Smetto quando voglio

Marissa1331

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Lincoln – Steven Spielberg – 2012.

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Abramo Lincoln era un avvocato scaltro e dalla lingua lunga che vinceva cause disperate grazie al suo eloquio eccezionale. Era un repubblicano fervente che, nel corso del suo primo mandato, ha visto iniziare la più drammatica guerra mai scatenata dal Governo degli Stati Uniti, la più invasiva perché consumata direttamente nel loro territorio e la più crudele perché fratricida.

Abe Lincoln era un bianco fortemente convinto della superiorità della sua razza nei confronti di quella nera e dunque inizialmente favorevole e sostenitore dell’economia basata sullo schiavismo. Era un presidente autoritario che per raggiungere i propri scopi non ha esitato a prendere decisioni che oggi definiremo fasciste, cancellando sentenze regolarmente emesse da legittimi tribunali, mentendo con l’abilità che contraddistingue il suo mestiere, mercanteggiando voti per garantire il passaggio di provvedimenti che riteneva indispensabili e battendo (letteralmente) i pugni sul tavolo rivendicando “l’immenso potere” di cui era  stato investito.

Era questo il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non esattamente un simpaticone insomma, almeno non per noi (dove per “noi” leggete “persone intelligenti”) che crediamo nella democrazia, nella pace, nell’ uguaglianza tra le persone, tra i popoli, tra le razze.

Si sa però che le storie, quelle con la s maiuscola e non, altro non sono che una questione di prospettiva. E che, intrise nel contesto che le accompagna, vanno studiate e se occorre, giudicate. Quindi ora immaginate Abramo Lincoln in un mondo nel quale il Presidente Degli Stati Uniti d’America tiene udienza 3 volte alla settimana e riceve migliaia di persone che gli avanzano le richieste più strampalate, un Presidente che va al fronte e si siede in mezzo al campo per poter parlare con i soldati dell’Unione bianchi e neri che lo acclamano come un dio, ripetendo i versi più importanti del celebre “Discorso di Gettysburg”.

Immaginate quel mondo lì, nel quale alcune persone sono considerate merci, hanno un prezzo, possono essere scambiate, confiscate, vendute e fatte accoppiare. E immaginate che queste persone siano trattate così perché il popolo tutto è convinto che Dio li abbia fatti diversi e che questo pensiero, per noi oggi assurdo, inconcepibile ed insano fosse  il pensiero di (quasi) tutti. Democratici compresi. Pensate che coloro che osavano affermare il contrario, erano considerati delle persone che si opponevano non solo alla legge degli uomini bensì all’ordine naturale delle cose, un ordine creato da Dio in persona. Immaginate un’epoca nella quale, emancipare i “negri” sarebbe stato il primo pericolosissimo passo verso l’estensione del diritto di voto a tutti.

Anche alle donne!

In questo contesto, in quel mondo, innanzi a quelle persone, Abramo Lincoln ha avuto il coraggio di chiedere un miracolo. E lo ha ottenuto. Ha avuto l’ardire di pensare e immaginare un futuro diverso e di porre l’attenzione del Congresso Americano, non solo sui milioni di uomini in catene che con l’approvazione del Tredicesimo Emendamento avrebbero ottenuto l’emancipazione, ma soprattutto su tutte le persone che, grazie a quell’emendamento, non sarebbero nate sotto l’orribile giogo della schiavitù.

Lincoln ha preso questa epica decisione non per convinzione personale, certamente non in nome di un’uguaglianza sostanziale nella quale non sapeva ancora se credere o meno. Lo ha fatto per l’Unione. Per preservare e mantenere gli Stati Uniti d’America. Lo ha fatto per  la pace. Per lavare via, almeno in parte, quel sangue che si sentiva grondare dalle mani.

Di questo parla il film di Spielberg. Del percorso faticoso e a tratti esilarante che ha portato una delle leggi più importanti nella storia dell’umanità ad essere approvata e dell’uomo pacato ma fermo, gentile ma arguto, pungente e geniale che ha reso tutto questo possibile. Soprattutto parla di uguaglianza. Di quell’ uguaglianza davanti alla legge che deve esistere e di quell’uguaglianza sostanziale che invece, non può.

Lincoln è un film raffinato e difficile che si svela poco a poco e che ha bisogno di tutti i suoi 150 minuti per mostrarsi in tutta la potenza e magnificenza che lo contraddistinguono.

