Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivio per la categoria “Posti meravigliosi”

Anyone’s Ghost (Edimburgo, Marzo 2012)

C’era una volta un castello antichissimo, costruito su una roccia che dominava la città. Era un castello fatto di pietra grigia, scurita dal tempo, levigata dalle piogge e accarezzata dal vento, dimora di re incoronati sulla Pietra del Destino, testimone di sanguinosi intrighi e dolorosi tradimenti, di passioni pericolose e di amori impossibili, menestrello di storie che ancora echeggiano nelle sale maestose, nelle chiese millenarie, nelle segrete spaventose, nei cortili fioriti.

1) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

2) Edinburgh Castel – Old Town – Edimburgo.

3) St. Margaret’s Chapel – Castle Rock – Edimburgo

C’era una volta un cielo d’argento liquido, perlescente, impreziosito da gemme gonfie di pioggia, pronto a lasciare generosamente spazio, in un batter di ciglia, al fratello più gaio, vestito di azzurro carico e solcato da grosse nuvole di un bianco abbacinante che si diradano solo verso sera per indossare le romantiche e ricche sfumature del velluto che dalla porpora stempera nel bronzo e nell’oro.

4) Shomewere in Edimburgo.

5) Arthur ‘s Seat – Holyrood – Edinburgh

6) Sunset. Calton Hill – New Town – Edinburgh.

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C’era una volta una taverna dedicata ad un criminale e piccoli e accoglienti locali scovati per caso, rifugi da una pioggia improvvisa, che servono un cibo inaspettatamente squisito, un salmone rosa racchiuso in una crosta croccante, una torta di mele affogata in un mare di crema gialla e calda, una montagna di carne di cui preferisco ignorare la provenienza adagiata su un tortino di morbide patate, una cheesecake che non ha bisogno di parole ma solo di papille gustative ben allenate… ed un aforisma da regalare a tutti coloro che vivono di insalata e yogurt magro e che vanno in palestra un paio di volte al giorno.

7) Deacon Brodie’s Tavern.

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8) Somewhere in Edinburgh. Yummi!

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C’erano una volta graziose lapidi arrotondate dal tempo, sorvegliate da fiori pazienti e da alberi scheletrici e c’erano muri di mattoni affumicati che hanno visto tante cose,  claustrofobici “close” e “wynd” che ne hanno celate altrettante e segreti terribili che non possono essere rivelati se non da fantasmi antichi che non riescono a trovare la pace. E c’erano porte con gli occhi e cattedrali opulente e case che somigliano a castelli ed il suono delle cornamuse aleggia nell’aria, scivola tra i vicoli e si intreccia ad un incantesimo lanciato da una bacchetta di agrifoglio con un nucleo fatto di piuma di fenice.

9) Somewhere in Edinburgh.

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10) Scott Monument Edinburgh.

11) Somewhere in Edinburgh.

12) Wynd in Edinburgh.

13) Somewhere in Edinburgh.

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14) Canongate Toolboth, Old Town, Edinburgh.

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15) St. Giles Cathedral.

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16) Welcome to Diagon Alley. 

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C’erano una volta tre amiche che sono partite insieme quasi per caso e che si sono ritrovate a Edimburgo a San Patrizio. Non si è ancora capito bene come. Queste tre ragazze si sono divertite tantissimo. Ma proprio tanto. E ci sono foto che testimoniano  una serata divertentissima passata a ballare in mezzo ad un’orda assassina di gente seminuda vestita di verde che aveva evidentemente scambiato le 19 del 17 Marzo con la mezzanotte del 31.12. Quelle foto non verranno pubblicate. A meno che non facciano un film su questo viaggio. Un film che finirà come “Una notte da Leoni”.

Però, e chi viaggia lo sa, i compagni di viaggio sono importanti quanto e forse più del viaggio stesso. Quindi, per voi, ecco le foto “politically correct” delle mie 2 insuperabili compagne. A loro va il mio “grazie”.

Susi.

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Dani.

dani

Me.

Ops!

Party!

dani e tati festa

T.

Hermosa España

(Io – nei pressi della Sinagoga – Juderìa – Còrdoba)

Si sceglie di viaggiare per tante ragioni.

