Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivio per la categoria “Roba mia”

Capodanno

Oggi, 3 settembre, è il primo dell’anno.

Non ieri che era domenica e tantomeno l’altro ieri.

Non è mai autunno, il sabato.

Oggi invece si iniziano le diete, si scrivono gli appuntamenti sull’agenda, ci si iscrive in palestra, si ricomincia la crema anticellulite, si medita di cavarsi fuori da quella storia inutile, si ha la voglia di innamorarsi di nuovo, si decide di smettere di fumare e di mangiare sano, di bere di meno e di andare in gita la domenica mattina, ci si ripromette di guadagnare un mucchio di soldi, di andare a letto presto la sera, di smetterla di sprecare troppo tempo su internet, di mettere tutta la casa in ordine, di truccarsi e vestirsi bene ogni mattina per andare a lavorare.

Si ricomincia.

I buoni propositi si fanno oggi: ascolterò più musica, leggerò più libri, pubblicherò il mio manoscritto, chiarirò con le persone con le quali sento che devo chiarire qualcosa, chiuderò definitivamente con quelle che non contano più nulla.

Chiederò scusa e mi lascerò scusare.

Chiamerò quell’amica che mi manca tanto.

Cancellerò tutte quelle mail.

Manderò quel messaggio e mi farò passare la voglia di inviare quell’altro.

Ti dirò ti amo.

Questo si fa oggi.

Mentre la pioggia spazza l’afa di un’estate troppo lunga e ormai stantia, noi stiamo qui,  a fare la conta dei sogni e a rottamare quelli che non ci servono più.

Che poi magari, domani, ci sarà di nuovo il sole.

T.

(sìsì lo so :) Grazie delle mail, sono viva e vegeta)

“The things I do for love” (cit)

Chissà cosa si prova.

Chissà.

Non deve essere facile ingoiare rospi così grandi e velenosi, vero?

Dimenticare le brutte parole ascoltate, i torti subiti, le mancanze di rispetto, il palese, continuo, umiliante menefreghismo. Deve essere difficile scordare la lacerante amarezza provata, le cattiverie continue, le lacrime amare ricacciate indietro a forza, le attese interminabili.

Per aspettare chi, poi?

Un’idea che esiste solo nella tua testa, un sorriso di convenienza, una carezza rubata che brucia sulla pelle, più cattiva di uno schiaffo, occhi grandi che non brillano per te, mai, occhi dolci solo in apparenza che nemmeno una volta ti hanno guardata con amore, un bacio che sa di veleno, un tempo rubato sottratto all’onestà, una passione malata che ti scava soltanto un buco dentro e ti risucchia in una voragine di menzogne, di segreti malcelati, di bugie crudeli.

Quanto fa male l’indifferenza? Quella cattiva, quella autentica. Fatta, non di mancate parole e di atteggiamenti sdegnosi, ma di esibizione continua, di tacche su una stecca, interminabile e vergognosa quanto vuoi, ma reale.

Come fai a perdonarla?

Deve essere terribile adesso, soprattutto. Fare finta di niente, fingere spudoratamente che tutto vada assolutamente bene, autoconvincersi che le persone non cambino e che, in fondo, se ci piacciono da anni un motivo ci sarà, stamparsi sulla faccia un sorriso che sempre più somiglia ad un ghigno, sopportare gli sguardi di compassione o di derisione di coloro che sanno e nonostante tutto non riuscire a smetterla, non riappropriarsi della propria dignità e della propria integrità, andare avanti così, verso la distruzione perché tanto è sempre stato così e lo sarà sempre.  Per sempre.

Solo che il baratro non è mai stato così vicino. Mai.

Ed io lo che lo sai, in fondo. Lo so perché, non dicendomelo, me lo hai detto tu.

Ma dimmi.

Quanto costa sanguinare dentro? Rinnegare quello in cui si crede? Buttare alle spalle il proprio orgoglio? Calpestare la propria credibilità? Mentire malamente e continuare  a dire bugie sapendo di farlo? Gettare fango gratuitamente addosso a persone che non se lo meritano e lo sai?

Quanto ti pesa farlo? Quanto ti fa male?

Probabilmente nulla. Anche se io credo che male te ne faccia, e tanto.

E comunque, non importa.

Io ti perdono.