Ancora una volta Spielberg affronta un’argomento toccante ed intenso e lo fa con la maestria del fuoriclasse e la spregiudicatezza dell’esordiente, rendendo avvincente una procedura normalmente noiosissima, tenendo lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso voto dopo voto (anche se, voglio sperare che TUTTI conoscessero l’esito dello scrutinio) e soprattutto facendoci conoscere davvero un uomo che ha fatto la Storia, dipingendone un ritratto realistico, senza fronzoli, senza sconti e senza menzogne, mostrandoci non solo il personaggio pubblico divinizzato, studiato e universalmente noto ma ponendo l’accento soprattutto sul marito in difficoltà, sul padre addolorato e affettuoso ma anche odiato e contestato. L’uomo comune insomma, con le sue debolezze, i suoi dubbi e i suoi inevitabili limiti in grado però di riflettersi su una nazione intera.

Il valore del film è anche nella coralità della pellicola e nella capacità del protagonista di  defilarsi di tanto in tanto, per cedere lo scettro agli altri membri di un cast eccezionale, tanto é vero che il momento più alto, il monologo più importante e portatore del messaggio che il film vuole consegnare allo spettatore  è stato affidato ad uno straripante Tommy Lee Jones che, in meno di due minuti, delinea con poche ed efficaci metafore la vera, unica ed incontrovertibile summa divisio che  sia mai esistita tra le persone, in un tripudio di applausi e di consensi tra il pubblico di allora e quello di oggi.

Per quanto defilato però, Lincoln è e resta il protagonista indiscusso e tutti gli altri personaggi non possono che gravitare nella sua orbita e tornare, prima o poi, ad essere attratti dalla personalità pacata ma allo stesso tempo esplosiva del Presidente, un indimenticabile Daniel Day Lewis talmente perfetto da risultare a tratti inquietante perché in grado di riprodurre in maniera minuziosa la personalità variegata e l’ironia tagliente del grande e controverso uomo che ha cambiato la storia, permettendo a Barack Obama di essere là dove si trova ora e dando il permesso ad un intero popolo di iniziare a sognare.

T.

Braveheart

“La paura salva. Sempre. Però arriva un giorno, un giorno solo in cui devi scegliere di non avere paura.

Per me, quel giorno è oggi”

(Cheyenne)

(Poveri i codardi che “vivacchiano” senza mai iniziare a vivere. Questo lo dico io.)

Il discorso del Re – The King’s Speech

“C’era una volta … “

“Un re!” diranno subito i miei piccoli (!) lettori.

Già. Avete indovinato.

Questa volta, c’era davvero una volta un re.

Solo che non era un re come tutti gli altri.

Non sapeva che lo sarebbe diventato.

Non sapeva neppure di poterlo essere.

Perché questo principe, nato per secondo, era destinato a vivere una vita felice all’ombra del fratello, legittimo erede al trono d’Inghilterra.

Bertie non era nato per essere re. Non ne aveva il diritto e nemmeno l’indole.

Era timido lui. Riservato. Silenzioso soprattutto. Molto silenzioso.

Non perché non avesse qualcosa da dire.

Anzi, era esattamente il contrario.

Solo che le parole così chiare e lineari nella sue mente brillante non riuscivano ad affiorare fluentemente sulla sue labbra.

Se Bertie fosse stato “solo un ufficiale navale” non ci sarebbero stati problemi. Purtroppo però, si sa, anche i principi di seconda classe hanno degli obblighi ben precisi: parlare davanti a folle sterminate di persone è uno di questi e Bertie, ahimè, non poteva proprio esimersi.

La sua voce sì però. Usciva fuori frammentata e farfugliante. Dispettosa.

Il nostro principe aveva imparato ad accettarsi. O forse si era arreso. In ogni caso non sembrava prendersela troppo.

All’apparenza, almeno.

Quello che gli accadeva dentro, il dolore, l’umiliazione, il senso di impotenza, le continue sconfitte, la paura di fallire, noi non possiamo conoscerle. O comprenderle. Forse, non saremmo neppure in grado di accorgercene.

Al contrario di lei.

Già, lei.

Come tutti i principi che si rispettino Bertie non era solo. Aveva accanto una principessa davvero speciale lui. Una simpatica, irriverente principessa chiacchierona, che amava indossare strani cappelli, dire esattamente quello che pensava e farsi un bicchiere ogni tanto.

Ogni tanto spesso.

Una principessa allergica all’etichetta che per questo lo aveva sposato dopo due rifiuti nella speranza che Bertie rimanesse per sempre il suo amato, riservato, goffo, buffo principe balbuziente.