(Colonne d’Ercole – Rocca di Gibilterra – Oceano Atlantico – una bertuccia solitaria)

Che cambiano sempre a seconda di quando si parte: personalmente ho viaggiato per scoprire, ho viaggiato per evadere, ho viaggiato per scappare. A volte ho viaggiato con le motivazioni giuste, molto spesso con quelle più sbagliate. In ogni caso ho visto, ho assaggiato, ho riso, ho riflettuto, ho pensato, ho conosciuto.

(Somewhere – Albayzìn – Granada)

Persone sorridenti che parlano una lingua incredibilmente simile alla nostra. In ogni senso.

Cibi saporiti e intensi che restano a lungo in bocca annaffiati dal perenne vino tinto.

(Jamon Serrano e Vino Tinto - BODEGAS CASTAÑEDA – Granada)

Moschee imponenti che sembrano foreste di datteri tramutate in chiese, minareti svettanti inclusi in campanili, l’oro che si mescola con la pietra, la croce che va di pari passo con una scritta che si ripete mille volte e che dice sempre “non c’è altro conquistatore che Allah”

(Palacio Nazarìes – Alhambra – Granada)

(Collegiata del Salvador – Albayzìn – Granada)

(Mezquita – Còrdoba)

(Mihrab – Mezquìta- Còrdoba)

(Mezquita – Còrdoba)

(Mezquita – Cordoba)

(Macarena Guapa! Basilica de La Macarena – Siviglia)

(Basilica de La Macarena – Siviglia)

Cavalieri che combattono contro i mulini a vento e che affilano la spada seduti al buio  su ballatoi sospesi  sopra locande di tagliagole mentre pensano alla loro Dulcinea ricordando che “chi ti vuol bene ti fa piangere” 

(Posada del Potro – Plaza del Potro – Còrdoba)

Una rocca leggendaria sospesa tra due mari, bertucce in libertà come non puoi nemmeno immaginare, paesini bianchi incastonati tra i monti, stradine che abbracciano montagne, fonti di acqua freschissima e Jamon forte e salato, ulivi e ulivi e ancora ulivi, tramonti rosso sangue che colorano di porpora valli senza fine, stazioni di servizio che provengono direttamente da un film dell’orrore, vicoli stretti e candelabri a sette braccia e fiori coloratissimi che spuntano dal patio segreto e silenzioso.

(Una famiglia di bertucce – Rocca di Gibilterra)

(Dalla parte dell’Atlantico – Rocca di Gibilterra)

(Dalla parte del Mediterraneo – Rocca di Gibilterra)

(Accipicchia siamo DAVVERO su una delle Colonne d’Ercole!)

(Jamones Gonzàles – Trevèlez – Les Alpujarras – Sierra Nevada)

(Generalife – Alhambra – Granada)

(Somewhere tra Granda e Còrdoba)

(Albayzìn – Granada)

(Calleja de Las Flores – Judèria – Còrdoba)

(Somewhere in Andalucia – foto di Barbara Tanucci)

(Menorah – Sinagoga – Juderìa – Còrdoba)

Sangue e arena ed il cuore che batte fortissimo, e le mani davanti agli occhi, ed il tifo per il toro, ed il sangue, troppo sangue, e la bolgia del dopo corrida, la folla che spinge e che urla, le tapas mangiate in piedi, ordinate urlando, i noccioli sputati per terra, il pavimento appiccicoso, un sorso e poi un altro e uno ancora.

(Arena – Plaza de Toros de La real Maestranza – Siviglia – Foto di Barbara Tanucci)

(After party – BODEGAS CASTAÑEDA – Granada)

(Churros! Somewhere in Granada)

(Generalife – Alhambra – Granada)

(Calle Caldererìa Nueva – Granada)

I palazzi reali immersi nel verde e nella solennità del tempo che fu, i mori spazzati via dai cattolici, civiltà che si sovrappongono e che soccombono, i locali da flamenco fumosi e segreti, le mani che battono, i piedi che tengono il ritmo, Granada che incanta, Cordoba che stupisce, Siviglia che innamora.

(Palacios Nazarìes – Alhambra – Granada)

(Alhambra – Granada)

(Mezquita – Còrdoba)

(Cattedrale – Siviglia)

(Capilla Mayor – Cattedrale – Siviglia)

(La Giralda – Siviglia)

(Yummi Yummi – Nei pressi della Cattedrale – Siviglia)

(Generalife – Alhambra – Granada)

(Alcàzar – Siviglia)

(Alcàzar – Siviglia)

(Salòn de Embajadores – Alcàzar – Siviglia)

(Alcàzar – Siviglia)

(Alcàzar – Siviglia)

(Barrio de Santa Crùz – Los Gallos – Siviglia)

Olè.

