Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivio per la categoria “Ma perchè capitano tutte a me?”

Grazie a voi.

Dice sempre mia mamma che nei momenti brutti della vita, bisogna consolarsi guardando chi sta peggio di te.

Ed io l’ho sempre fatto.

Pensando che, in fondo, cosa mi manca?

La casa ce l’ho ed è bella grande, adatta per le feste e le cene sul terrazzo, gli amici pure, sono piuttosto spettacolari e quelli rimasti sono anche quelli veri, anche perché quelli che veri non erano si sono auto – eliminati e amen, peggio per loro,  l’amore va benissimo nonostante i gufi, grazie, Beatles mi morde ma lo fa perché mi vuole bene la mia adorata palla di pelo cicciona, viaggio un sacco e vedo talmente tanti posti meravigliosi che dovrò un secondo fermarmi perché sono arrivata al punto che il mio cuore non riesce a contenere bene tutto, mangio e bevo come una dannata ma nonostante questo resto ancora discretamente figa, lavoro un sacco e se tutti mi pagassero regolarmente sarei anche piuttosto ricca ed il sabato sera riesco a divertirmi con un 4 amici, qualche mojito e un po’ di risate.

Sono obiettivamente una persona molto fortunata.

Nonostante questo però, capitano quelle settimane un po’ così, in cui in fondo non succede niente di grave però accadono tante piccole cosette che, messe in fila, ti fanno venire voglia di alzare gli occhi al cielo e dire al Padreterno “cazzo sono stata appena ora in Terrasanta, pure l’acqua del Giordano ho bevuto, che vuoi da me? Perché non te la prendi con Tizia che è una brutta strega falsa che fa le corna al povero fidanzato inconsapevole???”

Eh già, capitano quelle settimane in cui cadi dalla bicicletta, spacchi il pc e non hai i soldi per comprarne uno nuovo, il cane ti mangia le adidas nuove, devi pagare l’IMU, sai che tra poco ti arriveranno 1.000 euro da pagare alla cassa forense maledetta, vai al mare e non superi la prova costume ed infine ti fregano i secchielli dell’umido e quest’ultima minuscola goccia ti fa inferocire a tal punto da costringerti, tuo malgrado, a lanciare anatemi mortali al ladro da tutti i social network al quale sei iscritta.

Allora, in quei momenti di scazzo, quando la rabbia ti fa salire i lucciconi agli occhi, ricordi la saggezza materna e mentre respiri, tentando di sciogliere il grumo di sangue che ti intasa la vena sinistra della tempia, inizi a pensare a quelli che stanno peggio di te.

Solo che rivolgere il pensiero alle persone afflitte da malattie mortali, o ai bimbi dell’Africa pare eccessivo e allora io ho deciso di pensare a tutti Voi, “amici” miei.

Un minuto di silenzio, dunque, per tutti quelli che sono troppo impegnati a macchinare, mentire, manipolare e fregare gli altri e che hanno da lungo tempo dimenticato cosa voglia dire essere felici:

uno per quelli che, troppo presi a fare la coda di pavone, non si rendono conto di quanto la stessa sia spelacchiata;

uno per per coloro che sono fidanzati con persone che palesemente non amano;

uno per quelli che devono esorcizzare la noia, il mal di vivere e l’insoddisfazione, frequentano posti “inn” annoiandosi a morte;

uno per tutte le persone false e bugiarde, quelle che fanno i sorrisi a 47 denti e che poi ti vorrebbero affondare un bel pugnale acuminato dietro la schiena e che, ops, lo hanno fatto;

uno per quelli che perdono il loro tempo, le loro energie e la loro salute ad odiare. Amate. E’ gratis. E se amerete, qualcuno amerà voi;

un minuto per te, uno per te e un altro per te. Per Voi tutti che mi fate sempre ricordare di quanto io fortunata, intelligente, magnifica e amata sia.

Grazie.

A tutti voi.

T

“Piccoli problemi pratici”

Capita che sia mercoledì e che come sempre si vada al cineclub a vedere un film che ha vinto il Leone D’Oro mica pizza e fichi.

Capita che l’amico che fa la strada insieme a te sia in anticipo sulla (sua) tabella di marcia e che dunque salga a prendere un caffè a casa tua.

Capita che dopo il film, con altri amici, si decida di andare a bere qualcosa per fare finta almeno di avere una vita sociale non troppo nerd.

Capita che davanti a 3 Irish Coffèe, una porzione di mozzarelline fritte e una piadina, l’amico astrologo dica a te e all’amico di cui sopra che per voi capricornini domani (oggi ndr) sarà una giornata piena di “piccoli problemi pratici”.

Capita che mentre torni a casa, ovviamente dopo la mezzanotte, cerchi nella borsa e ti accorgi di non avere le chiavi.

Capita che il tuo amico scopra in quel momento di aver lasciato le chiavi di casa sua a casa tua.

Capita che ci siano – 5 gradi e che domani puliscano le strade e che quindi la tua auto sia parcheggiata a casa di Cristo.

Capita che ambo i tuoi genitori abbiano il telefono spento.

Capita che tu debba chiamare alle ore 01:19 a casa dei tuoi.

Capita che tuo padre risponda assonnato e pronto a sentirsi dire che il tuo cadavere è stato ritrovato a pancia in sotto nel fiume Tronto.

Capita che dopo aver recuperato le chiavi di casa custodite gelosamente da tua mamma e un po’ di colore in faccia, il tuo amico disgraziato quanto te, annunci solennemente “a me sembra che le chiavi fossero nella toppa quando siamo usciti”. Che tradotto vuol dire “puoi avere tutte le chiavi del mondo ma quella serratura non si aprirà mai”.

