Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivio per la categoria “Giorni da ricordare”

L’Amour Fou (Paris, Maggio 2013)

Non è possibile scrivere di Parigi senza offenderla quindi non ci proverò nemmeno.

Perché Parigi non è solo la città più bella del mondo (per me).

Parigi è uno stato d’animo, uno scorcio, uno scintillio, un palpito, una musica e non può essere imprigionata in qualche riga, seppur sublime.

Parigi ti entra dentro e non ne esce più. Non importa quanto tempo tu ci abbia trascorso, se pochi giorni o mesi o anni. Ogni volta che la saluti sai già che vorrai tornare a godere di quell’atmosfera unica ed inimitabile ancora una volta. E ancora un altro po’.

Parigi t’innamora. E’ come una persona che abbiamo amato molto e ormai dimenticato: possiamo non pensarci per mesi, forse anni, possiamo seppellire la sua immagine nei meandri della coscienza e la sua voce nell’oblio della cenere ma quando il suo ricordo si affaccerà distrattamente nella nostra mente, non potremo non ricordarla con una punta di dolorosa nostalgia che pizzica e preme in quel luogo sconosciuto e ameno che è il nostro cuore.

E quel ricordo ci farà sorridere e piangere, ci farà bene ma anche un po’ male.

Magari ci farà venire voglia di tornare.

T.

1) Cimetière du Pere Lachaise.

James

nocturne

tulipani

fiori

2) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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petali

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3) Congiergerie, Ile de la Cité.

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4) Pyramide du Louvre.

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5) Amore e Psiche, Musèe du Louvre.

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6) Area Denon, Musée du Louvre.

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7) Nike di Samotracia, Musée du Louvre.

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8) Champ de Mars.

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9) Champ de Mars (e mini Tour Eiffel).

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10) Tour Eiffel.

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11) Galerie de Glaces, Chateau de Versailles.

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12) Appartement du Roi, Stanza del Re Sole, Chateau de Versailles.

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13) Grand appartement de la Reine, Stanza di Maria Antonietta, Chateau de Versailles.

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14) Chateau de Versailles.

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15) Jardin de Versailles.

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16) Villaggio della Regina, Chateau de Versailles.

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17) Notre Dame de Paris, Ile de la Citè.

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18) La Seine.

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19) Ladurée, Champs Elysées.

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20) Arc de Triomphe.

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21) Musée Du Louvre.

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22) Musée d’Orsay.

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23) Sacre Coeur, Montmartre.

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24) Montmartre.

montmartre

25) Chez Marie, Montmartre (post boeuf chateaubriand pre creme brulée).

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26) Metro de Abesses, Montmartre.

metro

27) Moulin Rouge, Pigalle.

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28) Cafè des 2 moulins, Rue Lepic, Pigalle.

amelie

Blood Story

Quando sono entrata nel cinema ero nervosa.

Sapevo tutto eh. Mi ero informata. Pensavo di essere pronta. Come pensavo di essere preparata dieci anni fa.

Ho sbagliato domenica come sbagliai allora.

Ho sbagliato tutto.

A Genova faceva caldo quel giorno ma noi non ci badavamo perché venivamo da una Bologna arroventata e volevamo solo mischiarci alla folla colorata che avevamo visto il giorno prima in tv, mangiare un panino e andare in via del Campo.

La brezza che veniva dal mare era dolce, come una carezza.

Le bandiere arcobaleno, un fiume di persone in festa, i cori, lo zainetto Invicta sulle spalle, il mare, i gabbiani, un azzurro abbacinante.

E poi gente vestita di nero con la faccia coperta e le pietre in mano, macchine in fiamme, vetrine sfasciate, urla, fumo denso che fa piangere, singhiozzi, ossa spezzate, gente che fugge. Il corteo si disperde, io prendo la mano di M. e inizio a correre, non so dove ma corro e corriamo via veloci, ci perdiamo nel dedalo di viuzze, Genova città di pirati sembra fatta apposta, non sappiamo dove siamo, abbiamo smarrito tutti gli altri, ci viene da piangere.

Abbiamo ancora i panini con la frittata dentro l’Invicta e i fiori dipinti in faccia sono ancora lì seppur un po’ sbiaditi dalle lacrime e dal sudore. Abbiamo la gioia strozzata in gola e gli occhi grandi e rossi e terrorizzati e non capiamo perché.

Perché c’è gente con la testa spaccata sdraiata per terra, perché alcuni sputano via sangue e denti, perché la polizia ha caricato il nostro corteo.