Una principessa coraggiosa. In grado di comprendere il dramma interiore del suo uomo e di aiutarlo.

Scovando chissà dove Lionel, il famigerato “uomo comune” colui che senza titoli e senza onori, senza competenze né raccomandazioni insegnerà a Bertie qualcosa che tutti noi, nessuno escluso, dovremmo possedere.

E che se non possediamo, dovremmo imparare.

Il coraggio.

Il coraggio di dimenticare, il coraggio di vivere, il coraggio di lottare.

Il coraggio di diventare quello che si è e che a volte, nemmeno si immagina di poter essere.

“Il discorso del Re” è un film raffinato e crepuscolare, intrappolato nelle atmosfere sospese ed evanescenti di una Londra piovigginosa ed eternamente coperta da uno spesso ed ovattato strato di nebbia ove i personaggi, al contrario incredibilmente reali, si muovo maestosi dando vita ad un incalzante, a tratti esilarante, duetto. Un duello continuo tra due personalità opposte che si incontrano, si scontrano, si separano ed inevitabilmente si riuniscono in un affascinante ed inconsueto gioco di ruoli.

Un uomo del popolo irresistibile ed intelligente, sfrontato, sfacciato e irriverente insegnerà letteralmente “a parlare” (agli altri ma soprattutto a sè stesso) ad un principe affascinante che incanta con la sua ritrosia, i suoi sguardi densi, il suo dolore rappreso e intimo, mai urlato, mai manifestato ma non per questo meno tangibile, che erutta, infine, in tutta la sua incandescenza, sublimando in un pianto disperato ed infantile, il pianto di un bambino impaurito dal padre, offuscato dal fratello, sopraffatto da sè stesso e dallo stereotipo in cui è costretto a vivere.

Lionel ha costretto Bertie ad affrontare sé stesso. Lo ha obbligato a guardarsi dentro. A rimestare nelle proprie paure, a trovarle ad affrontarle. A farsi beffe di loro. A distruggerle.

Ha preso per mano un principe impaurito, lo ha fatto con fermezza e semplicità, accompagnandolo passo passo, lungo un’impervia, difficile spietata sfida che si è conclusa con la richiesta di leggere “solo per me” un discorso in grado di commuovere, consolare, guidare e spronare un intero popolo.

Poi, Lionel ha mollato la presa. Ha infine lasciato la mano. Ma non quella di un principe.

Quella di un Re.

 

 

 

Hereafter

“Carino ma non di più. Non aspettarti Gran Torino eh! “

“Oddio, niente di che. Non è Million Dollar Baby”

“Mah. Strana storia. Niente a che vedere con Mystic River”

Ecco.

Scarni commenti in croce, recensioni al volo prive di contenuto, lamentele sulla presunta genialità offuscata di Eastwood e paragoni (adesso posso dirlo) davvero improponibili: è tutto quello che sapevo di Hereafter prima di sprofondare nella poltroncina del cinema l’altra sera, pronta a smarrirmi nell’ennesima, maledetta magia.

Perché diciamolo.

Io non avevo dubbi.

E se ne avessi avuto anche solo uno i primi, rutilanti minuti lo avrebbero spazzato via. Schiacciato sotto il peso di una scrittura superba, di inquadrature perfette, di un atmosfera sospesa tra la gelida e spietata realtà e un altro luogo mai palese, solo delicatamente accennato ma incredibilmente reale e concreto fatto di luce abbagliante, contorni sfumati e suoni ovattati.

Sospeso.

E’ un film che prende a pugni questo. Che colpisce forte, duro e senza pietà.

I colpi arrivano improvvisi, inaspettati, ripetuti e hanno la forma di una muraglia liquida e argentea che annienta e spezza e uccide, il rumore di uno schianto crudele e profondamente ingiusto, il silenzio di un dono che somiglia terribilmente ad una maledizione. Hanno le sembianze di persone le cui vite, così incredibilmente diverse, si snodano in una romantica e ordinata Parigi tinta dei caldi colori del tramonto, in una San Francisco lattiginosa, umida e nebbiosa, in una Londra caotica e livida e prendono vita in sentimenti tangibili ma mai rivelati, in storie che si intrecciano con garbo e naturalezza, senza inutili e scontati colpi di scena. Una donna felice e appagata che perde la sua concretezza e abbraccia il mistero, un uomo che vive una solitudine imposta dalla sua straordinarietà e dalla paura che sempre e comunque le persone straordinarie suscitano in quelle ordinarie, un bambino ingabbiato in una vita difficile, riassunta nei tre secondi dell’inquadratura che si sofferma sui buchi che affliggono le braccia di sua madre, che perde il suo doppio, l’altro sé stesso, ritrovandosi a combattere con il dolore di una mancanza che non accetta e alla quale non si rassegna.