Capita che nel tragitto Villa Pigna/Porta Romana, voi due iniziate a pensare alle varie opzioni: “speriamo che il mio amico Tizio che fa il pompiere sia di turno”, “andiamo nella sala d’aspetto del pronto Soccorso almeno c’è caldo”; “io alla pensione Pavoni mi vergogno che così, senza bagagli né niente, già mi immagino la faccia della tipa che ci da le chiavi mentre pensa che siamo due disgraziati con prole a casa e consorti cornuti”, “possiamo fare i ripuliti e andare all’Hotel Marche”!!!

Capita che dopo essere passata per garage, scavalcando mille avversità e 4 biciclette, la porta di casa tua si apra senza troppi intoppi.

Capita che siano ormai le 02.30 e che tu sia sfinita ma che per fortuna ti venga da ridere.

Capita che oggi, dopo 33 anni, TI FARAI TOGLIERE L’INVIDIA PER LA PRIMA E SI SPERA ULTIMA VOLTA DELLA TUA VITA.

T.

PS: Carissimi iettatori/idioti che vi ostinate ad odiarmi/invidiosi di ogni sorta/frustrati privi di vita sociale, coraggio, personalità, intelligenza.

A voi parlo.

Vi ostinate a mandarmi colpi che si traducono in chiavi dimenticate, capitomboli in bicicletta e auto i cui circuiti elettrici vanno in tilt.

Ma non mi conoscete abbastanza da sapere che se inizio a mandare i colpi io minimo finirete all’ospedale con le gambe rotte?

Smettetela, perché se non lo fate, vi assicuro che le mie maledizioni vi ammazzeranno molto prima dei Maya.

PS2: la chiave era nella toppa.

PS3: l’amico sfigato consigliava di intitolare il codesto post “Notte Infaust” ma l’ho menato io per voi tutti.

Sì! La vita è tutta un film!

Interno, mattina, una moltitudine di persone, un ragazzo e una ragazza parlano per motivi di lavoro, lui la guarda con insistenza come se dovesse capire qualcosa.

Lui “scusami se ti fisso, ma io ti conosco ti ho visto da qualche parte”

Lei “no, guarda, non mi pare proprio”

Lui “sì, sì ne sono certo, solo non ricordo dove!

Dopo un po’, lui, con l’espressione classica di colui al quale si è appena accesa una lampadina in testa.

Lui “ah ecco, adesso mi ricordo! Tu sei la matta della Smart!”

Lei (dubbiosa) “come la matta della Smart?”

Lui (soddisfatto) “sì sì adesso ricordo! Tu sei quella di questa estate! Quella che a momenti non mi incollo allo stadio!”

Lei (basita) “come???”

Lui (ridendo) “auhauhauha ma non ti ricordi? Tu sei la tizia che questa estate o poco dopo, comunque faceva ancora caldo, ha deciso di suicidarsi attraverso me allo stadio! Erano le sette, sette e mezza di domenica mattina e tu mi stavi davanti con una smart. Stavi andando verso Piazza Immacolata ed io ti stavo sorpassando sulla corsia di sinistra, poi tu hai sterzato e mi hai invaso la corsia! Momenti non ti entro dentro con la macchina! Abbiamo fatto una frenata pazzesca! Quando ci siamo fermati ho abbassato il finestrino per insultarti! Mi è preso un colpo! Abbiamo sfiorato una botta incredibile! Non ti ricordi?”

Lei (sempre più basita) “oddio sì! Avevo rimosso! Mamma mia che paura!”

Lui (ridendo sempre più forte) “tu paura? Io me la sono fatta sotto! A momenti non ti entro dentro! La cosa che mi è rimasta impressa però, è che quando io ti ho urlato contro tu, con la musica appalla in sottofondo, sei scoppiata a ridere come una folle e mi hai detto << scusa, scusa, scusa, hai ragione, ma sono talmente felice in questo momento che non capisco un cazzo, nemmeno dove vado! >> E avevi una faccia, ma una faccia, che non ho avuto il cuore di mandarti affanculo come ti saresti meritata!!!”

Lei (imbarazzata con la vocina sottile) “sìsì, adesso mi ricordo”

Lui (collassato) “oh bella, ma quello che io ti voglio chiedere no, cioè, non voglio sapere perché eri così contenta, quelli sono fatti tuoi, però, toglimi sta curiosità, dove cazzo andavi così contenta e arzilla alle sette di domenica mattina?”

Lei “…”

Vaglielo a spiegare che se per lui era domenica mattina, per lei era appena finito uno splendido (a quanto pare) sabato sera.

E che ripensandoci, beh, c’era parecchio da ridere.

Just Breathe

Soffro di attacchi d’asma.

Ma non sempre.

Solo quando mi agito.

Quando mi arrabbio cioè.

Ma anche quando sono molto molto felice.

Quando mi emoziono, ecco.

Il che non accade molto spesso.

Vero?

:D

Ormai i sintomi li conosco a menadito.

Il cuore inizia a battere più forte, il sangue mi va dritto al cervello, iniziano a tremarmi le mani, lo stomaco è improvvisamente senza peso, mi si annebbia la vista e comincio a balbettare, anzi no, il termine giusto è “farfugliare”.

Ecco, arriva, lo riconosco.

E’ giunto il momento di fare un respiro profondo.

Peccato sia impossibile.

Perché quando hai un attacco d’asma respirare è proprio fuori discussione. Non che non ci si provi eh. Io mi ci metto con tutto l’impegno del mondo. Lo giuro.

Provo anche a calmarmi in tutti i modi che conosco.

Pochi.

Inefficaci.

Perché quando sono molto felice o molto arrabbiata, il mio cuore ed il mio cervello interrompono ogni forma di comunicazione.

Litigano.

Smettono di parlarsi.

Si ignorano come se non fossero amiconi, i bastardi.

E a differenza di quanto accade in questa storia, nel mio caso vince sempre il cuore che inizia a fare cose a caso, random, per conto suo.