Noi siamo venuti da Bologna con l’autobus e con il pranzo al sacco. Abbiamo le chitarre e le Converse e gli zainetti sulle spalle. Siamo studenti, pensionati, sindacalisti, mamme, papà.

Siamo brava gente, gente normale che ha visto cose che non voleva vedere.

Che non doveva vedere.

Gente che era venuta a manifestare  e che prima di tornare a casa si è trovata necessariamente in una piazzetta secondaria a deporre un fiore rosso su un mucchio di sabbia messo lì per coprire il sangue della vergogna.

Questa è la Genova che avete visto tutti alla tv.

Questa è la Genova che ho visto io.

Al cinema, dopo 10 anni ho finalmente visto l’altra Genova. Quella più segreta e vergognosa. Quella che si è tentato di occultare e prescrivere in ogni modo.

Alla scuola Diaz dormivano 93 persone in quella notte d’estate.  Gli agenti che hanno fatto irruzione erano 300.

La verità la conoscono solo quelle 393 persone.

Quelle che hanno colpito e quelle che sono state colpite. Quelle che hanno deriso, umiliato e infierito e quelle che sono state irrise, umiliate e selvaggiamente picchiate. Quello che è successo alla scuola Diaz di Genova in quella notte pazzesca è ben più della sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. E’un abominio. Una carneficina di massa di inaudita violenza e priva di qualsiasi logica, motivazione, giustificazione.

Questa follia collettiva, questa sorta di rappresaglia sanguinosa e simbolica, questo bagno gratuito di sangue è mostrato al grande pubblico in maniera analitica e con la giusta dovizia di particolari da un regista che riesce a documentare senza mai esagerare e a mostrare la nuda realtà, quella cruda e macchiata di sangue, senza doverla infarcire di inutili dettagli splatter. La narrazione è semplice, obiettiva e basata sulle carte processuali: ricostruzioni, perizie, testimonianze. Una scelta intelligente ed in grado di svincolare il film dalle faziosità, dagli odii di parte e dalle inevitabili polemiche.

Vicari ricostruisce e mostra con coraggio e veridicità. Non denuncia né condanna. Racconta. Il dramma degli inconsapevoli innocenti, la ferocia degli aguzzini e la piccola codardia dei veri colpevoli o meglio di coloro che hanno fornito il pretesto del massacro della Diaz. I temibili black block, riassunti nella pellicola in due ragazzini che parlano un tenero francese e che scampano all’orrore implorando (ed ottenendo) l’aiuto di un barista genovese che li nasconde nel suo locale, paradossalmente sopravvissuto al saccheggio dagli stessi perpetrato altrove.

Non ci sono lezioni di democrazia né sermoni paternalistici, né volontà di’insegnamento in Diaz. Non c’è volontà di giudizio. E’ solo lo spettatore a decidere quali sentimenti provare e lo stesso non può che inorridire davanti alla degradante escalation delle menzogne, della violenza gratuita, dell’autorità abusata e della piccolezza umana, una combo micidiale e capace di rendere una vergogna all’italiana ben più terrificante di un film dell’orrore.

Diaz è un pugno nello stomaco, uno di quelli che fa male e lascia il segno a lungo.

Un film che schiaccia e che opprime. Una pellicola che rende muti e impotenti. Un film che era necessario fare e un film che è necessario vedere.

Senza dimenticare che Diaz non è un film e che finalmente il sangue del sottotitolo è stato lavato.

In pubblico.

T.

Love is …

il sorriso stropicciato del mattino

il bacetto mezzo addormentato

due cuori senza nemmeno la capanna

il groviglio di farfalle nello stomaco e nessuna voglia di bere l’insetticida

seguirsi con lo sguardo fino a incriccarsi il collo

trovarsi nella folla (dopo essere diventati strabici)

dimenticarsi di mangiare (allora è grave!)

nottate di stelle e risate e la luna. La luna!

camminare senza meta scambiandosi una bottiglia

due occhi grandi che ti guardano

un mucchio di parole apparentemente senza senso

una canzone e solo quella che continua a suonare

uno sguardo alla finestra

l’ago nel pagliaio

il binario del treno

le lacrime ingoiate e subito dimenticate

l’inutilità delle bugie

dirsi un addio che non sarà mai

la consapevolezza di quello che si vuole. Quello e basta!

la pazzia di fare certe cose

la temerarietà necessaria a dire “ti amo”

prendere una sportellata in faccia e restare senza denti

ma continuare a sorridere

lasciarsi quando è ora. O quando non è

il coraggio di fare un passo indietro

la paura di andare avanti ma andare avanti lo stesso

ingoiare l’orgoglio e prenderlo a calci

andare a vedere cosa si nasconde dietro la curva

trovare il tornante e continuare a guidare

avere l’asma dalla gioia e respirare nel sacchetto

tu

Questo è.