Eastwood ci trascina in un mondo reale ma fatto di ossimori ambulanti, in storie apparentemente straordinarie che però riguardano tutti noi da molto vicino e lo fa nella sua maniera inconfondibile e raffinata, senza mai alzare la voce, senza necessità di scene cruente e di dolore urlato, senza ricercare lo stupore ad ogni costo e per questo sbalordendoci con lunghi silenzi densi di parole soffocate, con sguardi assassini che si rivolgono oltre, con sorrisi tristi carichi di consapevolezza, distruggendo(mi)ci con quella buonanotte sussurrata ad un letto vuoto, con quell’acqua assassina sputata via dai polmoni, con quelle buste della spesa lasciate lì, all’occorrenza, con quella solitaria gara di cucina frutto dell’ignoranza e della pochezza d’animo, con quei sorrisi che rivedo sulle labbra di ogni uomo che pensa ostinatamente di poter (sbagliando) trascorrere la sua vita in solitudine, con quel “mi manchi, non andare via” bagnato di lacrime, con quella fiduciosa attesa sotto la finestra, anzi più di tutto annientandomi con quella immagine perfetta di un piccolo uomo che aspetta.

Solo che stavolta non è bagnato di pioggia e non aspetta invano, eh Clint?

Tu, che a 80 anni suonati hai deciso di cimentarti in un genere che non ti è mai appartenuto e l’hai fatto con precisione e naturalezza, decidendo non senza scherno di parlare di quella signora che ci cammina accanto vestita di nero e che hai fatto di più, rendendola vera, unica protagonista di un film, prendendola per mano, esorcizzandola, rifuggendola forse. L’hai fatto a tuo modo, con autorevolezza, salendo in cattedra, senza temerla, senza paura.

Guardandola negli occhi.

Ponendo delle domande che inevitabilmente rimarranno senza risposta  perché nessuno è in grado di sapere cosa accadrà, dove andremo e cosa faremo quando chiuderemo gli occhi per l’ultima volta planando nell’aldilà del titolo ma insegnandoci che, parimenti, nessuno è in grado di sapere quello che accadrà domani, nell’aldiquà, quando apriremo nuovamente gli occhi su un nuovo giorno. E instillando in noi la speranza che, forse, il bello, sia proprio questo.

Stavolta hai giocato a scacchi con la Morte cow boy.

E hai vinto tu.

Sogno o son desta? (Ho visto Inception e non lo so più)

Quella che segue non è propriamente una recensione del film “Inception” ma ugualmente NON LEGGETELA prima di vedere il film :)


“Siamo fatti della stessa sostanza

di cui sono fatti i sogni”.

(William Shakespeare, La Tempesta, AttoIV)

Se William sapesse quante meningi si sono spremute fino a consumarsi per tentare di capire il significato nascosto dietro a queste parole e se fosse a conoscenza dei fiumi di inchiostro versati tentando di spiegare cosa diavolo significhi questa osservazione probabilmente ne riderebbe.

O si arrabbierebbe.

In fondo la bellezza, quando è così tangibile ed evidente, acquista concretezza e non ha bisogno di troppe spiegazioni.

La bellezza va osservata, ammirata, amata. Non spiegata.

Poi ti capita di vedere un film come “Inception” e di trovarti faccia a faccia con una bellezza che viene presa, modellata, sublimata, costruita in maniera sapiente e geniale da un regista che, suo malgrado, spiega in maniera eccellente l’aforisma shakesperiano e anzi, fa di più.

Lo rappresenta.

Te lo mostra.

In un prezioso labirinto di emozioni che si intersecano e vibrano. Come una trottola impazzita.

Quella trottola che Dom Cobb, esperto cacciatore di sogni o se credete hacker esperto del più grande computer che sia mai stato creato, la mente, tiene sempre in tasca e osserva volteggiare.

Cobb riesce a penetrare nei sogni delle persone e ad estrarre dalle menti degli inconsapevoli sognatori, segreti, informazioni, desideri reconditi. Cobb sa quello che fa, sa farlo in maniera eccellente, ama le sfide ed è allergico ai fallimenti. Per questo non può tirarsi indietro quando gli propongono un’impresa impossibile che è esattamente il contrario di quello che l’uomo ha fatto finora.

