Sopra, il cielo.

Io non ho paura del buio.

Non ne ho mai avuta.

Ed è strano perché i cuccioli di tutte le specie temono la coperta dell’oscurità.

I bambini si contorcono nei loro letti come pungolati da invisibili quanto orribili artigli e piangono calde lacrime cercando in maniera spasmodica l’interruttore della lampada, ma anche quelli che saranno i re della foresta domani, oggi fremono e cercano conforto nella calda e feroce pelliccia materna quando il cielo si tinge di blu  e si punteggia di stelle. Quando il silenzio sostituisce i rumori e regna sovrano.

Io no.

Io amo il cielo pervinca della notte, amo l’oscurità che seducente cala, amo il buio che avviluppa tutto il mondo cancellando la vista, il più superbo dei sensi e rende preziosi anche ( o solo) i palpiti del cuore. I respiri.

Voi lo sapete qual è il rumore che fa un sorriso nell’oscurità? Io si.

Ma sono speciale, io.

Io ho la mia luce.

Una luce che mi appartiene, che è dentro di me sempre, che mi attraversa tutta e che irradia la mia intera essenza. La luce che è solo mia e che mi accompagna nelle mie scorribande notturne e che con me gode dell’immenso cielo là sopra, della fragrante notte, dei sospiri innamorati, languidi a volte. Quella luce che spazza via ogni incubo e che disintegra tutte le paure e che si fa faro e guida nella tenace notte.

La mia luce vive di me e con me ride e gode. E soffre. Fulgida, quasi abbagliante nello splendore della gioia quanto fievole ed insignificante a volte. Succede quando con me piange, sopraffatta dalla delusione e dalla tristezza, sentimenti in grado di mortificarla e offuscarla. Perché anche le anime più lucenti a volte devono allontanarsi dal sole e trovare conforto o oblio nel nero più profondo.

La mia luce era un puntolino nell’oscurità immensa la prima volta che ti ho visto.

Piccola e opaca, bagnata di lacrime, contaminata dai ricordi, lacerata dalla delusione. Lei era così. Io mi sentivo così. Sola, tradita, sconfitta. Avrei voluto addormentarmi e svegliarmi a primavera o forse mai, comunque in un nuovo corpo, con una nuova forma. Volevo soffrire fisicamente. Essere schiacciata, annientata e uccisa. Tutto pur di non sentire più quel dolore sordo e inumano che flagellava la mia anima, stracciava il mio corpo e consumava la mia luce. Ma non trovavo il coraggio. Non allora.

Poi, quando la notte diventava sempre più profonda, sei arrivato tu.

Ed eri radioso.

Avevi una luce uguale alla mia. Una luce che tentavi di tenere nascosta a volte, forse per tutelarti, forse per conservarti, perché inconsciamente sapevi che la tua luce appartiene a quel tipo che abbaglia. Che innamora.

Ma hai deciso di correre il rischio. E me l’hai mostrata.

La tua luce si è specchiata nella mia. Ci si è riflessa. L’ha riconosciuta. L’ha agganciata.

Ed è arrivata la primavera.

Io ti ho guardato ed ho sorriso. Senza un perché. Poi ho riso, poi ho visto ho sentito ho toccato ho sospirato ho assaporato. Ho amato. E la mia luce lo ha fatto con me. Insieme a te.

Ci siamo persi l’uno nell’altra, ritrovati forse, smarriti e spaventati nell’unisono dello splendore, nell’ abbagliante bianco fulgido della fusione delle nostre luci che risplendevano, insieme a noi, in una fiamma in grado di ferire gli occhi e di riscaldare il cuore. E lo vedevo io e lo sapevi tu e se ne accorgevano tutti perché l’evidenza non sfugge mai. Suscita invidia, sorrisi e sospiri. Ma non passa inosservata.

Mai.

Sapete che rumore fa un cuore che si spezza? Io sì.

Sono qui ora come allora. Non so cosa sia successo. Nessuno lo sa. Tu sei volato via e hai portato la tua luce con te. Senza un perché. O forse sì. Ma non mi interessa. Non interessa a lei. Che come si era accesa di passione, abbagliante nella gloria, adesso è spenta.

Non fievole, non poco luminosa, non opaca.

Spenta.

E la tua? Brilla ancora? Chissà.

Io non ho paura del buio.

Nemmeno ora.

Io vivo nell’oscurità. Io mi crogiolo nel dolore della nera notte e sono terrorizzata dal vuoto della tua assenza ma rimango qui. Impaurita e tremante e amputata. Sola. L’inverno sta arrivando ed io non posso aspettare l’arrivo di un’altra primavera. Non ce la faccio. Non la voglio. E non la vuole nemmeno lei.

Ho deciso. Lo farò. Non so come, non ancora.

Forse il gelo scenderà su di me e mi annienterà ed il dolore del corpo supererà quello che ho dentro.

Non so come ma so dove.

In quell’angolo fragrante di prato, profumato di fiori e bagnato di rugiada.

Il cielo, sopra. Lassù. Cosparso di polvere di stelle, palpitante di promesse, costellato di ricordi. Quel cielo, il mio cielo, unica luce rimasta per me mi guarderà andare via. Mi guarderà arrivare. E passare attraverso. E ridiventare radiosa.

Aldilà.

E’ giusto e va fatto.

D’altro canto una lucciola spenta, non si era mai vista prima d’ora.

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6 pensieri su “Sopra, il cielo.

    • Ho sognato questa storia lunedì notte e l’ho scritta martedì mattina.
      La mia lucciola la speranza l’ha persa.
      Magari nel suo viaggio verso il cielo però, incontrerà una lucciola maschio in grado di riaccendere la sua luce.
      Magari il lucciolo che l’ha abbandonata capirà che non può brillare senza di lei.
      Magari.

      • Potrà forse essere un pensiero stupido, ma a volte capita di rendersi conto di non avere mai perso la speranza veramente. Il futuro non è mai come ce lo immaginiamo – non è mai così bello come quando lo immaginiamo felici, e non è mai così brutto come quando ce lo immaginiamo disperati. Non so se sia di consolazione, ma… Non importa che tu lo voglia o meno, all’inverno seguirà la primavera. Zampetta di volpe zampetta di volpe zampetta di volpe 🙂

  1. “SE C’E’ UNA COSA AL MONDO CHE PUò ESSERE ORRENDA E’ LA GIOIA. E sfortunato è colui di cui si dice: Quant’è fortunato! Si emerge dalla malasorte più integri che dalla buona. Un chiarore può non essere un chiarore. Perchè la luce è verità, ma un bagliore può essere una perfidia. Si crede che illumini, invece no, incendia! ” (L’uomo che ride – Hugo)

  2. Pingback: Lucciole « Smetto quando voglio – Summer Edition

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