Smetto quando voglio

Marissa1331

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Lincoln – Steven Spielberg – 2012.

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Abramo Lincoln era un avvocato scaltro e dalla lingua lunga che vinceva cause disperate grazie al suo eloquio eccezionale. Era un repubblicano fervente che, nel corso del suo primo mandato, ha visto iniziare la più drammatica guerra mai scatenata dal Governo degli Stati Uniti, la più invasiva perché consumata direttamente nel loro territorio e la più crudele perché fratricida.

Abe Lincoln era un bianco fortemente convinto della superiorità della sua razza nei confronti di quella nera e dunque inizialmente favorevole e sostenitore dell’economia basata sullo schiavismo. Era un presidente autoritario che per raggiungere i propri scopi non ha esitato a prendere decisioni che oggi definiremo fasciste, cancellando sentenze regolarmente emesse da legittimi tribunali, mentendo con l’abilità che contraddistingue il suo mestiere, mercanteggiando voti per garantire il passaggio di provvedimenti che riteneva indispensabili e battendo (letteralmente) i pugni sul tavolo rivendicando “l’immenso potere” di cui era  stato investito.

Era questo il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non esattamente un simpaticone insomma, almeno non per noi (dove per “noi” leggete “persone intelligenti”) che crediamo nella democrazia, nella pace, nell’ uguaglianza tra le persone, tra i popoli, tra le razze.

Si sa però che le storie, quelle con la s maiuscola e non, altro non sono che una questione di prospettiva. E che, intrise nel contesto che le accompagna, vanno studiate e se occorre, giudicate. Quindi ora immaginate Abramo Lincoln in un mondo nel quale il Presidente Degli Stati Uniti d’America tiene udienza 3 volte alla settimana e riceve migliaia di persone che gli avanzano le richieste più strampalate, un Presidente che va al fronte e si siede in mezzo al campo per poter parlare con i soldati dell’Unione bianchi e neri che lo acclamano come un dio, ripetendo i versi più importanti del celebre “Discorso di Gettysburg”.

Immaginate quel mondo lì, nel quale alcune persone sono considerate merci, hanno un prezzo, possono essere scambiate, confiscate, vendute e fatte accoppiare. E immaginate che queste persone siano trattate così perché il popolo tutto è convinto che Dio li abbia fatti diversi e che questo pensiero, per noi oggi assurdo, inconcepibile ed insano fosse  il pensiero di (quasi) tutti. Democratici compresi. Pensate che coloro che osavano affermare il contrario, erano considerati delle persone che si opponevano non solo alla legge degli uomini bensì all’ordine naturale delle cose, un ordine creato da Dio in persona. Immaginate un’epoca nella quale, emancipare i “negri” sarebbe stato il primo pericolosissimo passo verso l’estensione del diritto di voto a tutti.

Anche alle donne!

In questo contesto, in quel mondo, innanzi a quelle persone, Abramo Lincoln ha avuto il coraggio di chiedere un miracolo. E lo ha ottenuto. Ha avuto l’ardire di pensare e immaginare un futuro diverso e di porre l’attenzione del Congresso Americano, non solo sui milioni di uomini in catene che con l’approvazione del Tredicesimo Emendamento avrebbero ottenuto l’emancipazione, ma soprattutto su tutte le persone che, grazie a quell’emendamento, non sarebbero nate sotto l’orribile giogo della schiavitù.

Lincoln ha preso questa epica decisione non per convinzione personale, certamente non in nome di un’uguaglianza sostanziale nella quale non sapeva ancora se credere o meno. Lo ha fatto per l’Unione. Per preservare e mantenere gli Stati Uniti d’America. Lo ha fatto per  la pace. Per lavare via, almeno in parte, quel sangue che si sentiva grondare dalle mani.

Di questo parla il film di Spielberg. Del percorso faticoso e a tratti esilarante che ha portato una delle leggi più importanti nella storia dell’umanità ad essere approvata e dell’uomo pacato ma fermo, gentile ma arguto, pungente e geniale che ha reso tutto questo possibile. Soprattutto parla di uguaglianza. Di quell’ uguaglianza davanti alla legge che deve esistere e di quell’uguaglianza sostanziale che invece, non può.

Lincoln è un film raffinato e difficile che si svela poco a poco e che ha bisogno di tutti i suoi 150 minuti per mostrarsi in tutta la potenza e magnificenza che lo contraddistinguono.

Ancora una volta Spielberg affronta un’argomento toccante ed intenso e lo fa con la maestria del fuoriclasse e la spregiudicatezza dell’esordiente, rendendo avvincente una procedura normalmente noiosissima, tenendo lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso voto dopo voto (anche se, voglio sperare che TUTTI conoscessero l’esito dello scrutinio) e soprattutto facendoci conoscere davvero un uomo che ha fatto la Storia, dipingendone un ritratto realistico, senza fronzoli, senza sconti e senza menzogne, mostrandoci non solo il personaggio pubblico divinizzato, studiato e universalmente noto ma ponendo l’accento soprattutto sul marito in difficoltà, sul padre addolorato e affettuoso ma anche odiato e contestato. L’uomo comune insomma, con le sue debolezze, i suoi dubbi e i suoi inevitabili limiti in grado però di riflettersi su una nazione intera.

Il valore del film è anche nella coralità della pellicola e nella capacità del protagonista di  defilarsi di tanto in tanto, per cedere lo scettro agli altri membri di un cast eccezionale, tanto é vero che il momento più alto, il monologo più importante e portatore del messaggio che il film vuole consegnare allo spettatore  è stato affidato ad uno straripante Tommy Lee Jones che, in meno di due minuti, delinea con poche ed efficaci metafore la vera, unica ed incontrovertibile summa divisio che  sia mai esistita tra le persone, in un tripudio di applausi e di consensi tra il pubblico di allora e quello di oggi.