Perché tu, tutto quello che fai, lo fai per amore.

E, “cosa non si fa per amore” (cit)

T.

Dedicato in particolare ad una persona che non ha colpe, se non quella di essere innamorata da sempre di una persona sbagliata, anche se leggendo queste righe, spererà profondamente che io non stia parlando di lei. Mi spiace cara. Parlo ESATTAMENTE di te e ti perdono.

Dedicata in generale a tutti coloro che amano la persona sbagliata senza riuscire a smettere. Non vergognatevi, non c’è vergogna nell’amare una carogna. Anche perché poi, passa.

A good friend is worth his weight in gold

«Che viviamo a fare, se non per renderci la vita meno complicata a vicenda?»

(G. Eliot)

Sono tanti, sono pochi, sono troppi, non sono mai abbastanza.

Quelli veri si contano sulle dita di una mano, molti fanno solo finta, alcuni sono fugaci meteore, altri passano e non lasciano traccia alcuna, certi si trovano un posticino comodo e restano lì per sempre. Alcuni sono strani,  altri sono impiccioni, qualcuno è impertinente, quello è duro come pietra preistorica, l’altro trasparente come acqua di montagna, l’altro ancora sincero e diretto come uno schiaffo a mano aperta.

C’è quello che ti dice tutto e quello a cui non puoi fare a meno di dire tutto tu, e poi c’è l’altro  che capisce tutto senza che tu dica niente e l’altro ancora che deve interpretare il tuo silenzio o il tuo fiume di parole.

C’è quello che ti fa rimanere male, quello che senti 13 volte al giorno, quello che non si fa sentire mai ma non importa, quello che sente il tuo SOS muto  telepaticamente anche se vi separano “milioni di migliaia di km” e ti manda un sms salvifico nel momento esatto in cui ne hai bisogno.

Ci sono quelli a cui basta un solo sguardo e quelli a cui devi spiegare tutto, quelli che odiano e amano a comando, per osmosi, senza chiederti neppure perché e stanno da una ed una sola parte che è sempre la stessa e cioè la tua, anche se  poi, in privato, non mancano di farti notare anche la tua più minuscola manchevolezza.

Ci sono quelli che ti tengono tutta la notte su whatsapp e quelli a cui devi scavare la vita con le pinze  e ci sono quegli altri che non possono sentirti piangere e che ti tengono sveglia a cantare su skype fino alle sei del mattino e che non se ne vanno fino a che non vedono spuntare un sorriso autentico.

Se chiudo gli occhi vedo le loro facce una ad una.

Alcune sono le stesse da una vita e stanno lì, immobili, granitiche come pietre miliari, specchio della tua vita, riflesso dei tuoi dolori, spalle incrollabili su cui hai poggiato la testa per centinaia di volte e per altre cento ce la poggerai, lingue instancabili taglienti e acuminate le poche di cui ti interessa sentire l’opinione.

Altre facce sono opache, offuscate, sporche della cenere del tempo e sanno di gelato e di sigarette rubate, di vodka scadente comprata al discount e di estati infinite, di salate a scuola e di giri in motorino, profumano di inchiostro e scolorina, ricordano cabine telefoniche e gettoni che non bastano mai, hanno il sapore di confessioni inconfessabili e di erba, di feste del sabato sera e di genitori che tornano a prenderci, di lacrime tanto salate quanto disperate e di amori tanto intensi che durano giusto il tempo di soffrirci su.

Altre facce sono nuove e immacolate, ancora da scoprire, arrivate forse dopo ma non per questo meno importanti, trovate per caso o scoperte per dispetto, dipinte di fiducia data con le molle e tinte del sangue della delusione e farcite di apertura totale e di cose non dette perché capite già prima. Facce che sanno di rabbia inghiottita, repressa, covata e di taciti accordi perché si deve per forza fare così, per non soccombere, per non morire o semplicemente per continuare a sopravvivere.

