Smetto quando voglio

Marissa1331

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Millanta cose che mi sono accadute e che sembra impossibile mi siano accadute e che invece mi sono accadute #3

Pensavate forse che il racconto delle avventure strambe e mirabolanti  della sottoscritta fosse terminato?

Grosso sbaglio.

Ho temporeggiato per problemi di vario genere e natura e soprattutto per evitare che il mio blog diventasse il deserto dei tartari ma arrivati a questo punto non posso più esimermi e la mia etica professionale, nonché il viscerale affetto che provo per la mia Cocchi (portatrice della notizia più divertente degli ultimi mesi che ahimè per voi è un segreto) mi impone di aggiungere un terzo capitolo alla saga che da mesi appassiona i miei amati e affezionati lettori fuori di testa.

Così dopo il primo capitolo dedicato alla tecnologia ed il secondo dedicato ai mezzi di trasporto beccatevi la terza parte intitolata

Tati e gli animali.

Premessa: se sperate di trovare in questi racconti qualcosa di vagamente pornografico cambiate assolutamente canale. Non accadrà brutti porci.  Amo gli animali ma non fino a quel punto. Soprattutto li amo in quanto bestie.

Li rispetto e penso che le persone che li abbandonano in autostrada siano esseri spregevoli, così come quelli che li maltrattano, ma sono consapevole del fatto che il cane è il cane, il gatto è il gatto e la nonna è la nonna. C’è gente che tratta il gatto come il sultano del Brunei e poi lascia la nonna sola nel monolocale a morire di caldo. Gli animali sono pezzi di core e di famiglia e tutto quanto ma non confondiamo i ruoli please.

Ripetete con me: la nonna è più importante del cane.

Gli animali però amano me. Parecchio. Diciamo troppo.

Bestie volanti, striscianti e cornute. Bestie che galoppano, corrono, mordono e si arrampicano. Bestie che nuotano e zampettano e ridono. Bestie che ronzano, bestie che pungono, bestie che succhiano.

Mi amano visceralmente. Mi adorano. Vogliono passare tanto tempo insieme vicinivicini. Così vicini che in confronto Jennifer Corvino era una povera disadattata con una lucciola svizzera per amica.

Una cosa in comune con la bella Phenomena però ce l’ho.

Una incontrollabile attrazione per i vermi. Non sto parlando di esseri umani zerbinati e nullafacenti ma dei famigerati bigattini che, per chi non lo sapesse, sono gli esseri striscianti preferiti dai pescatori e utilizzati per il confezionamento di quella che in ascolano (in italiano non so) viene chiamata “La Pastura”.

Si tratta di una palla profumata e colorata che viene utilizzata per attirare i pesci e che mio nonno (pescatore per passione) preparava mescolando vari sfarinati, sarde, sale, coloranti vari (per darle un bel colore rosso e vivo) e aromatizzava poi alla vaniglia per far sì che avesse un odore forte e gradevole percepibile anche sott’acqua suppongo.

A tutto ciò mio nonno aggiungeva l’ingrediente segreto e cioè una bella manciata di bigattini vivi e brulicanti. Poi metteva a risposare il tutto nella sua stanzetta della pesca, sita in giardino.

Chiamatemi Nemo ma la pastura esercitava su di me un fascino irresistibile. Io mangio tutto e di tutto. E devo aver pensato che una cosa dalla consistenza così morbida e dal profumo così buono non potesse che essere deliziosa. Sembrava Didò.

Io l’ho mangiato il Didò. Quello rosso. Perchè io non mangio roba dal colore improbabile. Non mi vedrete mai mangiare una M&M’s verde o blu. Le seleziono una ad una anche nel buio del cinema. Non ditemi che hanno tutte lo stesso sapore. Non mi stressate. Ho 31 anni. Lo so.

Il Didò l’ho mangiato all’asilo con la mia amica Alessandra sotto l’albero di fico. Era salato e profumato e mi è piaciuto tanto anche se la maestra me lo ha fatto vomitare infilandomi un braccio in gola. La Pastura aveva un profumo più buono del Didò. La pastura sembrava deliziosa.