Non carpire un’idea bensì impiantarla (da qui “Inception” cioè “innesto”) nella mente di un uomo.

Questo è il semplice punto di partenza di una storia magnifica e magnificamente narrata che, come i livelli di sogno che esplora, si sviluppa seguendo tre diverse piste armoniosamente intersecate.

L’affascinante idea di base infatti, si sviluppa in un action movie che non offusca minimamente anzi sublima il dramma personale del protagonista, un Leonardo Di Caprio ( <3 )maestoso che interpreta magistralmente un uomo solo, esule, che vaga vorticosamente per il globo in perenne fuga da un senso di colpa che non lo abbandona e che ha sempre e soltanto il volto dell’amata moglie Mal, morta suicida a causa di un’idea innestata nel suo cervello e germogliata come un’edera velenosa, una donna che ha le dolci ma allo stesso tempo spietate fattezze di una superba Marion Cotillard che continua a tormentare i sogni del marito e contemporaneamente a vivere solo per lui in un mondo parallelo e illusorio che Cobb cerca e anela perchè sembra così maledettamente vero e reale nel momento in cui l’uomo chiude gli occhi e si abbandona all’oblio e a sè stesso.

Noi siamo i nostri sogni e Cobb lo sa.

Quando chiudiamo gli occhi sulla realtà ci spogliamo delle nostre paure, dei nostri freni, delle nostre incertezze e dei nostri preconcetti e finalmente risorgiamo, radiosi e autentici, in un mondo che è fatto solo di quello che siamo e soprattutto di quello che desideriamo. Si sogna quello che si vuole, quello a cui sia anela davvero e che magari non si sa neppure di volere e desiderare. Non a livello conscio almeno.

Nolan ci prende per mano e ci porta a spasso nel nostro subconscio, realizzando un capolavoro di rara bellezza e di incredibile genialità, facendoci agilmente attraversare i precipizi del paradosso e dello scontato e banale onirismo, abbattendo le barriere della realtà, squarciando il velo del nostro stesso sogno, scavando nei nostri ricordi, regalandoci mondi pronti a collassare su sè stessi a suo e nostro piacimento e spingendoci sempre più in basso, verso gli abissi di noi stessi, verso quello che siamo verso quello che vogliamo.

Facendoci sprofondare in noi stessi per poi riportandoci su, verso la superficie, indietro e indietro e ancora indietro, a ritroso nel nostro sogno, cullati dalla voce calda e dolce di una Edith Piaf che interpreta “Je ne regrette rien” (e non può essere un caso).

Svegliandoci infine.

Forse.

Perché quella trottola minuscola che ci riporta alla realtà, metaforicamente gira e gira e continua a girare e il suo moto perpetuo incarna i nostri desideri, le nostre speranze, i nostri ricordi e sì, anche quel il limbo a cui tutti, almeno una sola abbiamo sognato di abbandonarci e che poi abbiamo deciso di abbandonare per “essere ancora giovani insieme”.

La trottola continua a girare.

E se si fermerà, oppure no, in fondo, non importa a nessuno.

E già che ci siete

Il diavolo a quattro.

Ieri sera ho visto Les Quatre Cents Coups .

Lo avevo visto a scuola, in francese mille anni fa.

Premessa.

Già la traduzione del titolo in italiano mi ha stranita. I 400 colpi. Cavoli sembra quasi una roba porno. Ma dannazione perché dovete perdere il bellissimo gioco di parole? Mah.

Dopo questo inizio polemico scordatevi la recensione e i discorsi importanti su quello che mi ha dato il film o sul messaggio che lo stesso vuole trasmettere. Non vi parlerò della solitudine e del muto grido di aiuto del protagonista, della feroce indifferenza materna e dell’apatia paterna. E nemmeno della scena dell’incontro con la psicologa, che mi ha infilato un macigno nello stomaco che ancora non mi abbandona e durante la quale viene pronunciata la frase che racchiude l’intero film. Ne ho parlato abbondantemente con il mio amico cinepatico per tutta la sera ieri e non ho alcuna voglia di trascrivere le mie auliche parole qui.

Vi dico solo che dopo una lunga discussione siamo giunti a conclusione che il momento in cui Antoine,  durante la romantica presentazione del film che lui è Renè stanno guardando al cinema, fa scoppiare il palloncino della sua gomma da masticare, rappresenta in maniera deliziosa la metafora della completa inutilità di quel sentimento che a volte preme tra stomaco, intestino e cuore e che qualcuno chiama amore.

