestita di nero con la faccia coperta e le pietre in mano, macchine in fiamme, vetrine sfasciate, urla, fumo denso che fa piangere, singhiozzi, ossa spezzate, gente che fugge. Il corteo si disperde, io prendo la mano di M. e inizio a correre, non so dove ma corro e corriamo via veloci, ci perdiamo nel dedalo di viuzze, Genova città di pirati sembra fatta apposta, non sappiamo dove siamo, abbiamo smarrito tutti gli altri, ci viene da piangere.

Abbiamo ancora i panini con la frittata dentro l’Invicta e i fiori dipinti in faccia sono ancora lì seppur un po’ sbiaditi dalle lacrime e dal sudore. Abbiamo la gioia strozzata in gola e gli occhi grandi e rossi e terrorizzati e non capiamo perché.

Perché c’è gente con la testa spaccata sdraiata per terra, perché alcuni sputano via sangue e denti, perché la polizia ha caricato il nostro corteo.

Noi siamo venuti da Bologna con l’autobus e con il pranzo al sacco. Abbiamo le chitarre e le Converse e gli zainetti sulle spalle. Siamo studenti, pensionati, sindacalisti, mamme, papà.

Siamo brava gente, gente normale che ha visto cose che non voleva vedere.

Che non doveva vedere.

Gente che era venuta a manifestare  e che prima di tornare a casa si è trovata necessariamente in una piazzetta secondaria a deporre un fiore rosso su un mucchio di sabbia messo lì per coprire il sangue della vergogna.

Questa è la Genova che avete visto tutti alla tv.

Questa è la Genova che ho visto io.

Al cinema, dopo 10 anni ho finalmente visto l’altra Genova. Quella più segreta e vergognosa. Quella che si è tentato di occultare e prescrivere in ogni modo.

Alla scuola Diaz dormivano 93 persone in quella notte d’estate.  Gli agenti che hanno fatto irruzione erano 300.

La verità la conoscono solo quelle 393 persone.

Quelle che hanno colpito e quelle che sono state colpite. Quelle che hanno deriso, umiliato e infierito e quelle che sono state irrise, umiliate e selvaggiamente picchiate. Quello che è successo alla scuola Diaz di Genova in quella notte pazzesca è ben più della sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. E’un abominio. Una carneficina di massa di inaudita violenza e priva di qualsiasi logica, motivazione, giustificazione.

Questa follia collettiva, questa sorta di rappresaglia sanguinosa e simbolica, questo bagno gratuito di sangue è mostrato al grande pubblico in maniera analitica e con la giusta dovizia di particolari da un regista che riesce a documentare senza mai esagerare e a mostrare la nuda realtà, quella cruda e macchiata di sangue, senza doverla infarcire di inutili dettagli splatter. La narrazione è semplice, obiettiva e basata sulle carte processuali: ricostruzioni, perizie, testimonianze. Una scelta intelligente ed in grado di svincolare il film dalle faziosità, dagli odii di parte e dalle inevitabili polemiche.

Vicari ricostruisce e mostra con coraggio e veridicità. Non denuncia né condanna. Racconta. Il dramma degli inconsapevoli innocenti, la ferocia degli aguzzini e la piccola codardia dei veri colpevoli o meglio di coloro che hanno fornito il pretesto del massacro della Diaz. I temibili black block, riassunti nella pellicola in due ragazzini che parlano un tenero francese e che scampano all’orrore implorando (ed ottenendo) l’aiuto di un barista genovese che li nasconde nel suo locale, paradossalmente sopravvissuto al saccheggio dagli stessi perpetrato altrove.

Non ci sono lezioni di democrazia né sermoni paternalistici, né volontà di’insegnamento in Diaz. Non c’è volontà di giudizio. E’ solo lo spettatore a decidere quali sentimenti provare e lo stesso non può che inorridire davanti alla degradante escalation delle menzogne, della violenza gratuita, dell’autorità abusata e della piccolezza umana, una combo micidiale e capace di rendere una vergogna all’italiana ben più terrificante di un film dell’orrore.

Diaz è un pugno nello stomaco, uno di quelli che fa male e lascia il segno a lungo.

Un film che schiaccia e che opprime. Una pellicola che rende muti e impotenti. Un film che era necessario fare e un film che è necessario vedere.

Senza dimenticare che Diaz non è un film e che finalmente il sangue del sottotitolo è stato lavato.

In pubblico.

T.

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