Nient’altro.

(dedicato a quelli che dicono che non si deve scrivere per gli altri solo perché, probabilmente, non hanno mai trovato nessuno per cui valesse la pena scrivere davvero)

Ps: Auguri a tutti gli innamorati

Merry Blablabla

Buon Natale a tutti quelli che non me l’hanno detto.

Anche se muoiono dalla voglia.

Fall in love again, and again, and again.

Milano, interno giorno.

Una ragazza si fa la doccia fischiettando e imprecando mentre si depila con le nuove fantastiche e veramente rosa lamette comprate poco prima alla Coop, mentre un’altra ragazza scrive sul Mac con i bigodini in testa.

Nel forno deliziosi saccottini di pastasfoglia ripieni di mozzarella e pancetta a dadolini stanno cuocendo allegramente mentre due grossi gatti si strusciano su qualsiasi cosa incontrino.

Di là, letto sfatto, tacchi alti, vestiti ovunque e un pianoforte.

Sembra l’inizio di un soft porno, mi rendo conto, invece siamo solo Valentina ed io che ci prepariamo per andare alla Blogfest.

Forse andremo alla Blogfest, perché nel frattempo la Vale si è tagliata con la lametta di cui sopra dando vita al mio incubo peggiore. Sangue rosso che gocciola dentro il candido piatto della doccia.

Aiuto.

Questa qui vuole ammazzarmi anche se continua a dirmi di non guardare.

Comunque dicevamo, lei è candidata perché la grafica del suo blog è bellissima, io vado un po’ a fare la figa con la cricca di Spinoza e siamo felici perché sappiamo già che trascorreremo due giorni belli belli.

(lei dice di essere depressa ed è ovvio che lo sia. Non mi vedeva da un mese, adesso le è già passata ora devo solo impossessarmi del suo telefono e fregarle un numero e poi la depressione le passerà PER SEMPRE).

Ma non divaghiamo.

Se vi va, ci vediamo lì.

(non postiamo foto perché vi vogliamo bene ed io pubblico al volo mentre lei si trucca altrimenti mi ammazza).

T.

Never

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.

(Paolo Borsellino, Eroe)

(Palermo 19.01.1940 – Palermo 19.07.1992)

Sky Is Over

“Se indichi il cielo con un dito, l’idiota guarda il dito”

(io per non sbagliare mi sono tuffata nel cielo)

(le foto precedenti sono state scattate da una mongolfiera che fluttuava a 2000 metri di altezza nei cieli di Gorem – Cappadocia). 

Si ringraziano sentitamente tutti i partecipanti alla gita specialmente gli impavidi sette che hanno passato la nottata precedente a bere in mia compagnia alla mitica “festa tipica turca open bar tutto compreso a soli 35 euro”.

Cioè, open bar. A bottiglie. Non a bicchieri. Diciamo Amen tutti insieme?

Un applauso a Francesca che non voleva bere e che poi a serata in corso si era data il limite di 4 shortini di Raki liscio e che invece si è scolata da sola tutta la bottiglia addirittura fregandone una ad un altro tavolo, convinta, in preda al panico, che quella del nostro fosse finita, uno a Valeria che ha condiviso con me innumerevoli bottiglie di vodka e una pianta intera di succo di lampone, a Simone e Marta che hanno preso parte attiva alla coreografia della danzatrice del ventre mi pare anche sposandosi alla fine, alla nostra gioviale guida che ci ha mostrato DAVVERO quanto fumino i turchi e che alla mia domanda  “sei musulmano però bevi oh” mi ha risposto “musulmano non praticante” e a tutti noi altri che pur essendo belli ciucchi siamo saliti su una mongolfiera senza battere ciglio tipo 3 ore dopo.

E che finito il giro, alle ore sette del mattino, abbiamo riappicciato la sbornia della sera prima a colpi di champagne.

Esplicativo il seguente dialogo:

Luca “oh io non avevo mai bevuto alcolici alle 8 del mattino”

Satò “Infatti sono le sette”.

(Secondo me le feste open bar in Turchia sono finite quella sera e non ne faranno mai più)

Ps: un applauso va al Capitano Nostro Capitano, signore e padrone della mongolfiera che ci ha portato a spasso nei cieli tenendoci tutte belle sveglie grazie alla sua … uhm, professionalità.