Sei un grande Antoine. Hai 13 anni e hai capito già tutto.

Detto questo siamo ovviamente passati alle riflessioni cazzone. Ai ricordi assurdi. Alla vita vissuta. Io vi elenco quel che mi riguarda che tanto lui non avrà mai il coraggio di manifestarsi. Che volete farci. E’ un timido.

Comunque questo film mi ha fatto venire in mente …

1) il Tagadà! Ma che meraviglia era? Non quello moderno che si fa seduti ma quello di una volta che si faceva in piedi! Auhauhauh :D Una volta, ad un “Made in Bo” mi sembra, l’ho fatto da completamente sbronza e quando sono scesa mi sono addormentata di schianto sul prato. Mi aveva mandato il cervello in corto circuito.

(ups. Mi sto spiegando tante cose)

2) la mia compagna di classe Claudia che ad ogni interrogazione importante uccideva un parente. Ma non la zia di terzo grado o la cugina americana di secondo. No. Lei ammazzava parenti stretti. Sua nonna sarà morta 3 volte solitamente verso la fine del quadrimestre. In quel periodo c’era anche una moria di zii e zie allucinante. Avevano tutti il piede nella fossa e ci cadevano dentro il giorno prima dell’interrogazione di matematica. Non parliamo degli incidenti stradali che coinvolgevano centinaia e centinaia di cugini. Che scapestrati! Altro che stragi del sabato sera! In classe mia si consumava la strage del giorno prima dell’interrogazione di storia! La più clamorosa rimane la misteriosa malattia che colpì la mamma della tizia il giorno prima dell’interrogazione di biologia. Un’emorragia. “ma dove”? chiese la professoressa che giustamente se ne intendeva. “di dentro” fu la illuminante risposta.

Chissà se Claudia ha mai sentito parlare del ciclo mestruale. Per me sua mamma aveva le sue cose e lei non sapeva cosa fossero. Perchè ammazzare la zia va bene ma l’emorragia interna alla mamma è troppo raccapricciante anche per me e Susanna che una volta abbiamo candidamente raccontato al vicepreside che dovevamo per forza uscire alle 11 per correre all’ospedale che un nostro amico era in fin di vita dopo un incidente. Siamo state talmente convincenti che il buon uomo voleva accompagnarci personalmente, non si fidava a farci andare con il motorino che ci vedeva “troppo sconvolte”

Oh Mon Dieu de la France!

3) a me la la maestra non ha mai mai mai lasciato a sorvegliare la classe fino al suo ritorno. Uffa. Ma perchè?

4) quando stavo in castigo dietro la lavagna scrivevo T.T. e la data sul muro. Ma essendo femmina non mi facevo sgamare. IO.

5) ora più che mai ho voglia di sdraiarmi. Riposare. Dormire. Alienarmi. Sono tanto, tanto stanca. Ma devo continuare a correre. Almeno finché non arrivo al mare.

T.

Mangia prega ama e tira a campare

NO SPOILER SUL FILM :)

Capita che una vada al cinema scazzata e che quindi scelga un film commedia sentimentale capace di strapparle un mezzo sorriso.

Capita che quella tizia veda in cartellone “Mangia Prega Ama” e che riconosca nella faccia soddisfatta di Julia Roberts che slinguazza un cucchiaino (e che per inciso le ha fracassato le palle durante tutta la sua vacanza californiana) la risposta ai suoi problemi.

Capita che quella ragazza si sieda imbronciata con il cellulare in mano perché dio deve benedire sempre e comunque l’inventore degli sms e si trovi, suo malgrado, davanti a sè stessa.

Quella ragazza sono io. Ovvio.

E dannazione, la protagonista del film è una tipa che ama scrivere e viaggiare è logorroica, isterica e single dopo tanto tempo.

Io. In questo esatto momento della mia vita. Numeri compresi e Javier Bardem (purtroppo) a parte.

Mi aspettavo un film cazzone e spensierato ed invece mi trovo davanti ad un film che mi ha costretto a riflettere. Io non volevo ma ho dovuto. Un film che mi ha posto le seguenti domande.

Cos’è la felicità? Dove si trova? Nella perfezione o nel pasticcio? Nel rettilineo o nella curva? Sotto le lenzuola o al bancone di un bar? A Roma, a Bali ad Ascoli Piceno o ovunque si trovi la persona che ti fa squacquarellare il cuore come la pompa dell’acqua ramata?