Così ho pensato “assaggiamola “.

Di questo episodio, a parte la mia sortita durante la pennichella pomeridiana nella stanzetta della pesca,  ricordo bene mio nonno che mi scovava accanto alla pastura con la bocca chiusa sigillata, ricordo che e me la apriva a forza e ci guardava dentro. Ricordo il suo sguardo inorridito mentre (a detta sua) i bigattini mi brulicavano in bocca. E ricordo mia mamma, più giovane di me ora, in preda ad una crisi isterica. Ricordo pure che la pastura mi sembrò buonissima. Anche se l’ho rivista solo molti anni dopo. Molti anni dopo.

State calmi e cercate di non considerare quello che ho appena descritto, un episodio di odio nei confronti degli animali. Fatelo pure, se credete, dopo la narrazione del prossimo. Che ha per protagonista una Tati bambina e un Cocker Spaniel di nome Cico.

I Cockerini sono bestiole intelligenti e affettuose mi dicono. Cico invece era uno stronzo di prima categoria che geloso delle attenzioni che mi riservavano i suoi padroni decise di dichiararmi guerra mordendomi. Ripetutamente. Mentre io lo carezzavo sulla testa sotto il tavolo.

Non aveva nessuna idea di chi si stava mettendo contro. Oh no!  Nessuna idea. Perchè io la vendetta la consumo non fredda ma gelida. E architetto piani come una piccola e letale Cylon.

La mia inoltre è una vendetta che uccide o che almeno ci prova. Perchè Tatiana, sette anni, le trecce le lentiggini sul naso e gli occhiali rosa non è una tizia che sta lì a pettinar le bambole o almeno non solo. Tati non aveva organizzato un piano per far male. Aveva organizzato un piano per uccidere.

Eh già perché ogni estate Cico trascorreva tre settimane a casa dei miei nonni. Ed io lo volevo morto.

Ve lo ricordate il Mago Pancione? No??? Pensateci bene.

Era l’idolo delle folle infantili, me compresa. Tanto che la Mattel aveva messo in vendita delle riproduzioni del vaso da cui lo stesso fuoriusciva (evocato con uno starnuto, oh che triste infanzia avete avuto se non lo amavate) pieno di una polvere magica che se messa in acqua, invece di sciogliersi ( in quanto magica) disegnava delle strane e affascinanti figure colorate. Mia nonna mi aveva messo a disposizione un vecchio acquario per giocare a questo gioco ed i bambini del vicinato ed io, bagnati dalla testa ai piedi, ci dilettavamo a creare figure acquatiche astratte. Ricordo che sull’etichetta c’era scritto “non ingerire, tossico” e accanto la figura dello scheletro con la x.

Ricordo una lampadina che mi si era accesa nella testa.

Ricordo Cico che tornava dalla passeggiata, sudato e stremato con la lingua per terra, ricordo me stessa distruggere le figure acquatiche create con la polvere magica, ricordo di aver versato l’acqua contaminata nella scodella di Cico. Ricordo la mia soddisfazione mentre il cagnaccio avido beveva fino all’ultima goccia.  Ricordo il mio disappunto quando l’odiosa bestia se la cavò con una lavanda gastrica. Da quel giorno però vedendomi, scodinzolava e abbassava la testa.

Chissà perchè.

(Ricordo anche le botte di mia madre. Con la cucchiaretta mi ha menata quando lo ha scoperto. Maledetta sincerità. Maledetta lingua lunga. Mi fregano da tutta una vita).

Ok. Se non avete chiamato il WWF continuate a leggere. Scoprirete che dopo queste cattiverie infantili gli animali si sono accaniti su di me e mi hanno massacrata riprendendosi capitale ed interessi da cravattari compiendo gesti di cattiveria inaudita.

L’ultimissimo in ordine di tempo si è verificato questa estate a Washington DC. Io sono un’amante del cinema horror e quando ho scoperto che a due passi dal mio Hotel a Georgetown c’era la casa in cui è stato girato “L’Esorcista” non ho potuto esimermi e sono andata a vederla (all’esterno perché dentro è abitata! Rattle!).

