Il discorso del Re – The King’s Speech

“C’era una volta … “

“Un re!” diranno subito i miei piccoli (!) lettori.

Già. Avete indovinato.

Questa volta, c’era davvero una volta un re.

Solo che non era un re come tutti gli altri.

Non sapeva che lo sarebbe diventato.

Non sapeva neppure di poterlo essere.

Perché questo principe, nato per secondo, era destinato a vivere una vita felice all’ombra del fratello, legittimo erede al trono d’Inghilterra.

Bertie non era nato per essere re. Non ne aveva il diritto e nemmeno l’indole.

Era timido lui. Riservato. Silenzioso soprattutto. Molto silenzioso.

Non perché non avesse qualcosa da dire.

Anzi, era esattamente il contrario.

Solo che le parole così chiare e lineari nella sue mente brillante non riuscivano ad affiorare fluentemente sulla sue labbra.

Se Bertie fosse stato “solo un ufficiale navale” non ci sarebbero stati problemi. Purtroppo però, si sa, anche i principi di seconda classe hanno degli obblighi ben precisi: parlare davanti a folle sterminate di persone è uno di questi e Bertie, ahimè, non poteva proprio esimersi.

La sua voce sì però. Usciva fuori frammentata e farfugliante. Dispettosa.

Il nostro principe aveva imparato ad accettarsi. O forse si era arreso. In ogni caso non sembrava prendersela troppo.

All’apparenza, almeno.

Quello che gli accadeva dentro, il dolore, l’umiliazione, il senso di impotenza, le continue sconfitte, la paura di fallire, noi non possiamo conoscerle. O comprenderle. Forse, non saremmo neppure in grado di accorgercene.

Al contrario di lei.

Già, lei.

Come tutti i principi che si rispettino Bertie non era solo. Aveva accanto una principessa davvero speciale lui. Una simpatica, irriverente principessa chiacchierona, che amava indossare strani cappelli, dire esattamente quello che pensava e farsi un bicchiere ogni tanto.

Ogni tanto spesso.

Una principessa allergica all’etichetta che per questo lo aveva sposato dopo due rifiuti nella speranza che Bertie rimanesse per sempre il suo amato, riservato, goffo, buffo principe balbuziente.

Una principessa coraggiosa. In grado di comprendere il dramma interiore del suo uomo e di aiutarlo.

Scovando chissà dove Lionel, il famigerato “uomo comune” colui che senza titoli e senza onori, senza competenze né raccomandazioni insegnerà a Bertie qualcosa che tutti noi, nessuno escluso, dovremmo possedere.

E che se non possediamo, dovremmo imparare.

Il coraggio.

Il coraggio di dimenticare, il coraggio di vivere, il coraggio di lottare.

Il coraggio di diventare quello che si è e che a volte, nemmeno si immagina di poter essere.

“Il discorso del Re” è un film raffinato e crepuscolare, intrappolato nelle atmosfere sospese ed evanescenti di una Londra piovigginosa ed eternamente coperta da uno spesso ed ovattato strato di nebbia ove i personaggi, al contrario incredibilmente reali, si muovo maestosi dando vita ad un incalzante, a tratti esilarante, duetto. Un duello continuo tra due personalità opposte che si incontrano, si scontrano, si separano ed inevitabilmente si riuniscono in un affascinante ed inconsueto gioco di ruoli.

Un uomo del popolo irresistibile ed intelligente, sfrontato, sfacciato e irriverente insegnerà letteralmente “a parlare” (agli altri ma soprattutto a sè stesso) ad un principe affascinante che incanta con la sua ritrosia, i suoi sguardi densi, il suo dolore rappreso e intimo, mai urlato, mai manifestato ma non per questo meno tangibile, che erutta, infine, in tutta la sua incandescenza, sublimando in un pianto disperato ed infantile, il pianto di un bambino impaurito dal padre, offuscato dal fratello, sopraffatto da sè stesso e dallo stereotipo in cui è costretto a vivere.

Lionel ha costretto Bertie ad affrontare sé stesso. Lo ha obbligato a guardarsi dentro. A rimestare nelle proprie paure, a trovarle ad affrontarle. A farsi beffe di loro. A distruggerle.

Ha preso per mano un principe impaurito, lo ha fatto con fermezza e semplicità, accompagnandolo passo passo, lungo un’impervia, difficile spietata sfida che si è conclusa con la richiesta di leggere “solo per me” un discorso in grado di commuovere, consolare, guidare e spronare un intero popolo.

Poi, Lionel ha mollato la presa. Ha infine lasciato la mano. Ma non quella di un principe.

Quella di un Re.

 

 

 

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