Cose da fuori di testa, o anzi. Da fuori di cuore. Da cuore matto come direbbe il buon Tony dal basso del suo ciuffo impomatato.

Non sono più io eh. E’ il mio cuore che fa per me.

Comunque ho sempre molta fiducia in me stessa. Quindi provo a porre rimedio.

Come?

Respiro.

Ma so già cosa accadrà. Anzi so cosa non accadrà.

Non ci riuscirò.

Perché l’aria, la maledetta aria, andrà da qualsiasi parte ma non nelle mie vie respiratorie ossigenando il cervello rimasto privo di navigatore.

E’ proprio fuori discussione.

Tiro su ma il massimo che riesco ad ottenere sono un bel paio di rantoli. E via.

E’ come avere la testa sott’acqua. Come galleggiare nello spazio. Improvvisamente intorno a me sento solo un gran silenzio. Più tento di respirare profondamente più non ci riesco. Più mi agito.

E peggioro.

A questo punto una persona normale tirerebbe fuori dalla borsa la facile soluzione del problema.

L’inalatore.

Non io però.

Perché io odio avere un attacco d’asma.

La mia asma è provocata da qualcosa. O da qualcuno.

Qualcosa o qualcuno che mi fanno alzare la pressione e battere il cuore nelle orecchie. Qualcosa o qualcuno che prendono la mia anima e la rivoltano come un calzino, stracciando le mie certezze, inquinando la mia serenità, ferendomi più di uno schiaffo e martellando la corazza di indifferente freddezza che ogni tanto mi piace portare.

Che ogni tanto dovrei portare.

Non voglio che questo accada. No. Non a me.

Io non devo fare una piega.

Sempre e comunque.

E ci riesco, nove volte su dieci.

Fino a quella volta. Che mi frega.

Io non la voglio la mia asma nervosa. Io la disprezzo e la ripudio. Faccio finta che non ci sia come si fa con le cose o le persone che ci fanno diventare nervosi.

Allora, stupidamente, esorcizzo le mie debolezze ignorandola e fingendo di dimenticarmi quella pompetta ripiena di magia che risolverebbe il mio problema in tre secondi.

Come se lasciandola a casa potessi imporre alle mie emozioni di starsene quiete.

In silenzio.

Sciocca io.

Perché non ci riesco mai.

E allora mi ritrovo a respirare in un sacchetto.

Come in un film di terza categoria.

Nascosta nel bagno di qualche locale, in una ruetta o in macchina.

Con qualche caritatevole amica che mi guarda con compassione. E non capisce.

Odio la mia asma emozionale.

La odio perché mi fa sentire fragile e fuori controllo. La odio perché mi ha costretta a mentire e a blaterare di pollini e allergie primaverili, la odio perché mi ha obbligata a fare innumerevoli piani a piedi, scalini saltati a due a due.

A momenti non mi spacco la testa ma che volete farci l’alternativa era morire soffocata.

E non credo nemmeno che abbiate presente che cosa significhi correre per le scale senza respirare, con il cuore che ti scoppia di gioia, arrivare in macchina, cercare convulsamente il Ventolin, inalare, respirare (finalmente) e LASCIARE NUOVAMENTE (e consapevolmente) IN MACCHINA L’INALATORE, perché “dannazione asma maledetta, sono felice lo capisci che sono emozionata perché felice, dunque stasera lasciami in pace, fatti i cazzi tuoi, per una volta non stressarmi e non ripresentarti proprio ok? E anche te, cervello mio statti zitto. Non fiatare. Bum Bum Bum. Solo te ascolto stasera”

Oh. Quella notte lì, la mia asma mi ha esaudita.

Anche se ancora mi chiedo se in casa lo avrei trovato un sacchetto di carta in cui respirare.

Nel caso.

PS: I Goonies sono uno dei miei film preferiti. Adesso sapete anche il perché.

Politically Incorrect Christmas

Ognuno trascorre il Natale che si merita.

Dicono che oggi dovremmo fumare chilometrici calumet della pace, riempire i nostri cuori di letizia e vestire le nostre bocche di sorrisi.

Dicono che oggi dovremmo essere felici.

Chissà.

Io dopo la notte di Natale più alternativa degli ultimi 10 anni ascolto i Ramones e penso a indirizzi che fanno ridere troppo (e che fan sì che questo post vada inserito di diritto nella categoria “ma perchè capitano tutte a me?”) a corse sui tacchi, a Babbo Natale, a scelte di film non visti e ad una bottiglia di punch.

E Buon Natale ma non a tutti.

Solo a chi se lo merita.

Millanta cose che mi sono accadute e che sembra impossibile mi siano accadute e che invece mi sono accadute

Sto scrivendo il quarto capitolo guys.

Ma non vi anticipo nulla. Mi limito semplicemente a linkarvi il riassunto delle puntate precedenti.

Enjoy.

E non dimenticate che è tutto vero :)

Primo episodio

Tati e la tecnologia

Secondo episodio

Tati e i mezzi di trasporto

Terzo episodio

Tati e gli animali

Stay tuned.

Millanta cose che mi sono accadute e che sembra impossibile mi siano accadute e che invece mi sono accadute #3

Pensavate forse che il racconto delle avventure strambe e mirabolanti  della sottoscritta fosse terminato?

Grosso sbaglio.

Ho temporeggiato per problemi di vario genere e natura e soprattutto per evitare che il mio blog diventasse il deserto dei tartari ma arrivati a questo punto non posso più esimermi e la mia etica professionale, nonché il viscerale affetto che provo per la mia Cocchi (portatrice della notizia più divertente degli ultimi mesi che ahimè per voi è un segreto) mi impone di aggiungere un terzo capitolo alla saga che da mesi appassiona i miei amati e affezionati lettori fuori di testa.