Altre ancora invece, sono le facce più incredibili, quelle  silenziose ed eterne, incrollabili e inaspettate, lontane ma vicinissime. Non hanno corpo ma sono ricche di sostanza, sono prive di quelle parole pronunciate che si perdono nel vento ma che imprimono il foglio, silenziose ma rotte da questo tic tac che amo così tanto e che senza il quale non riesco, non posso vivere. Sono scevre di vergogna, prive di passato e di pregiudizio, pitturate con i colori vivi dell’onestà totale, della sincerità cruda, della verità sanguinolenta e del segreto più denso, quello che non si dice, quello che rimane sprofondato nelle viscere. Sono quelle che danno le risposte che non vuoi sentire, quelle che sono assolutamente vere e non potrebbe essere altrimenti perché “se viene meno l’onestà, cosa ci resta”?

Sono le loro facce, le vostre facce, le facce delle persone che amo, quelle dei miei amici.

Di quelli che mi hanno accompagnata da sempre e di quelli che sono arrivati dopo, quelli che non mi hanno mentito mai e quelli che lo hanno fatto per me, di quelli che non mi hanno detto mai quello che volevo sentirmi dire e che mi hanno fatta piangere con le loro parole appuntite.

Quelli che appartengono alla categoria più importante, quelli a cui queste righe sono dedicate e loro sanno di chi sto parlando, oh se lo sanno.

Sono loro.

Il gruppo di quelli che, nonostante tutto, resta.

T.

Win

Non esiste un bel modo per dirlo.

Quindi non lo dirò.

Non è semplice.

Ci vuole del coraggio che ho, ovvio, ma che preferisco tenere al sicuro per altre occasioni.

Tanto ce ne saranno.

Non sfidarmi.

Sono stanca.

Ti farei vincere ma il prezzo della tua vittoria sarebbe il mio disprezzo.

E siamo già al livello di guardia.

 

The Passenger

Oggi ho rimesso in uso la bicicletta.

No, non quella storica di cui vi ho parlato qui , non la mia mitica olandesina bianca compagna di mille avventure, complice di duemila fughe, assistente in centomila marachelle. Quella lì me l’ha rubata un ladro stronzo e senza cuore a cui non ho mancato di augurare le peggio cose.

Da oggi vado in giro con una bicicletta seria.

Così seria che quando Elia mi ha vista (una pompatina alle gomme è d’obbligo) mi ha detto “ohhh finalmente c’ha na bicicletta normale!”.

Così figa che il mio amico L.C. vedendomi sfrecciare in Piazza Arringo (facevo le prove perché questa bicicletta qui è talmente cool che ha le marce ed io momenti non mi appiccico un paio di volte stamattina) mi ha guardata perplesso e poi mi ha detto “Oh Tati ma con ssà bicicletta non ti avevo riconosciuta. Ammazza non è da te!”.

Naturalmente, essendo io una romantica nostalgica, odio la mia bellissima bicicletta e rivorrei la mia, scassata piccola e arrugginita.

Perché le cose nuove fiammanti magari offuscano per un po’ i bei ricordi ma mica per sempre eh.

I ricordi belli sono indelebili e rimangono lì piantati nel tuo cuore. Non vanno mica via.

Quindi la mia bicicletta io la ricorderò per sempre.

Adesso le cose sono cambiate però.

Adesso ho una bicicletta nuova che imparerò ad amare.

L’ho inaugurata nel migliore dei modi. Cantandoci sopra questa canzone a squarciagola.

Toxic

L’autoflagellazione è qualcosa di deleterio. Di sbagliato. Di doloroso.

Eppure in qualche modo la pratichiamo tutti, razza di masochisti incalliti che non siamo altro.

Vedo gente che quotidianamente continua a straziare le proprie deboli carni con un cilicio fatto di malcelato orgoglio e una frusta cesellata di infantili principi scolpiti su una ormai inutile e consumata pietra. Persone che rinnegano il proprio essere e che ingoiano la loro stessa essenza pur di non tradire quello che si sono scioccamente ripromessi.

Osservo chi non ce la fa a stare zitto, chi non riesce a controllare il proprio palpito, chi annaspa nel mare del proprio biasimo e che inesorabilmente continua ad affondare nelle sabbie mobili della cieca convinzione.

Sempre più giù.

Vorrei ridere di loro, ma non posso.

Che cosa  parlo a fare io,  che aspetto la stagione delle fragole come un eroinomane aspetta la propria dose di gioia mortale?

Guardatemi, guardate me, che non posso mangiarne senza riempirmi di chiazze e bubboni dolorosi che mi deturpano la pelle, mi gonfiano gli occhi e mi squamano come un serpente nel periodo della muta.