Nowhere

Avete presente quei posti che sembrano essere fuori dal tempo e dallo spazio?

Galleggiano non sai dove, non sai come. Non sai nemmeno quando.

Quando ti ci trovi la cosa più esatta da fare è chiedersi non “Dove sono”? bensì ”Quando sono“?.

E poi, fregartene della risposta e continuare a sognare

 

1) Lago Salato, Anatolia Centrale

2) Cittadella sotterranea di Kaymakli (o Derinkuyu)


3) Cittadella di Uchisar, Camini delle Fate, Cappadocia.

4) Museo (e spettacolo) a cielo aperto, Valle delle Rose e dei Piccioni, Goreme, Cappadocia.

5) Tramonto dal tetto del mio Camino delle Fate, Goreme, Cappadocia.

6) Splendida notte, strepitoso risveglio, Goreme, Cappadocia.

7) Tramonti, Moschee, minareti e muezzin, Pamukkale, Anatolia Occidentale.

8) Cascate Pietrificate, Pamukkale.

9) Efeso <3

Sky Is Over

“Se indichi il cielo con un dito, l’idiota guarda il dito”

(io per non sbagliare mi sono tuffata nel cielo)

(le foto precedenti sono state scattate da una mongolfiera che fluttuava a 2000 metri di altezza nei cieli di Gorem – Cappadocia). 

Si ringraziano sentitamente tutti i partecipanti alla gita specialmente gli impavidi sette che hanno passato la nottata precedente a bere in mia compagnia alla mitica “festa tipica turca open bar tutto compreso a soli 35 euro”.

Cioè, open bar. A bottiglie. Non a bicchieri. Diciamo Amen tutti insieme?

Un applauso a Francesca che non voleva bere e che poi a serata in corso si era data il limite di 4 shortini di Raki liscio e che invece si è scolata da sola tutta la bottiglia addirittura fregandone una ad un altro tavolo, convinta, in preda al panico, che quella del nostro fosse finita, uno a Valeria che ha condiviso con me innumerevoli bottiglie di vodka e una pianta intera di succo di lampone, a Simone e Marta che hanno preso parte attiva alla coreografia della danzatrice del ventre mi pare anche sposandosi alla fine, alla nostra gioviale guida che ci ha mostrato DAVVERO quanto fumino i turchi e che alla mia domanda  “sei musulmano però bevi oh” mi ha risposto “musulmano non praticante” e a tutti noi altri che pur essendo belli ciucchi siamo saliti su una mongolfiera senza battere ciglio tipo 3 ore dopo.

E che finito il giro, alle ore sette del mattino, abbiamo riappicciato la sbornia della sera prima a colpi di champagne.

Esplicativo il seguente dialogo:

Luca “oh io non avevo mai bevuto alcolici alle 8 del mattino”

Satò “Infatti sono le sette”.

(Secondo me le feste open bar in Turchia sono finite quella sera e non ne faranno mai più)

Ps: un applauso va al Capitano Nostro Capitano, signore e padrone della mongolfiera che ci ha portato a spasso nei cieli tenendoci tutte belle sveglie grazie alla sua … uhm, professionalità.

T.

Magic Moments (from Istanbul)

“Ognuno per sè”

“Tipo?”

“Dio per tutti”

(tre ragazzi svegli. Ve lo giuro)

Io davvero vorrei.

Ve lo vorrei spiegare. Raccontare.

Lo vorrei condividere.