Dopo i profondi brividi cagionati dalla visione dal lampione e dalla scala in fondo alla quale il povero Damien trova la morte, mentre tornavo sui miei passi percorrendo  il tratto di strada che separa la casa da una sede della famosa Università di Georgetown, ho visto un ape ronzarmi intorno.  Poi l’ho vista scomparire. Ma continuavo a sentirla ronzare.

Problema. Io sono allergica alle api. Altro problema. Di lì ad un’ora dovevamo ripartire. Per l’Italia.

Panico.

Lancio borsa e reflex a Matteo che le prende al volo e inizio a battere forte i piedi per terra, a scuotere la testa istericamente, a roteare le braccia per tentare di cacciar via l’odioso insetto, ma nonostante i miei sforzi, continuo a sentirla ronzare. Allora mi tolgo la maglietta e la lancio non so dove. Ma continuo a sentirla ronzare. Continuo a dimenarmi come se fossi posseduta, a strillare, ad imprecare, a chiamare aiuto.

Davanti la casa dell’esorcista!

Dannazione!

Io bestemmiavo e piangevo e urlavo battendo i piedi e scuotendo la testa come un’ossessa. E l’ape continuava a ronzare.

Vinta mi sbottono i pantaloni. Me li tiro un po’ giù.

L’ ape mi vola via dai capelli. Bastarda.

Io alzo gli occhi e vedo 1) Matteo  nascosto dietro ad una siepe colto da un attacco di riso isterico che continuava a dire ” non ti ho filamata, noooo ma perchè” ; 2) Un gruppo di tre studenti che avevano capito la situazione e che ridevano come imbecilli indicandomi con il dito e portandoselo alla tempia dandomi della matta senza pietà; 3) una vecchietta di colore immobile e terrorizzata che mi guardava con sospetto indecisa se chiedermi cosa avessi o se spaccarmi il suo bastone da passeggio sulla testa per scacciare il demonio e 4) un gruppo di operai di colore che stavano facendo dei lavori stradali a cui 3 minuti prima avevo chiesto informazioni che non sapevano letteralmente cosa fare e si limitavano a guardarmi. Finché uno di loro non è scoppiato a ridere. Provocando l’ilarità di tutti gli altri.

E come criticarli?

Guardo tutti loro e dico solo “Bee”

Poi mi tiro su i pantaloni, li abbottono e aggrappandomi gli ultimi brandelli di dignità rimasti, raccolgo la mia t shirt che giaceva solitaria in mezzo alla strada e la indosso. Tra gli applausi dei lavoratori. Che quel giorno sono sicuramente tornati a casa con una storia da raccontare.

Perché un’ape può infilarsi nei capelli di tutti cagionando il relativo panico se si è allergici.

Ma davanti alla casa dell’esorcista credo possa capitare solo a me.

Non sono solo gli insetti a tentare di uccidermi. Lo fanno anche altre bestie generalmente mansuete e pacifiche.

Non credo che qualcuno di voi sia mai stato circondato e assalito nei pressi della scuola media da un branco di 5 tacchini incazzati scappati da un recinto. Né che sia stato inseguito da una pecora impazzita per mezz’ora. Una pecora che mi ha guardato brutto, mi ha puntata e ha iniziato a corrermi dietro intorno ad un campo di calcio di due squadre di terza categoria mentre si stava disputando la partita. Una pecora! La bestia buona e mite per antonomasia che impazzisce e chi vuole ammazzare? Me.

Né credo che qualcuno di voi sia dovuto scappare a tutta birra da un pony sclerato che andava molto più veloce del mio “Sì” Piaggio.  Tantomeno credo che un gatto vi sia caduto accanto infilandosi nel tettuccio abbassato della vostra auto mentre eravate fermi al semaforo o che due terranova vi si siano affettuosamente avventati addosso mettendovi le zampe sulle spalle, uno davanti e uno dietro e che abbiano preso a leccarvi la faccia. Insieme.