Odio la mia intolleranza. Odio le chiazze rosse, detesto i foruncoli e mi maledico ogni singola volta.

Ma amo troppo quel frutto rosso, seducente e succoso.

Non posso resistervi.

Detesto l’intossicazione che mi danno, ma adoro troppo le mie fragole. Per questo, nonostante mi facciano stare male, ne voglio e ne mangio ancora e ancora e ancora.

E lo sai perché ti odio?

Perché tu, sei come le fragole.

(mentre scrivo, ne sto mangiando una tazza)

Certe notti

Le riconosco al volo le notti come questa.

Quando ogni cosa ha il sapore agrodolce della nostalgia.

Quando le dita vanno da sole e volano sulla tastiera e buttano giù cose lunghissime. Infinite. Dannose.

Quante, quante parole.

Quando tutto quello che leggo mi trafigge. E dovrei smetterla ma come faccio a non lasciarmi stregare da queste parole?

Sarà Aprile. Maledetto sempre tu sia, Aprile.

Sarà la primavera.

Sarà l’allergia, sarà l’intolleranza.

Saranno le fragole.

Sarà quella canzone che non riesco a togliermi dalla testa. E che spunta sempre in queste notti qui.

Dannazione.

Ne ascolto un’altra per dispetto.

Ecco, voglio ascoltare una canzone talmente bella “da rendermi felice e triste nello stesso tempo “.

Ma no, non posso farlo mica. Farlo significherebbe spegnere tutto, chiudere gli occhi e ricordarla quella canzone.

Ma non avrebbe senso perché  ”Hai presente quando la musica all’improvviso stride se l’ascolti con la persona sbagliata?”.

La persona sbagliata in questo momento sono io.

Dunque faccio la codarda, ascolto una canzone che non vuol dire niente e riempio il cestino di parole.

E buonanotte.

Che non sarà.

 

Fight Club

Ho visto due persone combattere stanotte.

Non era la prima volta in realtà.

Da molto tempo assisto alle loro schermaglie con un malcelato sorriso che mescola invidia e non so cos’altro.

Li ho visti incontrarsi per la prima, maledetta volta.

Li ho visti sorridersi impacciati in mezzo ad una ressa umana incapace di capire il loro autentico, gemello essere.

Li ho visti cercarsi nella moltitudine divisi dalla vita e dalla necessità del dovere.

Li ho visti trovarsi in un lampo e abbandonarsi in un istante.

Li ho visti soccombere alle spietate regole della vita.

Li ho visti fingere un’amicizia che non c’è mai stata.

Li ho visti avvicinarsi impercettibilmente e li ho visti sfiorarsi.

Ho visto scintille.

Ho visto un sentimento crescere indisturbato perché impossibile, sbagliato, negato.

Li ho visti sorridersi mentre cercavano scuse per toccarsi.

Li ho visti fuggire l’una dall’altro perché spaventati da un qualcosa immensamente più grande ed importante di loro.

Incomprensibile.

Li ho visti soccombere alla strisciante e sterile quotidianità delle parole, dei gesti, della normalità.

Li ho visti spaventati davanti all’inevitabile.

Li ho visti innamorarsi di altre persone. Forse più giuste.

Forse.

Li ho visti trovarsi in quel luogo squallido e banale.

L’ho visto trasformarsi nell’alcova idilliaca.

Li ho visti credere nell’illusione perfetta.

Li ho visti amarsi disperatamente. Per poco.

Un poco perfetto.

Fatto di sabbia e sussurri. Fatto di perfezione e sguardi sostitutivi di inutili parole già sentite troppe volte.

Fatto. Di.

Li ho visti riflessi in quello specchio che conserva ancora la loro immagine perfetta. Intatta.

Perché non riesce a concepirne un’altra.

Li ho visti leggersi l’amore negli occhi splendenti come le stelle nelle quali sono immersi.

Li ho visti immersi in una bolla di passione incontenibile.

Li ho visti svegliarsi e sorridere.

Li ho visti reciprocamente nel posto sbagliato.

Li ho visti urlarsi contro la rabbia dell’odio.

Che da sempre è l’altra spietata faccia di una medaglia arrugginita e logora.

Li ho visti abbandonarsi e tornare alla rassicurante vita di sempre.