Così dopo il primo capitolo dedicato alla tecnologia ed il secondo dedicato ai mezzi di trasporto beccatevi la terza parte intitolata

Tati e gli animali.

Premessa: se sperate di trovare in questi racconti qualcosa di vagamente pornografico cambiate assolutamente canale. Non accadrà brutti porci.  Amo gli animali ma non fino a quel punto. Soprattutto li amo in quanto bestie.

Li rispetto e penso che le persone che li abbandonano in autostrada siano esseri spregevoli, così come quelli che li maltrattano, ma sono consapevole del fatto che il cane è il cane, il gatto è il gatto e la nonna è la nonna. C’è gente che tratta il gatto come il sultano del Brunei e poi lascia la nonna sola nel monolocale a morire di caldo. Gli animali sono pezzi di core e di famiglia e tutto quanto ma non confondiamo i ruoli please.

Ripetete con me: la nonna è più importante del cane.

Gli animali però amano me. Parecchio. Diciamo troppo.

Bestie volanti, striscianti e cornute. Bestie che galoppano, corrono, mordono e si arrampicano. Bestie che nuotano e zampettano e ridono. Bestie che ronzano, bestie che pungono, bestie che succhiano.

Mi amano visceralmente. Mi adorano. Vogliono passare tanto tempo insieme vicinivicini. Così vicini che in confronto Jennifer Corvino era una povera disadattata con una lucciola svizzera per amica.

Una cosa in comune con la bella Phenomena però ce l’ho.

Una incontrollabile attrazione per i vermi. Non sto parlando di esseri umani zerbinati e nullafacenti ma dei famigerati bigattini che, per chi non lo sapesse, sono gli esseri striscianti preferiti dai pescatori e utilizzati per il confezionamento di quella che in ascolano (in italiano non so) viene chiamata “La Pastura”.

Si tratta di una palla profumata e colorata che viene utilizzata per attirare i pesci e che mio nonno (pescatore per passione) preparava mescolando vari sfarinati, sarde, sale, coloranti vari (per darle un bel colore rosso e vivo) e aromatizzava poi alla vaniglia per far sì che avesse un odore forte e gradevole percepibile anche sott’acqua suppongo.

A tutto ciò mio nonno aggiungeva l’ingrediente segreto e cioè una bella manciata di bigattini vivi e brulicanti. Poi metteva a risposare il tutto nella sua stanzetta della pesca, sita in giardino.

Chiamatemi Nemo ma la pastura esercitava su di me un fascino irresistibile. Io mangio tutto e di tutto. E devo aver pensato che una cosa dalla consistenza così morbida e dal profumo così buono non potesse che essere deliziosa. Sembrava Didò.

Io l’ho mangiato il Didò. Quello rosso. Perchè io non mangio roba dal colore improbabile. Non mi vedrete mai mangiare una M&M’s verde o blu. Le seleziono una ad una anche nel buio del cinema. Non ditemi che hanno tutte lo stesso sapore. Non mi stressate. Ho 31 anni. Lo so.

Il Didò l’ho mangiato all’asilo con la mia amica Alessandra sotto l’albero di fico. Era salato e profumato e mi è piaciuto tanto anche se la maestra me lo ha fatto vomitare infilandomi un braccio in gola. La Pastura aveva un profumo più buono del Didò. La pastura sembrava deliziosa.

Così ho pensato “assaggiamola “.

Di questo episodio, a parte la mia sortita durante la pennichella pomeridiana nella stanzetta della pesca,  ricordo bene mio nonno che mi scovava accanto alla pastura con la bocca chiusa sigillata, ricordo che e me la apriva a forza e ci guardava dentro. Ricordo il suo sguardo inorridito mentre (a detta sua) i bigattini mi brulicavano in bocca. E ricordo mia mamma, più giovane di me ora, in preda ad una crisi isterica. Ricordo pure che la pastura mi sembrò buonissima. Anche se l’ho rivista solo molti anni dopo. Molti anni dopo.

State calmi e cercate di non considerare quello che ho appena descritto, un episodio di odio nei confronti degli animali. Fatelo pure, se credete, dopo la narrazione del prossimo. Che ha per protagonista una Tati bambina e un Cocker Spaniel di nome Cico.

I Cockerini sono bestiole intelligenti e affettuose mi dicono. Cico invece era uno stronzo di prima categoria che geloso delle attenzioni che mi riservavano i suoi padroni decise di dichiararmi guerra mordendomi. Ripetutamente. Mentre io lo carezzavo sulla testa sotto il tavolo.

Non aveva nessuna idea di chi si stava mettendo contro. Oh no!  Nessuna idea. Perchè io la vendetta la consumo non fredda ma gelida. E architetto piani come una piccola e letale Cylon.

La mia inoltre è una vendetta che uccide o che almeno ci prova. Perchè Tatiana, sette anni, le trecce le lentiggini sul naso e gli occhiali rosa non è una tizia che sta lì a pettinar le bambole o almeno non solo. Tati non aveva organizzato un piano per far male. Aveva organizzato un piano per uccidere.

Eh già perché ogni estate Cico trascorreva tre settimane a casa dei miei nonni. Ed io lo volevo morto.

Ve lo ricordate il Mago Pancione? No??? Pensateci bene.

Era l’idolo delle folle infantili, me compresa. Tanto che la Mattel aveva messo in vendita delle riproduzioni del vaso da cui lo stesso fuoriusciva (evocato con uno starnuto, oh che triste infanzia avete avuto se non lo amavate) pieno di una polvere magica che se messa in acqua, invece di sciogliersi ( in quanto magica) disegnava delle strane e affascinanti figure colorate. Mia nonna mi aveva messo a disposizione un vecchio acquario per giocare a questo gioco ed i bambini del vicinato ed io, bagnati dalla testa ai piedi, ci dilettavamo a creare figure acquatiche astratte. Ricordo che sull’etichetta c’era scritto “non ingerire, tossico” e accanto la figura dello scheletro con la x.