Perché tutti noi passiamo il tempo a definire noi stessi? Io sono estroversa, tu sei timido, quella è zoccola, quello un solitario etc etc? Perché racchiudere una persona che è fatta di mille sfumature ed un milione di sfaccettature in una definizione striminzita? Forse perché abbiamo paura di mostrarci per quello che siamo? Forse perché ci fa comodo ingoiare le lacrime che stanno per spuntare al posto del solito, finto, inutile sorriso? Forse perché starsene rincantucciati dietro una maschera e mostrare quello che gli altri vogliono vedere ci fa sentire comodi e comodi al sicuro racchiusi nella nostra calda ipocrisia?

Perché abbiamo paura? Paura di quello che siamo, paura di quello che proviamo, paura di soffrire, paura che gli altri scoprano le nostre sofferenze, paura di cambiare le nostre abitudini, paura di chiedere scusa, di perdonare noi stessi, di tornare sui nostri passi. Perchè abbiamo tutti questa maledetta voglia di appartenere ad un’altra persona e quando sta per accadere, facciamo dietro front e non saliamo sulla maledetta barca del maledetto pontile?

Io mi faccio sempre un sacco di domande.  Troppe mi dicono. Per la mia personale visione del mondo la curiosità denota intelligenza. Chi non si chiede “perché” non vive. Fa solo finta. Non vuole sapere. Non vuole scoprire. Se ne sta da solo al buio e si crogiola nella sua beata, rassicurante e falsa “ignoranza”.

Il fatto che io mi ponga le domande non vuol dire che io abbia tutte le risposte.

Quelle non ce le ho. Forse verranno. Magari no. Però, almeno, avrò avuto il coraggio di interrogare. Gli altri. Me stessa, soprattutto.

Io mangio troppo, prego troppo poco e amo.

Voi andate a vedere il film. A stomaco pieno possibilmente.

E non abbiamo paura di “imbarcarvi”.

T.

“Come aborti di cow boy”.

“La cosa che tormenta di più un uomo è quella che non gli hanno ordinato di fare”

Walt Kowalski non lo puoi amare.

E’ solo un vecchio burbero maleducato che passa le giornate in compagnia della sua vecchia cagna in veranda a bere e fumare come se non ci fosse un domani, a gridare insulti razzisti ai vicini asiatici e a lustrare la sua auto amatissima ed immobile nel garage superattrezzato.

Walt sguazza nella solitudine che si porta dietro dalla Guerra di Corea, imprigionato senza saperlo nella sua casa borghese  con i  soli “tredici morti forse di più” che lo ossessionano a tenergli compagnia, abituato e quasi fiero dell’infelicità e della misantropia che lo attanagliano, fiero ma in fondo smarrito in un quartiere che non riconosce più, circondato da una comunità asiatica  che detesta pur diventandone l’involontario eroe.

Saranno proprio i diversi che ha creduto  di disprezzare per tutta la vita a  smuovere il macigno che opprime il  cuore  di Walt mostrandoci cosa c’è sotto la scorza di gelo e disgusto che lo avviluppa, cioè un brav’ uomo che detesta la società corrotta che lo circonda, priva di valori, coraggio e bellezza.

Saranno i nuovi ed inaspettati amici a regalargli un soffio di vita alla soglia della morte: perchè Clint in fondo è sempre un cow boy pistola in pugno. Sia essa di metallo o di di carne come quella che usano i bambini. Ed è proprio quel gesto infantile e reiterato a fare da presagio al sacrificio finale, quello che il soldato compie in segno di redenzione e di affetto privo di condizioni.

Ciò che le persone fanno per amore è stupefacente. Anche se il più delle volte fa male come una coltellata. Ma  quando lo comprendi è ugualmente meraviglioso.

Come una Gran Torino, protagonista silente, che corre via leggera, costeggiando il mare finalmente libera.

Dannata Capocciona!

“Tu sei matta. Completamente svitata!Hai perso la zucca!

Ma lascia che ti dica un segreto ….

i migliori sono tutti matti!”

La follia è contagiosa?”

“Se cerchi di essere normale qui sembrerai ancora più anormale. Se sorridi sei schizofrenica, se non sorridi mai sei depressa, se rimani seria sei chiusa o una potenziale catatonica”.

Quello appena trascorso è stato il classico week end ideale.