Vorrei potervi raccontare l’azzurro denso del cielo a mezzogiorno e quello rosa carico del tramonto. Lo splendore solenne delle moschee in grado di ammutolire una chiacchierona certificata come me. L’opulenza dorata del palazzo del Sultano. Il profumo delicato dei fiori. I pescatori di Galata che ti infilano nel panino un pesce vivo fino a tre minuti prima. La funicolare che ci porta in cima. Un due tre stella. Il kebab che si scioglie in bocca. La lap dance in un locale di dubbia fama. Un milione di tequile sale e limone. L’ascensore che si ferma ad ogni piano e la povera donna che ci è capitata, ride a crepapelle pensando di essere in mezzo ad un branco di matti. Non sbagliando niente. Dolcetti appiccicosi e dolcissimi che ti lasciano le dita pennellate di verde. Tè alla mela a litri per poi scoprire che lo bevono solo i turisti. L’aria fresca e immobile della Cisterna Basilica nel ventre della città. Il tramonto sul Bosforo e l’acqua dipinta di rosa. Le confessioni in taxi ed il sonno più riposante dell’intero viaggio su un altro taxi con la spalla di Simone per cuscino. Upstairs! La bellezza ipnotizzante del canto del muezzin che mi fa riempire gli occhi di lacrime e chissà perché. Così come i minareti svettanti. Ma perché? Il vapore stordente dell’hammam. Corpi nudi e sapone e bolle e schiuma e guanto che mi scortica. Il furto della bandiera turca per Cesarino e “adesso dobbiamo solo affondare una galea e poi portare la bandiera di Cesarino a Spelonga” Il caos colorato e coinvolgente del Gran Bazar. Prendiamoci per mano. Il desiderio espresso infilando il dito nella Colonna Piangente. E poco importa se mi sono lussata una spalla, ce l’ho fatta e adesso il desiderio di DEVE avverare.  Un mare di gente nel centro di Istanbul. Manifestanti pro Palestina e noi con loro. Manifestanti pro Libia e noi con loro. Una squadra di calcio turca vince non so cosa. E noi con loro. Un vecchietto palestinese in sedia a rotelle che da un’occhiata alla mia kefia, tocca la sua e mi mostra il pollice in segno di assenso.

La consapevolezza di trovarsi esattamente nel posto giusto e al momento giusto. Con le persone giuste (mancavi tu. Come sempre. Ma allo stesso tempo c’eri. Ma mancavi. Non sbirciare.)

E mentre nel cielo nero si alzano lucine arancioni che stanno avverando il desiderio di qualcun altro, millenni di storia si snodano davanti ai miei occhi mentre le immagini fino ad ora viste centinaia di volte sui libri di scuola, diventano vive. Costantinopoli, ultimo baluardo dell’impero romano d’oriente brulica ai miei piedi, ora decadente, ora opulenta, ora tinta di rosa di robbia, ora minacciata da nuvole gonfie di pioggia, ora lucida, immersa nella nebbiolina che sale dal Bosforo, trasformandosi esattamente nella definizione che le ha dato chi la conosce bene, descrivendola “un ricordo strappato ad un sogno”.

E tu, che sei lì, che affondi nel sogno con tutte le scarpe, puoi solo sorridere e sperare di non svegliarti.

Vorrei raccontarvi tutto questo. Ma come si fa a descrivere un tuffo al cuore costante? Come è possibile affidare alle parole la meraviglia che ti riempie gli occhi, il naso, le orecchie e la bocca? Come si tocca lo splendore?

Come posso farvi sentire il suono incessante delle risate soffocate sotto le coperte e l’odore del caffè in camera la mattina?

Non posso.

Però, ve lo posso mostrare.

E scusate se è poco.

1) Palazzo Topkapi, Harem, Padiglione del Sultano.

2) Palazzo Topkaki, Terza Corte, Giardino di Viole davanti alla Porta della Felicità.

3) Palazzo Topkapi, Quarta Corte, Un roseto nel giardino dei Tulipani.

4) Aya Sofya (Haghia Sofia) fotografata dalla Galleria Est (piano superiore)

5) Sultan Ahmet Camii (Moschea Blu) fotografata dalla finestrella del piano superiore di Aya Sofya (grazie ad un baldo giovine che mi ha sollevata di peso)

6) Foglie di Vite ripiene di riso speziato. Gnammi. 

7) Sultan Ahamet Camii (Moschea Blu).

8) Sultan Ahamet Camii (Moschea Blu), Cupola.

9) Sultan Ahamet Camii (Moschea Blu), Noi.


10) Fabbricante di lecca lecca fuori dalla Moschea Blu.


11) Bazar delle Spezie, dolci che cariano i denti, pistacchio rosa, tè alla rosa, polverine, pepe, filtri d’amore e intrugli vari.

12) Gran Bazar.

12) Attraversando il Bosforo. Rubandiera! 

13) Riattraversando il Bosforo. Tramonto.

14) Su e giù per il Porto di Istanbul. Mentre suona il Muezzin. La meraviglia diventa reale ed è rosa. Ma di che cosa stiamo parlando? <3

15) Cisterna Basilica. 