Li ho visti mentire l’uno all’altra. E a tutti gli altri.

Li ho visti mentire persino a sè stessi.

Li ho visti giocare con il destino. Che non dimentica e che torna sempre a regolare i propri conti.

Sempre.

Li ho visti ignorarsi in maniera certosina e spietata.

Li ho visti gelosi e guardinghi.

Li ho visti soffrire e piangere lacrime asciutte fatte di note e parole.

Li ho visti sfidarsi alla riffa dell’orgoglio.

Li ho visti punzecchiarsi con frecce verbali intrise di cianuro.

Li ho visti logori e stanchi e perduti.

Fino a stasera.

Quando le parole hanno lasciato il passo ai pugni. Quando i silenzi hanno svelato solchi. Quando le ferite si sono fatte reali. Quando la sofferenza dell’anima è stata sostituita da quella del corpo.

Quando il sangue del perdono ha finalmente iniziato a scorrere.

In quel momento.

In quell’abbraccio pesante. In quelle labbra spaccate. In quella voce rotta. In quegli occhi gonfi. In quel lungo addio fatto di un silenzio pregno, li ho sentiti dire l’unica verità.

La confessione di una reciproca, lacerante, inevitabile mancanza.

Finalmente.

 

Question time

Odio quel parcheggio.

Lo detesto.

Così tanto che quando è tutto pieno gioisco di dover parcheggiare altrove.

Lontano.

Non sono più riuscita ad ascoltare quel disco.

Mi manca ma non ci riesco.

Sarei santa se ignorassi di poterlo fare.

Nè quella canzone del resto. Che mi girava intorno.

Lou quanto ti amavo.

Adesso no. Non ce la posso fare più.

Non ho più indossato la maglietta del quartetto. La ricordo abbarbicata addosso ad un altro gruppo, non ha importanza di chi si trattasse. Lanciata lì sopra come uno straccio ma davvero, chissenefrega.

Non traccio più distanze con il dito.

Se incontro quel film, cambio canale.

Non bevo più vino nel bicchiere di plastica.

Nè gioco più a quel maledetto passatempo dell’attesa sull’Iphone.

La cartella è da tempo in quel cestino che non ho il coraggio di svuotare.

Non mi faccio più sorrisi “paurosi” nello specchio.

Nè creo colonne sonore di giornate che avrei voluto vivere.

“Adesso ti dirò una cosa che non ho mai detto a nessuno”

Le mente umana è un magazzino sterminato. Solo che l’ area “ricordi” è tristemente vuota.

Come te.

Che osservi le mie canzoni e leggi le mie storie e detesti i miei sorrisi.

Duepunti e parentesichiusa.

Fai finta che siano lacrime.

In realtà lo sono.

Salate, cattive, cocenti.

Come quelle piacciono a te.

Quelle che mi rendono umana e fragile.

Io, così cattiva che continuo a farti dei piaceri ogni singolo giorno.

Io, che da malattia, mi sono trasformata in malata.

Un film che non è mai uscito nelle sale. Un libro mai pubblicato.

Un racconto incompiuto. Una poesia scritta male.

Quelli di ieri sono stati degli sbagli.

Oggi, sono scelte.

Che ogni giorno mi uccidono un po’.

Me, che continuo inevitabilmente a morire di te.

Annegata in quel fiume.

 

Just Breathe

Soffro di attacchi d’asma.

Ma non sempre.

Solo quando mi agito.

Quando mi arrabbio cioè.

Ma anche quando sono molto molto felice.

Quando mi emoziono, ecco.

Il che non accade molto spesso.

Vero?

:D

Ormai i sintomi li conosco a menadito.

Il cuore inizia a battere più forte, il sangue mi va dritto al cervello, iniziano a tremarmi le mani, lo stomaco è improvvisamente senza peso, mi si annebbia la vista e comincio a balbettare, anzi no, il termine giusto è “farfugliare”.

Ecco, arriva, lo riconosco.

E’ giunto il momento di fare un respiro profondo.

Peccato sia impossibile.

Perché quando hai un attacco d’asma respirare è proprio fuori discussione. Non che non ci si provi eh. Io mi ci metto con tutto l’impegno del mondo. Lo giuro.

Provo anche a calmarmi in tutti i modi che conosco.