Il tutto sotto lo sguardo terrorizzato del vostro ex fidanzato che aveva appena fatto in tempo a chiudersi in macchina e che aspettava di vedere la vostra testa mozzata rotolare per terra da un momento all’altro. Spero anche che i vostri amici non  vi usino come Autan naturale perché se ci siete voi le zanzare banchettano con il vostro delizioso sangue ignorando tutti gli altri.

Credo però che alcuni di voi abbiano convissuto 4 anni con i John. Ricordo la prima volta che li ho visti tornando a Bologna dopo il week end passato a casa. Erano tre, enormi e stavano  bivaccando sopra il portapiatti nel cucinino.

La mia amica Marisa, la più efficiente del gruppo, si era messa prontamente in piedi su una sedia, ciabatta munita, per porre fine alla loro esistenza.

Dì amen Giovanni, che la tua ora è giunta” e giù con una bella pianellata. Morto.

” Di amen Luca che la tua ora è giunta” e via, ancora più forte. Morto.

Dì amen John che la tua ora è giunta”.

Col cazzo.

John è scappato. Si è nascosto. Ha dato origine alla stirpe. E ai migliori animali domestici che un gruppo di universitarie potesse desiderare. Già perché all’inizio abbiamo provato a combatterli. Con ogni mezzo. Ma i John son bestie forti, resistenti e velocissime che si infilano ovunque, nuotano nell’idaulico liquido e  il DDT lo usano come crema idratante.

I John non puoi sterminarli. Non riuscirai mai a combatterli. I John devi farteli amici. Come dovresti farti amici i tuoi nemici. Sempre.

Noi lo abbiamo fatto. Li abbiamo studiati, compresi, capiti e accettati.

Li ho anche ringraziati nella mia tesi.

Mi mancano un po’.

 


Grazie X Factor.

Stasera per la prima volta ho visto questa trasmissione e l’ho fatto solo per criticare i malcapitati partecipanti insieme a de twitteri carogne come me (e lo dico come un grandissimo complimento eh, lo sapete che vi amo ;) ).

Purtroppo, un tizio che sembra un Furby con la frangetta e gli stessi occhioni blu attoniti e spalancati, in grado di istigarmi la stessa ira del malcapitato pennuto che mi è capitato bellamente di uccidere, ha stuprato una delle più belle canzoni che si siano mai sentite sulla faccia della terra causando il sanguinamento delle mie orecchie, le bestemmie di mio padre e un infarto all’autore/interprete.

Perchè non puoi dimenticare le parole di QUELLA CANZONE.

Non puoi perchè QUELLA CANZONE devono conoscerla tutti quanti. Specialmente quegli stronzi che hanno la prestesa assurda di fare i cantanti.

QUELLA CANZONE dovrebbe stare nei libri di scuola (insieme a “La guerra di Piero).

QUELLA CANZONE è questa.

Rifatevi le orecchie ( e scusatemi per Gianni Morandi)

Ora. Non pensavo alla Donna Cannone da una vita. Grazie a X factor ci ho pensato.

E adesso ecco. Sono a Bologna ed è uno di quei giorni di Ottobre caldissimi. Ed io sono appena arrivata a casa nuova e lavo i piatti nuovi davanti alla finestra aperta mentre la mia amica Marisa spolvera e la mia Clo pulisce il bagno con l’acido muriatico perchè è fissata e Daniela sistema il cibo e le altre non so cosa facciano.

So solo che Michol ha acceso lo stereo e ha messo su questa canzone a tutto volume e  noi tutte abbiamo cominciato a cantare.  E poi hanno cominciato anche i ragazzi del piano di sopra e poi quelli di fronte e quelli ai lati.  E quelli giù in cortile. E dopo due minuti cantavano tutti e le persone erano uscite sui terrazzi ed io pure e lasciavo gocciolare l’acqua e il sapone giù dalla spugna ma non importava nulla perchè era una figata assurda ed eravamo tutte un sacco felici.

E quando è finita la canzone il portiere del Condominio gigante di Via Duse 14, il Sig. Maurizio, è venuto a suonare il campanello. Io ho aperto e prima che aprisse bocca ho chiesto scusa. Invece lui mi ha detto grazie. Con le lacrime agli occhi. Come me, adesso.