16) Kebab “e che non ce lu seme magnate n’agnielle intero? A testa?”

17) Istanbul, Somewhere.

18) Compagni di viaggio (e di revolution, tranne uno che un altro paio di viaggi e verrà convertito al comunismo)

Obrigada ;)

Lisbona è un cielo terso, un azzurro carico, sterminato, ininterrotto, che si stempera dolcemente fino a fondersi con l’acqua argentea, laggiù.

E’ una crema gialla densa e squisita che ti si attacca alle dita e che non vedi l’ora di leccare via.

Lisbona è una caravella che strizza l’occhio all’orizzonte, è lo sguardo orgoglioso di un esploratore, è una feritoia che si riempie di luce, una torre che sembra emergere dalle acque, un cannone che domina tutta la città, come se volesse tenerla al sicuro.

E’ una massa di acqua lucente sullo sfondo, un nastro scintillante che profuma di mare, solcato da gabbiani impertinenti, che ti fa dimenticare di essere in riva ad un fiume.

Lisbona è una piazza affollata di gente rumorosa che beve da bicchierini minuscoli e appiccicosi che celano un segreto sputato via in un nocciolo.

E’ un dedalo di viuzze strettissime e segrete che salgono e scendono e palpitano e brulicano come un cuore innamorato e inquieto.

E’ una terrazza vestita da prato, profumata d’incenso, imbevuta di risa, dove l’aperitivo più chic è quello che si beve seduti per terra, mentre il sole cala, il paesaggio si colora di rosso, le lingue si sciolgono e la musica, oh la musica, sale.

Lisbona è un tram giallo e un po’ scassato che si arrampica su improbabili salite, vola su incredibili discese, svolta coraggiosamente su binari consunti, sbuffa e fischia e sferraglia e sembra sempre essere lì lì per alzare bandiera bianca ed invece no. Ce la fa sempre.

Lisbona è un quartiere di pirati, un labirinto di casupole minuscole che si affacciano su giardini segreti e cortili nascosti, una capoeira di mattonelle azzurre e tetti rossi e colori pastello e panni stessi e persone che chiacchierano vivacemente da porta a porta mentre si scambiano un piatto colmo di squisitezze e ti sorridono quando tu, straniero, timorosamente passi.

Lisbona è un lamento antico che sa di dolore e nostalgia, un canto melodioso ed infinitamente triste capace di far affiorare una lacrima anche negli occhi più gioiosi, è una moltitudine di gente fiera che sembra sempre guardare oltre e che cela nello sguardo una profonda malinconia ed una triste consapevolezza radicata ed ineliminabile.

Lisbona è un insegnamento.

Perché avvolta dal fado e con gli occhi colmi di quella luce abbacinante, mentre rapita non potevo far altro che tuffarmi in quel turbine di vita, persone, sapori e odori, mi sono specchiata in una vetrina e rivista in una foto. E ho sorriso a me stessa perché ho capito di non essere più la sua ragazza triste, no, ma nemmeno la tua bambola malinconica.

Perché adesso, io, sono felice.

Do you remember?

“Fa male respirare”

” Mi siedo e mi chiedo << cosa ci faccio qui?>>”

Stanotte ho sognato di guardare il tramonto dal molo di Santa Monica.

Poi mi sono resa conto che non si trattava di un sogno ma di un bellissimo ricordo.

Dannazione.

(vi prego, notate tutti la fantastica maglietta “The Goonies”. Eccezionale.)

e visto che ci siamo

 

 

Gente di Dublino (e dintorni)

“Di una città non apprezzi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che da ad una tua domanda” (I. C.)

Qualcuno ha detto che partire è un po’ morire. E’ vero, ma non sempre.

A volte si parte per respirare, a volte per scoprire, a volte per vivere, altre volte per sopravvivere e altre volte, si parte per fuggire.

Si parte con il sorriso sulle labbra e con la morte nel cuore, si parte con il cuore gonfio di tristezza o di speranza, si parte al momento giusto o in quello più sbagliato, si parte con la voglia di tornare o con quella di restare, si parte per amare, si parte per riflettere o per non pensare.

Si parte perché, a volte, è l’unica cosa da fare.

La meta non conta. Mai.

Le città sono solo pretesti, ah quanto è vera la citazione iniziale!

Ovunque è il posto giusto. Dappertutto. In ogni luogo ed in nessuno.