Un sacco di cibo (sabato sera ho mangiato una fiorentina croccante sopra e morbida e sanguinolenta dentro, commovente!) un sacco di sonno ( ho dormito 11/12 ore a notte. Dovrei farlo tutti i giorni invece di perdere tempo in rete) un sacco di letture (ho finito tutte le pendenze e ho programmato i libri per il prossimo mese) e tre film con un solo tema (come si nota dalle citazioni di cui sopra) cioè la follia.

Che è un tema che mi claza a pennello.

Dicono.

Comunque Changeling che ho visto ieri per la prima volta è un film monumentale. La storia è talmente cruda e assurda da essere assolutamente vera e la Jolie è un’attrice strepitosa. Guardandola recitare in lingua originale anche la sua bellezza ammaliante diventa assolutamente marginale: la sua interpretazione è intesa, possente, commovente. Tensione, suspance, tenerezza e commozione. Meravigliosa lei e meraviglioso il film.

Shutter Island è un capolavoro che si è guadagnato una seconda visione immedata. Questa volta in lingua originale però. Giusto per innamorarmi ancora un altro po’ del mio incredibile Leo che per l’ennesima volta offre una prestazione clamorosa. Il film sembra fatto da Lynch più che da Scorsese. a causa delle atmosfere oniriche e inquietanti. Trovare la soluzione non era affatto facile nonostante i numerosi indizi disseminati qua e là ma stavolta, quando al cinema mi sono resa conto di essere concentratissima sulla risoluzione del rompicapo ho lasciato perdere e ho deciso di godermi il film. Saggia scelta. Perchè è una spirale di inquitudine e follia   che vi catturerà fino all’ ultimo minuto. Quando vi renderete conto ( se siete intelligenti) che il film va a finire in maniera PAZZESCA. Se invece non siete sufficientemente intelligenti, come tutti, penserete “Povero stronzo è pazzo come il cavallo pazzo” . Fatemi sapere com’è andata eh.

Infine Alice in Wonderland.

Se non fosse un film di Tim con Johnny, lo avrei liquidato in tre minuti con un ” E’ una cagata pazzesca!”. Belli i colori, belli i personaggi (meravigliose le due Regine ed il Cappellaio Matto) scadenti i dialoghi, pessima Alice e tremenda la storia. Diciamoci la verità.

Non siamo pronti ad affrontare un’ Alice con le tette ed il fidanzato! Sarebbe come vedere Cenerentola che deve togliersi la scarpetta di cristallo ed indossare le ciabatte perchè le vene varicose le infestano le gambe, Biancaneve obesa perchè costretta per indole a sfornare sette figli per sopperire alla mancanza dei nani e Aurora che soffre d’insonnia perchè il principe le fa le corna!

Alice dipinge le rose di rosso e gioca con la regina Rossa prende il the con il Cappellaio Matto festeggiando il suo non compleanno e consola la testuggine. Non è una donna. E’ una bambina piena di fantasia. Che da questo film esce distrutta.

Tre film intrisi di follia. La follia  dell’ipocrisia, quella del dolore ed infine quella meravigliosa della fantasia.

Non mi dilungherò sul tema della  perchè io sono una matta certificata.

Non come quelli che dicono di essere matti e non lo sono. Ne vado fiera. Meglio matta che ordinaria. Meglio isterica che intrappolata nella custodia del ” devo darmi un tono ad ogni costo”.

Meglio essere me. Che posso sembre fare finta di essere una persona ordinaria. Mentre il contrario  non è possibile.





A Christmas Carol.

E’ una storia vecchia ma sempre struggente e bellissima.

Di quelle storie da leggere rincantucciati sotto il piumone, in poltrona davanti al fuoco, con l’albero di Natale che scintilla e la neve fuori che cade.

Se non la conoscete siete più ignoranti dell’utente medio di Fb (cit) (ahahahahahaha).

Sappiatelo.

E’ una storia che parla di errori (ma chi non ne fa) di espiazione (quanto è difficile capire) e di perdono (quanto è duro darne).

E’ una storia che insegna almeno tre cose.

1) Il perdono bisogna meritarselo.

2) Tutti hanno diritto ad un’altra chance.

3) Ogni volto è più bello se c’è sopra un sorriso.

E fuori classifica direi anche che il cinema in 3d è una figata bestiale.

Ma se non leggete il libro prima di vedere il film mi fate arrabbiare.

Buon Natale a tutti. Anche agli Ebenezer Scrooge. Susususu, fate i bravi e regalate il regalo impossibile.

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