Pochi.

Inefficaci.

Perché quando sono molto felice o molto arrabbiata, il mio cuore ed il mio cervello interrompono ogni forma di comunicazione.

Litigano.

Smettono di parlarsi.

Si ignorano come se non fossero amiconi, i bastardi.

E a differenza di quanto accade in questa storia, nel mio caso vince sempre il cuore che inizia a fare cose a caso, random, per conto suo.

Cose da fuori di testa, o anzi. Da fuori di cuore. Da cuore matto come direbbe il buon Tony dal basso del suo ciuffo impomatato.

Non sono più io eh. E’ il mio cuore che fa per me.

Comunque ho sempre molta fiducia in me stessa. Quindi provo a porre rimedio.

Come?

Respiro.

Ma so già cosa accadrà. Anzi so cosa non accadrà.

Non ci riuscirò.

Perché l’aria, la maledetta aria, andrà da qualsiasi parte ma non nelle mie vie respiratorie ossigenando il cervello rimasto privo di navigatore.

E’ proprio fuori discussione.

Tiro su ma il massimo che riesco ad ottenere sono un bel paio di rantoli. E via.

E’ come avere la testa sott’acqua. Come galleggiare nello spazio. Improvvisamente intorno a me sento solo un gran silenzio. Più tento di respirare profondamente più non ci riesco. Più mi agito.

E peggioro.

A questo punto una persona normale tirerebbe fuori dalla borsa la facile soluzione del problema.

L’inalatore.

Non io però.

Perché io odio avere un attacco d’asma.

La mia asma è provocata da qualcosa. O da qualcuno.

Qualcosa o qualcuno che mi fanno alzare la pressione e battere il cuore nelle orecchie. Qualcosa o qualcuno che prendono la mia anima e la rivoltano come un calzino, stracciando le mie certezze, inquinando la mia serenità, ferendomi più di uno schiaffo e martellando la corazza di indifferente freddezza che ogni tanto mi piace portare.

Che ogni tanto dovrei portare.

Non voglio che questo accada. No. Non a me.

Io non devo fare una piega.

Sempre e comunque.

E ci riesco, nove volte su dieci.

Fino a quella volta. Che mi frega.

Io non la voglio la mia asma nervosa. Io la disprezzo e la ripudio. Faccio finta che non ci sia come si fa con le cose o le persone che ci fanno diventare nervosi.

Allora, stupidamente, esorcizzo le mie debolezze ignorandola e fingendo di dimenticarmi quella pompetta ripiena di magia che risolverebbe il mio problema in tre secondi.

Come se lasciandola a casa potessi imporre alle mie emozioni di starsene quiete.

In silenzio.

Sciocca io.

Perché non ci riesco mai.

E allora mi ritrovo a respirare in un sacchetto.

Come in un film di terza categoria.

Nascosta nel bagno di qualche locale, in una ruetta o in macchina.

Con qualche caritatevole amica che mi guarda con compassione. E non capisce.

Odio la mia asma emozionale.

La odio perché mi fa sentire fragile e fuori controllo. La odio perché mi ha costretta a mentire e a blaterare di pollini e allergie primaverili, la odio perché mi ha obbligata a fare innumerevoli piani a piedi, scalini saltati a due a due.

A momenti non mi spacco la testa ma che volete farci l’alternativa era morire soffocata.

E non credo nemmeno che abbiate presente che cosa significhi correre per le scale senza respirare, con il cuore che ti scoppia di gioia, arrivare in macchina, cercare convulsamente il Ventolin, inalare, respirare (finalmente) e LASCIARE NUOVAMENTE (e consapevolmente) IN MACCHINA L’INALATORE, perché “dannazione asma maledetta, sono felice lo capisci che sono emozionata perché felice, dunque stasera lasciami in pace, fatti i cazzi tuoi, per una volta non stressarmi e non ripresentarti proprio ok? E anche te, cervello mio statti zitto. Non fiatare. Bum Bum Bum. Solo te ascolto stasera”

Oh. Quella notte lì, la mia asma mi ha esaudita.

Anche se ancora mi chiedo se in casa lo avrei trovato un sacchetto di carta in cui respirare.

Nel caso.

PS: I Goonies sono uno dei miei film preferiti. Adesso sapete anche il perché.

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