A good friend is worth his weight in gold

«Che viviamo a fare, se non per renderci la vita meno complicata a vicenda?»

(G. Eliot)

Sono tanti, sono pochi, sono troppi, non sono mai abbastanza.

Quelli veri si contano sulle dita di una mano, molti fanno solo finta, alcuni sono fugaci meteore, altri passano e non lasciano traccia alcuna, certi si trovano un posticino comodo e restano lì per sempre. Alcuni sono strani,  altri sono impiccioni, qualcuno è impertinente, quello è duro come pietra preistorica, l’altro trasparente come acqua di montagna, l’altro ancora sincero e diretto come uno schiaffo a mano aperta.

C’è quello che ti dice tutto e quello a cui non puoi fare a meno di dire tutto tu, e poi c’è l’altro  che capisce tutto senza che tu dica niente e l’altro ancora che deve interpretare il tuo silenzio o il tuo fiume di parole.

C’è quello che ti fa rimanere male, quello che senti 13 volte al giorno, quello che non si fa sentire mai ma non importa, quello che sente il tuo SOS muto  telepaticamente anche se vi separano “milioni di migliaia di km” e ti manda un sms salvifico nel momento esatto in cui ne hai bisogno.

Ci sono quelli a cui basta un solo sguardo e quelli a cui devi spiegare tutto, quelli che odiano e amano a comando, per osmosi, senza chiederti neppure perché e stanno da una ed una sola parte che è sempre la stessa e cioè la tua, anche se  poi, in privato, non mancano di farti notare anche la tua più minuscola manchevolezza.

Ci sono quelli che ti tengono tutta la notte su whatsapp e quelli a cui devi scavare la vita con le pinze  e ci sono quegli altri che non possono sentirti piangere e che ti tengono sveglia a cantare su skype fino alle sei del mattino e che non se ne vanno fino a che non vedono spuntare un sorriso autentico.

Se chiudo gli occhi vedo le loro facce una ad una.

Alcune sono le stesse da una vita e stanno lì, immobili, granitiche come pietre miliari, specchio della tua vita, riflesso dei tuoi dolori, spalle incrollabili su cui hai poggiato la testa per centinaia di volte e per altre cento ce la poggerai, lingue instancabili taglienti e acuminate le poche di cui ti interessa sentire l’opinione.

Altre facce sono opache, offuscate, sporche della cenere del tempo e sanno di gelato e di sigarette rubate, di vodka scadente comprata al discount e di estati infinite, di salate a scuola e di giri in motorino, profumano di inchiostro e scolorina, ricordano cabine telefoniche e gettoni che non bastano mai, hanno il sapore di confessioni inconfessabili e di erba, di feste del sabato sera e di genitori che tornano a prenderci, di lacrime tanto salate quanto disperate e di amori tanto intensi che durano giusto il tempo di soffrirci su.

Altre facce sono nuove e immacolate, ancora da scoprire, arrivate forse dopo ma non per questo meno importanti, trovate per caso o scoperte per dispetto, dipinte di fiducia data con le molle e tinte del sangue della delusione e farcite di apertura totale e di cose non dette perché capite già prima. Facce che sanno di rabbia inghiottita, repressa, covata e di taciti accordi perché si deve per forza fare così, per non soccombere, per non morire o semplicemente per continuare a sopravvivere.

Altre ancora invece, sono le facce più incredibili, quelle  silenziose ed eterne, incrollabili e inaspettate, lontane ma vicinissime. Non hanno corpo ma sono ricche di sostanza, sono prive di quelle parole pronunciate che si perdono nel vento ma che imprimono il foglio, silenziose ma rotte da questo tic tac che amo così tanto e che senza il quale non riesco, non posso vivere. Sono scevre di vergogna, prive di passato e di pregiudizio, pitturate con i colori vivi dell’onestà totale, della sincerità cruda, della verità sanguinolenta e del segreto più denso, quello che non si dice, quello che rimane sprofondato nelle viscere. Sono quelle che danno le risposte che non vuoi sentire, quelle che sono assolutamente vere e non potrebbe essere altrimenti perché “se viene meno l’onestà, cosa ci resta”?

Sono le loro facce, le vostre facce, le facce delle persone che amo, quelle dei miei amici.

Di quelli che mi hanno accompagnata da sempre e di quelli che sono arrivati dopo, quelli che non mi hanno mentito mai e quelli che lo hanno fatto per me, di quelli che non mi hanno detto mai quello che volevo sentirmi dire e che mi hanno fatta piangere con le loro parole appuntite.

Quelli che appartengono alla categoria più importante, quelli a cui queste righe sono dedicate e loro sanno di chi sto parlando, oh se lo sanno.

Sono loro.

Il gruppo di quelli che, nonostante tutto, resta.

T.

5 pensieri su “A good friend is worth his weight in gold

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