Ricordo una lampadina che mi si era accesa nella testa.

Ricordo Cico che tornava dalla passeggiata, sudato e stremato con la lingua per terra, ricordo me stessa distruggere le figure acquatiche create con la polvere magica, ricordo di aver versato l’acqua contaminata nella scodella di Cico. Ricordo la mia soddisfazione mentre il cagnaccio avido beveva fino all’ultima goccia.  Ricordo il mio disappunto quando l’odiosa bestia se la cavò con una lavanda gastrica. Da quel giorno però vedendomi, scodinzolava e abbassava la testa.

Chissà perchè.

(Ricordo anche le botte di mia madre. Con la cucchiaretta mi ha menata quando lo ha scoperto. Maledetta sincerità. Maledetta lingua lunga. Mi fregano da tutta una vita).

Ok. Se non avete chiamato il WWF continuate a leggere. Scoprirete che dopo queste cattiverie infantili gli animali si sono accaniti su di me e mi hanno massacrata riprendendosi capitale ed interessi da cravattari compiendo gesti di cattiveria inaudita.

L’ultimissimo in ordine di tempo si è verificato questa estate a Washington DC. Io sono un’amante del cinema horror e quando ho scoperto che a due passi dal mio Hotel a Georgetown c’era la casa in cui è stato girato “L’Esorcista” non ho potuto esimermi e sono andata a vederla (all’esterno perché dentro è abitata! Rattle!).

Dopo i profondi brividi cagionati dalla visione dal lampione e dalla scala in fondo alla quale il povero Damien trova la morte, mentre tornavo sui miei passi percorrendo  il tratto di strada che separa la casa da una sede della famosa Università di Georgetown, ho visto un ape ronzarmi intorno.  Poi l’ho vista scomparire. Ma continuavo a sentirla ronzare.

Problema. Io sono allergica alle api. Altro problema. Di lì ad un’ora dovevamo ripartire. Per l’Italia.

Panico.

Lancio borsa e reflex a Matteo che le prende al volo e inizio a battere forte i piedi per terra, a scuotere la testa istericamente, a roteare le braccia per tentare di cacciar via l’odioso insetto, ma nonostante i miei sforzi, continuo a sentirla ronzare. Allora mi tolgo la maglietta e la lancio non so dove. Ma continuo a sentirla ronzare. Continuo a dimenarmi come se fossi posseduta, a strillare, ad imprecare, a chiamare aiuto.

Davanti la casa dell’esorcista!

Dannazione!

Io bestemmiavo e piangevo e urlavo battendo i piedi e scuotendo la testa come un’ossessa. E l’ape continuava a ronzare.

Vinta mi sbottono i pantaloni. Me li tiro un po’ giù.

L’ ape mi vola via dai capelli. Bastarda.

Io alzo gli occhi e vedo 1) Matteo  nascosto dietro ad una siepe colto da un attacco di riso isterico che continuava a dire ” non ti ho filamata, noooo ma perchè” ; 2) Un gruppo di tre studenti che avevano capito la situazione e che ridevano come imbecilli indicandomi con il dito e portandoselo alla tempia dandomi della matta senza pietà; 3) una vecchietta di colore immobile e terrorizzata che mi guardava con sospetto indecisa se chiedermi cosa avessi o se spaccarmi il suo bastone da passeggio sulla testa per scacciare il demonio e 4) un gruppo di operai di colore che stavano facendo dei lavori stradali a cui 3 minuti prima avevo chiesto informazioni che non sapevano letteralmente cosa fare e si limitavano a guardarmi. Finché uno di loro non è scoppiato a ridere. Provocando l’ilarità di tutti gli altri.

E come criticarli?

Guardo tutti loro e dico solo “Bee”

Poi mi tiro su i pantaloni, li abbottono e aggrappandomi gli ultimi brandelli di dignità rimasti, raccolgo la mia t shirt che giaceva solitaria in mezzo alla strada e la indosso. Tra gli applausi dei lavoratori. Che quel giorno sono sicuramente tornati a casa con una storia da raccontare.

Perché un’ape può infilarsi nei capelli di tutti cagionando il relativo panico se si è allergici.

Ma davanti alla casa dell’esorcista credo possa capitare solo a me.

Non sono solo gli insetti a tentare di uccidermi. Lo fanno anche altre bestie generalmente mansuete e pacifiche.

Non credo che qualcuno di voi sia mai stato circondato e assalito nei pressi della scuola media da un branco di 5 tacchini incazzati scappati da un recinto. Né che sia stato inseguito da una pecora impazzita per mezz’ora. Una pecora che mi ha guardato brutto, mi ha puntata e ha iniziato a corrermi dietro intorno ad un campo di calcio di due squadre di terza categoria mentre si stava disputando la partita. Una pecora! La bestia buona e mite per antonomasia che impazzisce e chi vuole ammazzare? Me.

Né credo che qualcuno di voi sia dovuto scappare a tutta birra da un pony sclerato che andava molto più veloce del mio “Sì” Piaggio.  Tantomeno credo che un gatto vi sia caduto accanto infilandosi nel tettuccio abbassato della vostra auto mentre eravate fermi al semaforo o che due terranova vi si siano affettuosamente avventati addosso mettendovi le zampe sulle spalle, uno davanti e uno dietro e che abbiano preso a leccarvi la faccia. Insieme.

Il tutto sotto lo sguardo terrorizzato del vostro ex fidanzato che aveva appena fatto in tempo a chiudersi in macchina e che aspettava di vedere la vostra testa mozzata rotolare per terra da un momento all’altro. Spero anche che i vostri amici non  vi usino come Autan naturale perché se ci siete voi le zanzare banchettano con il vostro delizioso sangue ignorando tutti gli altri.