T.

Carpacho!

Li ho sentiti nominare per la prima volta due anni fa.

Un mio amico me ne ha parlato per caso, raccontandomi la strana storia di una mucca che è finita sotto un treno.

Il suo treno.

Quello che lo stava portando da Verona alla Capitale per assistere al loro ultimo concerto che dai suoi racconti è stata una delle cose più emozionanti di sempre.

Nonostante la mucca.

Così ho ascoltato le loro canzoni, ma l’ho fatto accompagnata costantemente da quella malinconia che ti assale quando senti della musica bellissima e pensi che non ce ne sarà più.

E invece no.

Forse la mucca ha rappresentato un sacrificio necessario a qualche dio sconosciuto della musica.

Perché i Carpacho si sono riuniti e hanno tirato fuori canzonette che innamorano e fanno innamorare e insomma stasera dopo due anni di attesa finalmente me li godrò live al Brevevita e di questo sono tanto contenta.

E ringrazio Marco che in chat mi chiede come diamine ci entreremo tutti (risposta: al Breve si sta vicini vicini e ci piace così) e ringrazio i miei amici un po’ folli con i quali puoi parlare di tutto.

Mucche suicide comprese.

Questa è la mia preferita perché ecco. Sembra scritta per me eh! Perché il reale mi fa respirare in un sacchetto la maggior parte del tempo :D


Sweet Sweet

Sweet sweet sweet sweet little agony 
I don’t know just where you’ve been 
But I’ll take take take 
All that you have for me 
In sin 
Where are we going? 

(Ma quanto è bello tornare a respirare dopo una lunga apnea? <3 )

E’ proprio la fine del mondo

Io nel 21.12.2012 ci spero.

Tanto.

La selezione naturale è indispensabile.

Ci rafforza fisicamente ed intellettivamente. Ci rende più belli, più sani, più svegli.

Migliori.

Io do per scontato di sopravvivere alla temibile profezia Maya.

Ne sono certa. Anche perché sono perfettamente qualificata alla sopravvivenza. So fare una tracheotomia d’urgenza con una penna a sfera, mangio qualsiasi cosa compresi altri esseri umani (morti) all’occorrenza, so guidare bene, mi adatto a dormire ovunque e basta che mi si dia qualcosa da leggere o della musica da ascoltare e sto anche parecchio zitta.

E non dimentichiamoci nemmeno che ho letto “L’Ombra dello Scorpione” non si sa quante volte.

Per sopravvivere dunque, sopravvivo. Ed il più è fatto.

La compagnia è un altro discorso.

La mia fortuna nei rapporti umani è notoria.

Vale a dire che ad Ascoli rimarremo io e qualche fan sfegatato di Vasco Rossi scampato non si sa come all’ecatombe che mi costringerà ad un litigio furibondo condito da una reciproca “stizza” dopo averlo sentito canticchiare per la milionesima volta il solito “va beh, eh beh”.

Oppure sul cumulo di macerie, ci ritroveremo io ed un tizio qualsiasi che per qualche ragione odio, mi sta sulle palle e vorrei vedere morto. Invece no. E’ sopravvissuto. E continuerà ad irritarmi.

Per sempre.

Comunque guardiamo al lato positivo suvvia.

Sono sopravvissuta! E vi dirò, se il mio compagno irritante è moderatamente figo potremmo anche avere una storia di ripiego. Una botta e via eh niente di serio. Posso dimenticare quanto è odioso, ma solo per qualche minuto.

Se invece è fan di Vasco, beh mi dispiace ma non ha proprio nessuna chance.

Comunque, la fine del mondo sarà una bella cosa. Ricominceremo tutto da capo e buonanotte al secchio.

Peccato che tutti i miei piani siano stati sconvolti dal mio amico Andrea che di stelle ci capisce e che l’altro giorno, sul suo blog,  con le sue dotte spiegazioni, ha incasinato tutto quello che in maniera certosina avevo già programmato.

Già, perché io sono talmente secchiona che nemmeno dalla fine del mondo posso farmi cogliere impreparata.

Ps: Amici e lettori fan di Vasco in realtà io vi amo. Soprattutto apprezzo la vostra tenacia nonché la resistenza al sonno <3

Ps: Vasco non lo metto nei Tag che il pensiero che qualcuno digitando il suo nome capiti nel mio blog mi toglie il sonno, mi toglie. E questo post volevo intitolarlo “A che ora è la fine del Mondo” ma non l’ho fatto. Indovinate perché?

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