(E sì Sig. Maurizio. La decorazione di Natale. Ha presente la stella cometa con le lucine dentro? Quella scomparsa dal cortile tra Natale e Capodanno? Ci scusi, le abbiamo mentito. Sappiamo benissimo chi l’ha presa. Benissimo :P )

Made in Bo. Ma vale per tutto.

Ci sono certe cose che ti fanno tornare indietro e rivivere attimi che pensavi di aver chiuso nella cassettina dei ricordi.
Quella cassetta di cui pensi sempre di aver buttato via la chiave.

Un profumo, una cartolina scolorita, la lettera in fondo al cassetto, la dedica sul diario, la foto rubata di un ragazzo che lava bicchieri in un locale pieno di bare e teschi, la birra alla tequila e i chupitos al peperoncino, ciccolato che non si mangia e “porta il dessert. Non dolce eh!”, il sangue che gocciola dal dito e le testate al muro del bagno,  e l’alcol puro che mi brucia la gola e me la spella e mi fa svenire, io e Clo che cadiamo di testa sulla scala chiappe all’aria, la festa della mietitura e i passaggi scroccati a chiunque, la pasta bruciata e Benz in ritardo per cena, la bottiglia di wodka dell’ins in tre e le foto con Britney, Clo che ride sotto lo stendino e che rompe lo specchio, le corse folli per non perdere il posto in lista e Michol ubriaca alla festa degli ascolani, la mia testa nella fontana del nettuno e l’appuntamento alle torri, il mio outing duro e i fiumi di lacrime, il pronto soccorso in autobus e il pronto soccorso in autostop sulla macchina del pazzo, le scarrozzate nel carro funebre e un ragazzo che mi chiede di aiutarlo a comporre una canzone, e i video dei Lunapop e quel pianoforte a coda suonato a quattro mani. Poi suonato e basta. Poi senza suonare più. I quattro cantoni e le liti furibonde, tornare a casa a piedi e Via Stalingrado, e il teatro occupato e i mille concerti, ovunque in ogni luogo e sempre e cmq “ci vediamo alle Torri”.
Mi riportano all’inizio.

Questa canzone è così. Il video visto mille volte nella cucina piena di fumo e risate, quella volta che lo abbiamo registrato per rivederlo al verso giusto, la mattina latte e mille macine inzuppate, io e Michol che strilliamo “zitti zitti fateci sentire”, Marisa imbronciata perchè “solo a me interessano i Red Hot Chili Peppers, le risate interminabili e nome, cose città, la pasta TAMILAMI e il colpo alla ranocchia di pelouche che gracchiava e tutte in coro “risposta esatta”.
Minchia lacrimoni.
Perchè non ci sei più.
Perchè non torniamo all’inizio.
:(
(

Vorrei svegliarmi e scoprire che sono 10 anni fa.

Si fotta FB e internet e tutto. Voglio solo la mia bandiera del partito appesa al muro e tutto il tonno del mare nella credenza.

Più che mai oggi pomeriggio voglio essere riportata all’inizio e filtrare le cose che ho fatto. Forse le rifarei tutte. Ma credo di no.)

Come up to meet you,
Tell you I’m sorry,
You don’t know how lovely you aaaare.
I had to find you,
Tell you I need you,
Tell you I set you apaaart.
Tell me your secrets,
And ask me your questions,
Oh, let’s go back to the staaart.
Runnin’ in circles,
Comin’ up tails,
Heads on the science apaaart.
Nobody said it was easy,
It’s such a shame for us to paaart.
Nobody said it was easy,
No one ever said it would be this hard.
Oh, take me back to the staaart.

I was just guessing,
The numbers and figures,
Pulling the puzzles apaaart.
Questions of science,
Science and progress,
Do not speak as loud as my heaaart.
Tell me you love me,
Come back and haunt me,
Oh, when I rush to the staaart.
Runnin’ in circles,
Chasin’ tails,
Comin’ back as we aaare.
Nobody said it was easy,
Oh, it’s such a shame for us to paaart.
Nobody said it was easy,
No one ever said it would be so haaard.
I’m goin’ back to the start.

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