Credo però che alcuni di voi abbiano convissuto 4 anni con i John. Ricordo la prima volta che li ho visti tornando a Bologna dopo il week end passato a casa. Erano tre, enormi e stavano  bivaccando sopra il portapiatti nel cucinino.

La mia amica Marisa, la più efficiente del gruppo, si era messa prontamente in piedi su una sedia, ciabatta munita, per porre fine alla loro esistenza.

Dì amen Giovanni, che la tua ora è giunta” e giù con una bella pianellata. Morto.

” Di amen Luca che la tua ora è giunta” e via, ancora più forte. Morto.

Dì amen John che la tua ora è giunta”.

Col cazzo.

John è scappato. Si è nascosto. Ha dato origine alla stirpe. E ai migliori animali domestici che un gruppo di universitarie potesse desiderare. Già perché all’inizio abbiamo provato a combatterli. Con ogni mezzo. Ma i John son bestie forti, resistenti e velocissime che si infilano ovunque, nuotano nell’idaulico liquido e  il DDT lo usano come crema idratante.

I John non puoi sterminarli. Non riuscirai mai a combatterli. I John devi farteli amici. Come dovresti farti amici i tuoi nemici. Sempre.

Noi lo abbiamo fatto. Li abbiamo studiati, compresi, capiti e accettati.

Li ho anche ringraziati nella mia tesi.

Mi mancano un po’.

 


Thursday bloody Thursday

Tutti quelli che mi conoscono sanno una cosa fondamentale about me.

Io sono fobica del sangue. Non fobica tanto per dire. Ho proprio la fobia. Non nel senso “oddio che schifo il sangue”. No. Io se vedo il sangue che schizza o che gocciola comincio a sentire nausea, vertigini e tremori alle gambe . Se poi lo schizzo o il gocciolamento avvengono su sfondo bianco (specialmente sulle classiche piastrelle della doccia/vasca da bagno) spatapum.

La prima volta in assoluto è stato quell’ “IT” scritto con il sangue da Stan suicida nella vasca da bagno a farmi capitolare. Rosso. Piastrelle bianche. Una goccia che continua a colare. Il plin plin nella vasca. Bum.

Per non parlare della bolla di sangue che esplode nel lavandino della casa di Bev. I fan del Re sanno di cosa sto parlando vero? Rattle.

Per non sa di cosa io stia parlando guardate dal minuto 3 in poi. Io non lo farò.

Svengo. Casco per terra come una pera cotta. Per terra è una cazzata a dire il vero.

Una volta sono svenuta  durante una puntata del Dottor House. Ero sdraiata sul divano. Scena iniziale. Tempesta di neve. Due tizi in mezzo alla bufera cercano di riparare una roba che sembra un’eolica. Una pala si stacca e si conficca nella coscia del maschione da combattimento che presidiava l’igloo. Gli si conficca nell’arteria femorale. Schizzo immane di sangue su neve bianca. Guardo lo schermo. Sono passati 5 minuti. Penso “dannazione puntata fallata”.

E invece no. Io ero svenuta. Sdraiata sul divano. E non me ne ero nemmeno accorta.

Una volta all’università mentre la mia amica ed io studiavamo lei comincia a sanguinare per un problema che non sapeva di avere. Io la faccio stendere nella vasca. Rosso un sacco di rosso. Cerco di non vomitare. Chiamo l’ambulanza. Rosso su bianco la testa che gira. Non guardo ma non è possibile non tenere la mano della mia amica. Per quanto ne sapevamo stava morendo. Chiamo il 911 per 5 minuti lamentandomi con svariati santi perchè “il numero da lei composto non è esistente”. Poi mi ricordo che la vita non è un telefilm. Arriva l’ambulanza. Apro la porta. “il bagno è in fondo a destra” dico.

Mi sveglio nell’ambulanza. La mia amica mi prendeva a schiaffi per farmi riprendere.

Tutti lo sanno. Ho amici così cari da avvertirmi prima. “Tati attenta a questa puntata di True Blood. C’è una scena che non devi vedere” oppure “Tati la scena che ho appena vinto in OZ ti avrebbe fatto morire all’istante” o anche (i più precisi) ” Tati al minuto tot di Being Human chiudi gli occhi ti prego”.

Che cari.

Io sono così. Dannazione. Non ci posso fare niente. Le analisi del sangue sono una tragedia. Immane. Solitamente vado dalle 3 alle 4 volte in ospedale, mi metto in fila e me ne vado non appena vedo una fialetta. Che agonia.

Stamattina mi sono fatta coraggio. Vado. Sul cellulare ho un milione di sms di incoraggiamento. Gente che pensa che io sia deficiente. Ma sono miei amici ed io li amo perché anche se pensano che io sia deficiente e paurosa mi vogliono bene lo stesso.

Arrivo all’ambulatorio. Non c’era nessuno. Tocca subito a me, non ho tempo di avere paura. Mi stendo sul lettino e volto la testa. Sento la puntura e anche il risucchio perchè io lo sento quando il sangue lascia la mia vena. Lo sento.

La dottoressa dice “finito”. Ed io volto la testa. Ma la volto nel momento peggiore. Il peggiore. Vedo il mio sangue densissimo e scuro passare dalla fialona alla fialetta. Mi viene subito la nausea. Divento bianca in faccia. Troppo bianca. Così bianca che la dottoressa pesca un lecca lecca dal vaso destinato ai bambini e me lo ficca in bocca senza proferire parola.

Dopo qualche minuto mi alzo. Ho il lecca lecca ed un cerotto enorme sul braccio. Ma sono felice. Ce l’ho fatta! Da sola! Mi sono meritata un cornetto al burro strabordante di Nutella direi. Infatti lo mangio.