Prendi l’Irlanda, ad esempio. E prendi me.

Tra le viuzze strette e acciottolate, dentro i pubs di legno dipinto, tra una pinta di birra e un boccone di scones, in compagnia della statua di una bella ragazza che trascina un carretto pieno di molluschi e cozze e vongole e di quella di un signore occhialuto che guarda il cielo sognante appoggiato al proprio bastone, sulle affascinanti scogliere che cadono a picco su un mare lucido e sconfinato, tra le zolle di erba modellate dal vento, sulle romantiche mulattiere millenarie e tra le rovine di una fortezza vichinga più antica di Gesù Cristo, tra quelle pietre ancestrali disposte in cerchio, affascinanti e severe, mentre il vento mi sferzava il volto scompigliandomi i capelli, mentre gli occhi mi si colmavano di meraviglia e la bocca si voltava finalmente nel verso giusto, in tutti questi luoghi, persa tra tutte queste cose, mescolata in mezzo a questa gente generosa e sempre allegra che canta il proprio duplice inno nazionale con la mano sul cuore davanti ad una partita di rugby e applaude la danza tribale del nemico (vittorioso) e che beve e domanda e abbraccia ed esulta, in mezzo a questa moltitudine di gioia e di ardore, io che di domande non fatte, in testa, ne ho sempre duemila,  ho incredibilmente trovato la risposta.

L’unica possibile.

T.

PS: alle dublinesi che con 5 gradi e la uazza escono in sandali, minitubini ingiunali, gambe nude, tette e schiena di fuori, a quelle ragazze che hanno in testa la più bella varietà di capelli biondi e rossi che si sia mai vista e che non conoscono l’esistenza di cose quali sciarpe, cappelli, piumini e stivali va la mia stima infinita.

Alla Guinnes, al Baileys, all’Irish Stew, agli scones, alla doppia cioccolata calda con i cookie dentro, alla Fresh Soup, al salmone affumicato, allo spezzatino con la guinnes, all’Irish Breakfast e al soda bread, va il mio fegato.

Alla squadra degli All Black, alle loro aperture alari, ai loro bicipiti e pettorali vanno i miei sbav ed il mio cuore. Ed il numero di telefono.


Frasi da ricordare:

“male che va mo ieme a sbatte” (T.T)

“oddiomamma” (C.A. e T.T. in coro)

“ma dove ve sò portate!Dove!” (tutte)

“oh Tatià ma tu iè probbia na tonta! Quisse è miliardario e ti ha invitato a salire sulla sua macchina da miliardario e tu glie ditte de no! Ma non ti ho insegnato niente!” (S. M.)

“see you in 45 minutes” (abitante delle isole Aran)

“do you know Johnny Cash?” (autista di autobus amante delle città di Pescara e Chieti scalo)

“ti prego digghie che iè viste ssà foca sennò quiss non reparte” (T.T.)

” io la pace del mondo non me la gioco tanto l’avrà espresso qualcun altro come desiderio” (C. A. davanti al pozzo di S. Patrizio)

” senti diciamo che abbiamo visto un ufo perché è più credibile di una stella cadente vista da tutte e due a novembre a Dublino” (T.T.)

“Simon è bellissimo e ha la testa piccola” (tutte tranne me).

(la borsa che vedete nelle fotografie è una Doppiozero City Bags, la potete acquistare direttamente sul sito oppure potete contattarmi tramite mail e qualcosa facciamo)

Mangia prega ama e tira a campare

NO SPOILER SUL FILM :)

Capita che una vada al cinema scazzata e che quindi scelga un film commedia sentimentale capace di strapparle un mezzo sorriso.

Capita che quella tizia veda in cartellone “Mangia Prega Ama” e che riconosca nella faccia soddisfatta di Julia Roberts che slinguazza un cucchiaino (e che per inciso le ha fracassato le palle durante tutta la sua vacanza californiana) la risposta ai suoi problemi.

Capita che quella ragazza si sieda imbronciata con il cellulare in mano perché dio deve benedire sempre e comunque l’inventore degli sms e si trovi, suo malgrado, davanti a sè stessa.

Quella ragazza sono io. Ovvio.

E dannazione, la protagonista del film è una tipa che ama scrivere e viaggiare è logorroica, isterica e single dopo tanto tempo.

Io. In questo esatto momento della mia vita. Numeri compresi e Javier Bardem (purtroppo) a parte.