Yeah!


Senza freni

Quando mi vedrete passare in bicicletta mi riconoscerete.

In primo luogo sfoggio con malcelato orgoglio un’ olandesina bianca da bambini.

La stessa con cui celebravo le Notti Magiche azzurre del 1990, scorrazzando su e giù per il lungomare felice e vittoriosa (almeno fino alla tremenda Italia – Argentina)  con indosso a giorni alterni la maglia n. 15 e quella n. 13 ( e non serve che io vi dica chi fossero gli illustri possessori delle stesse vero??) con tanto di “Ciao” nel cestino (all’epoca di vimini)  fazzoletto tricolore orgogliosamente allacciato al manubrio, le carte da gioco montate sui raggi per fare quel delizioso rumore che non è riproducibile con un′onomatopea  (se avete letto IT sapete di cosa sto parlando)  e la  targa con la scritta “FORZA ITALIA” sul parafango. Al nefasto 1994 mancavano ancora 4 anni e Forza Italia  era ancora una bella incitazione.

In secondo luogo ho sempre le cuffiette alle orecchie e l’ipod nel cestino impostato sulla funzione random. E canto a squarciagola. Quindi non sento assolutamente nulla di quanto mi accade intorno. Ma zero proprio. Inoltre in bici porto gli occhiali da sole. Questo significa che non ci vedo una mazza. Se mi vedete voi per primi salutatemi ed io essendo educata e vedendo che una persona mi sta salutando vi risponderò sulla fiducia. Ma è solo cortesia nuda e cruda. Non sperate che io vi riconosca. Potete urlare un saluto ed io tra una canzone e l’altra potrei riconoscervi dalla voce. Oppure dovreste strillare più forte della musica. Insomma fate voi. Se non vi saluto non prendetevela però. Non me la sto tirando, sono immersa nella nebbia anche se il sole spacca le pietre.

Ah non faccio la fenomena nemmeno quando mi alzo sui pedali per procedere. Non sto cercando di scolpirmi il fisico e nemmeno di arrivare prima. E’ che le gomme restano normalmente gonfie per circa un paio di giorni dopodichè per procedere bisogna mettersi in posizione spinning numero tre e pedalare. Non metaforicamente ma fino a farsi scoppiare il cuore.

In bicicletta non rispetto alcun segnale del codice della strada. Altrimenti andrei in giro in macchina. Quindi passo con il rosso,  occupo abusivamente i marciapiedi e faccio tutti i controsensi presenti nel centro storico della gloriosa città di Ascoli Piceno che come i cari abitanti sanno è per 3/4 ricoperto dagli odiati sanpietrini che, complice un’amministrazione comunale che evidentemente ama risarcire i danni subiti da tutti coloro che mettono i piedi nelle voragini presenti ovunque, sono ridotti in molti punti in condizioni che farebbero impallidire persino gli abitanti dello slum principale di Mumbai.

Dunque sono sorda, cieca, irrispettosa della legge, in piedi sui pedali ed infinitamente traballante su una bicicletta che mi portava a spasso quando ero una bimba più bassa e magra.

Le persone mi guardano come se fossi una mentecatta e si stupiscono di come io possa ancora essere viva e senza arti frantumati e me lo chiedo anche io.

Specialmente visto che il freno davanti continua a staccarsi continuamente.

Ora come i miei lettori sanno grazie al post sulle mie disgrazie con i mezzi di trasporto, sono sopravvissuta in maniera comica ma gloriosa al distacco contemporaneo di ambo i freni della bicicletta e simultaneo oscuramento di di ambo gli anabbaglianti della macchina in autostrada.

Capirete dunque che il misero freno davanti di una bicicletta mi fa davvero sbellicare dalle risate e quindi per 15 giorni ho resistito frenando con i piedi.  Poi ho deciso che volevo mettermi anche i tacchi qualche volta ( eh sì stavolta la sto facendo la figa) e quindi sono andata da Megnitt, celebrità locale delle riparazioni dei cicli e motocicli e ho aggiustato il tutto per la modica somma di € 2.50.  Comprensive del riaggancio del cestino e del pompaggio delle gomme.

Quando mi ha vista ripartire il Sig. Elia mi ha guardato un po’ perplesso e mi ha salutata con un ” a presto stai attenta!”

Promesso.

;)

Millanta cose che mi sono accadute e che sembra impossibile mi siano accadute e che invece mi sono accadute #2

Come la tradizione cinematografica insegna, tutte le opere di successo DEVONO avere un seguito. Il Padrino, Matrix,  Ritorno al Futuro, Indiana Jones, Avatar, Mission Impossible … e chi minchia sono io per esimermi?

Quindi alla luce di quello che mi è successo dieci minuti fa vi allieterò la serata con l’ennesimo capitolo delle cose che capitano a me e solo a me. In questo caso le mie rocambolesche avventure in strada. Signori e signori ecco a voi

TATI E I MEZZI DI TRASPORTO.

Metti che una poveraccia sia giunta per un miracolo quasi divino alla fine di una giornata di lavoro massacrante.

Metti che quella  poveraccia abbia un solo sogno: arrivare a casa ed infilarsi sotto la doccia. E che stia visualizzando sé stessa pulita e profumata spaparanzata in pigiama sul divano.

Metti che la suddetta decida di sbrigarsi e che per farlo prenda la superstrada che collega il centro città a casa dei suoi genitori e che felice e contenta metta su ” Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a tutto volume nell’auto.

Che cosa potrebbe accaderle di male? Un pirata della strada? Un cane che attraversa? Un matto in bicicletta? No! Ovvio che no! Queste sono robe da persone pseudo normali. Cose che capitano a tutti o quasi. Niente di cui scrivere a casa insomma. Queste sono cose che potrebbero capitare a voi. Non a me.

A quella poveretta, che sarei io, doveva necessariamente accadere una cosa incredibilmente sfigata e pericolosa.

A me dovevano fulminarsi entrambi i fari. Entrambi! Contemporaneamente!

Un secondo prima andava tutto bene, l’attimo dopo ero in superstrada immersa nell’oscurità con la spia degli anabbaglianti perculativamente accesa, verde e bastarda.

Mi sono fatta 6 km con le 4 frecce accese e gli abbaglianti fissi per evitare di essere uccisa ma a che pro? Tanto morirò lo stesso non appena mi prenderanno tutti i colpi degli automobilisti che mi si sono rivoltati contro nei modi più estrosi quando venivano accecati dai miei fari alti e luccicanti.

Ma alla fine di che cosa dovrei stupirmi?

Io sono abituata alle doppie istantanee dipartite! Come quella volta l’anno scorso in primavera quando barcollante sulla mia Olandesina dell’89 sugli infimi sanpietrini del centro storico, con l’ipod nelle orecchie “1977″ a palla, mi sono accorta che non uno ma tutti e due i freni della bicicletta si erano bellamente staccati nello stesso momento.

Dio ciclista!

Ho tentato di frenare puntando i piedi a terra, tentando di pensare alla mia cara pelle e non al prezzo delle mie meravigliose ciabattine con il tacco e poi, accorgendomi di peggiorare le cose, ho messo in pratica il piano B iniziando a gridare AIUTOOO e seppellendo la mia dignità six feet under. Stavo per mettermi a piangere dalla disperazione, mi immaginavo già spiaccicata al muro di travertino con i denti sparsi in bocca in ordine sparso ma grazie al cielo (non a caso stavo ascoltando “Angel Interceptor”) sono stata salvata da un provvidenziale passante che tentando di non collassare dalle risate mi ha afferrata ( e fermata) al volo impedendomi di finire di testa  dentro la fontana “dei cani”.

Lo scorso anno comunque è stato denso di incidenti paradossali.

Celeberrimo quello che mi ha vista protagonista in un glorioso venerdì sera d’inverno quando dopo una serata passata a sbevazzare con le mie amichette mi apprestavo a tornare a casa.

Arrivata ad una grossa rotatoria (per gli ascolani – quella delle “Tofare” – ) l’ho imboccata e mentre lo stavo facendo ho visto un’altra auto che veniva dalla direzione opposta alla mia imboccare la stessa rotatoria.

Al contrario.

Terrorizzata mi sono spostata il più possibile a destra verso l’esterno della rotatoria. Il tizio folle ha fatto lo stesso nella direzione opposta. Ci siamo fermati affiancati. Io ho accasciato la testa sul volante perché stavo per vomitare dalla paura. Cuore a mille nemmeno la forza di bestemmiare. Lui è uscito dalla sua macchina, ha aperto la portiera ed è venuto da me. Mi ha bussato sul finestrino. Io l’ho abbassato. E ho sentito la musica uscire dalla sua macchina. Io stavo ascoltando All These Things That I’ve Done. Lui Somebody Told Me. Che per chi non lo sapesse non solo sono canzoni dello stesso gruppo (The Killers) ma si trovano anche nello stesso album (Hot Fuss) e sono l’una di seguito all’altra. Entrambi siamo stati colti da immediata ridarella ma comunque decido di fare un po’ l’offesa.

Quindi lo guardo e gli dico “Ma sei ubriaco?”. Lui mi risponde “No, I’m English”

Abbiamo ricominciato a ridere e abbiamo riso venti minuti. E lui mi ha anche offerto una birra. Che aveva in macchina. In confezione da sei. Ovvio.

Di gente che allegramente sfida la morte contromano ne ho beccata altra nella mia vita. Uno sull’autostrada Ascoli – Mare sfrecciava temerario nel mio stesso senso ma sull’altra corsia. Ho chiamato subito i carabinieri spiegando la situazione e loro mi hanno chiesto se avessi preso la targa. Quando ho risposto “ovviamente no” si sono anche spazientiti. Certo. Sono la donna bionica io. Vedo attraverso il cemento del New Jersey non lo sapevate?

Un’altro (inglese di spirito) invece una volta non solo a momenti non mi ha uccisa sotto il mio studio ma voleva avere anche ragione. Ne era convinto. Mi ha urlato contro “ma dove cazzo hai preso la patente???” ed io con la mia infinita grazia ho risposto “alla scuola guida degli stronzi proprio come te!” .

Contromano non si va. Io però ci vado. In bicicletta giornalmente. Non esiste la segnaletica stradale per le biciclette. Io passo con il rosso, vado contromano, mi infilo ovunque e quando un vigile mi lancia sguardi densi di odio sfodero il mio sorriso migliore e lancio maledizioni sottovoce.

Ho un bel caratterino lo so. E nel silenzio della mia macchina do assolutamente il meglio di me. Come tutti.

Corna, gestacci, parolacce, occhiatacce piene di astio e insulti volano liberi. Una volta (avevo ancora il foglio rosa) un tizio a San Benedetto del Tronto ha osato tagliarmi la strada con la sua vespetta. Dipinta di rossoblu. Ho tirato fuori la testa dal finestrino e gli ho urlato “Vaffanculo pesciaro maledetto”. Lui è sceso dalla vespa e si è avvicinato minaccioso urlandomi parole irripetibili. Davanti a mio padre che sapeva benissimo di essere dalla parte del torto. E che mi ha guardata e mi ha urlato “scappa cretina!”

Sono ripartita sgommando. Chi viene dalle mie parti sa quanto e come ho rischiato la vita.

Ma quello era proprio un maledetto pesciaro ed io da ascolana doc non ho potuto esimermi.

Alla prossima!

(se vi siete persi “Tati e la tecnologia” cliccate qui )

 

 

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