Mi aspettavo un film cazzone e spensierato ed invece mi trovo davanti ad un film che mi ha costretto a riflettere. Io non volevo ma ho dovuto. Un film che mi ha posto le seguenti domande.

Cos’è la felicità? Dove si trova? Nella perfezione o nel pasticcio? Nel rettilineo o nella curva? Sotto le lenzuola o al bancone di un bar? A Roma, a Bali ad Ascoli Piceno o ovunque si trovi la persona che ti fa squacquarellare il cuore come la pompa dell’acqua ramata?

Perché tutti noi passiamo il tempo a definire noi stessi? Io sono estroversa, tu sei timido, quella è zoccola, quello un solitario etc etc? Perché racchiudere una persona che è fatta di mille sfumature ed un milione di sfaccettature in una definizione striminzita? Forse perché abbiamo paura di mostrarci per quello che siamo? Forse perché ci fa comodo ingoiare le lacrime che stanno per spuntare al posto del solito, finto, inutile sorriso? Forse perché starsene rincantucciati dietro una maschera e mostrare quello che gli altri vogliono vedere ci fa sentire comodi e comodi al sicuro racchiusi nella nostra calda ipocrisia?

Perché abbiamo paura? Paura di quello che siamo, paura di quello che proviamo, paura di soffrire, paura che gli altri scoprano le nostre sofferenze, paura di cambiare le nostre abitudini, paura di chiedere scusa, di perdonare noi stessi, di tornare sui nostri passi. Perchè abbiamo tutti questa maledetta voglia di appartenere ad un’altra persona e quando sta per accadere, facciamo dietro front e non saliamo sulla maledetta barca del maledetto pontile?

Io mi faccio sempre un sacco di domande.  Troppe mi dicono. Per la mia personale visione del mondo la curiosità denota intelligenza. Chi non si chiede “perché” non vive. Fa solo finta. Non vuole sapere. Non vuole scoprire. Se ne sta da solo al buio e si crogiola nella sua beata, rassicurante e falsa “ignoranza”.

Il fatto che io mi ponga le domande non vuol dire che io abbia tutte le risposte.

Quelle non ce le ho. Forse verranno. Magari no. Però, almeno, avrò avuto il coraggio di interrogare. Gli altri. Me stessa, soprattutto.

Io mangio troppo, prego troppo poco e amo.

Voi andate a vedere il film. A stomaco pieno possibilmente.

E non abbiamo paura di “imbarcarvi”.

T.

Iwanttobeanerd

Potrei raccontarvi mille cose su Boston.

Tipo che l’aragosta e le ostriche le mangiano a colazione, che i parchi sono invasi da scoiattoli impazziti, che le persone sono incredibilmente simpatiche e attaccano bottone in ogni istante, che gli artisti di strada sono incredibilmente bravi e che ho seguito per tutto il giorno una strada di mattoni rossi che mi ha portato nelle zone più belle di una città meravigliosa.

Ma non lo farò. Non ora.

Ora vi mostro dove avrebbe studiato Tati se fosse stata una ammmericana.

Eccomi davanti alla Porta Principale. Un passo dal sogno (per me).

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Minchia campus :) Che meraviglia :) Quello che si respira tra i viottoli ombreggiati da alberi centenari pieni di scoiattoli zombettanti è indescrivibile. Mi sono quasi commossa (quasi perchè mi vergogno a dire che l’ho fatto).

Qui sotto invece sono in un dormitorio. Entrata di straforo grazie ad un sorvegliante estremamente disponibile che ci ha lasciati entrare nella palazzina vuota. Per un attimo mi è sembrato un film del terrore :)

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Ed infine, sempre io. Egocentrissicamente io davanti a ciò che mi avrebbe reso l’avvocato che in fondo vorrei essere. Non Ally Mc Beal.  No.

Patty Hewes :) (senza mani sporche di sangue come nella sigla please).

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Ovviamente il negozio che vende i gadget ufficiali è stato preso d’assalto.

Comprato: porta fascicoli (per il tribunale oh yeah), felpa (large da bimbo che mi stava da dio a differenza dei felponi informi da danna – e costa anche 20 dollari in men0 – e t shirt  fighissima tutto nei colori tipici.
Adesso sveglio Matteo e ce ne andiamo a sgranocchiare un’altra aragosta.
Baci a tutti :)

 

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