Per quanto defilato però, Lincoln è e resta il protagonista indiscusso e tutti gli altri personaggi non possono che gravitare nella sua orbita e tornare, prima o poi, ad essere attratti dalla personalità pacata ma allo stesso tempo esplosiva del Presidente, un indimenticabile Daniel Day Lewis talmente perfetto da risultare a tratti inquietante perché in grado di riprodurre in maniera minuziosa la personalità variegata e l’ironia tagliente del grande e controverso uomo che ha cambiato la storia, permettendo a Barack Obama di essere là dove si trova ora e dando il permesso ad un intero popolo di iniziare a sognare.

T.

Blood Story

Quando sono entrata nel cinema ero nervosa.

Sapevo tutto eh. Mi ero informata. Pensavo di essere pronta. Come pensavo di essere preparata dieci anni fa.

Ho sbagliato domenica come sbagliai allora.

Ho sbagliato tutto.

A Genova faceva caldo quel giorno ma noi non ci badavamo perché venivamo da una Bologna arroventata e volevamo solo mischiarci alla folla colorata che avevamo visto il giorno prima in tv, mangiare un panino e andare in via del Campo.

La brezza che veniva dal mare era dolce, come una carezza.

Le bandiere arcobaleno, un fiume di persone in festa, i cori, lo zainetto Invicta sulle spalle, il mare, i gabbiani, un azzurro abbacinante.

E poi gente vestita di nero con la faccia coperta e le pietre in mano, macchine in fiamme, vetrine sfasciate, urla, fumo denso che fa piangere, singhiozzi, ossa spezzate, gente che fugge. Il corteo si disperde, io prendo la mano di M. e inizio a correre, non so dove ma corro e corriamo via veloci, ci perdiamo nel dedalo di viuzze, Genova città di pirati sembra fatta apposta, non sappiamo dove siamo, abbiamo smarrito tutti gli altri, ci viene da piangere.

Abbiamo ancora i panini con la frittata dentro l’Invicta e i fiori dipinti in faccia sono ancora lì seppur un po’ sbiaditi dalle lacrime e dal sudore. Abbiamo la gioia strozzata in gola e gli occhi grandi e rossi e terrorizzati e non capiamo perché.

Perché c’è gente con la testa spaccata sdraiata per terra, perché alcuni sputano via sangue e denti, perché la polizia ha caricato il nostro corteo.

Noi siamo venuti da Bologna con l’autobus e con il pranzo al sacco. Abbiamo le chitarre e le Converse e gli zainetti sulle spalle. Siamo studenti, pensionati, sindacalisti, mamme, papà.

Siamo brava gente, gente normale che ha visto cose che non voleva vedere.

Che non doveva vedere.

Gente che era venuta a manifestare  e che prima di tornare a casa si è trovata necessariamente in una piazzetta secondaria a deporre un fiore rosso su un mucchio di sabbia messo lì per coprire il sangue della vergogna.

Questa è la Genova che avete visto tutti alla tv.

Questa è la Genova che ho visto io.

Al cinema, dopo 10 anni ho finalmente visto l’altra Genova. Quella più segreta e vergognosa. Quella che si è tentato di occultare e prescrivere in ogni modo.

Alla scuola Diaz dormivano 93 persone in quella notte d’estate.  Gli agenti che hanno fatto irruzione erano 300.

La verità la conoscono solo quelle 393 persone.

Quelle che hanno colpito e quelle che sono state colpite. Quelle che hanno deriso, umiliato e infierito e quelle che sono state irrise, umiliate e selvaggiamente picchiate. Quello che è successo alla scuola Diaz di Genova in quella notte pazzesca è ben più della sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. E’un abominio. Una carneficina di massa di inaudita violenza e priva di qualsiasi logica, motivazione, giustificazione.

Questa follia collettiva, questa sorta di rappresaglia sanguinosa e simbolica, questo bagno gratuito di sangue è mostrato al grande pubblico in maniera analitica e con la giusta dovizia di particolari da un regista che riesce a documentare senza mai esagerare e a mostrare la nuda realtà, quella cruda e macchiata di sangue, senza doverla infarcire di inutili dettagli splatter. La narrazione è semplice, obiettiva e basata sulle carte processuali: ricostruzioni, perizie, testimonianze. Una scelta intelligente ed in grado di svincolare il film dalle faziosità, dagli odii di parte e dalle inevitabili polemiche.

Vicari ricostruisce e mostra con coraggio e veridicità. Non denuncia né condanna. Racconta. Il dramma degli inconsapevoli innocenti, la ferocia degli aguzzini e la piccola codardia dei veri colpevoli o meglio di coloro che hanno fornito il pretesto del massacro della Diaz. I temibili black block, riassunti nella pellicola in due ragazzini che parlano un tenero francese e che scampano all’orrore implorando (ed ottenendo) l’aiuto di un barista genovese che li nasconde nel suo locale, paradossalmente sopravvissuto al saccheggio dagli stessi perpetrato altrove.

Non ci sono lezioni di democrazia né sermoni paternalistici, né volontà di’insegnamento in Diaz. Non c’è volontà di giudizio. E’ solo lo spettatore a decidere quali sentimenti provare e lo stesso non può che inorridire davanti alla degradante escalation delle menzogne, della violenza gratuita, dell’autorità abusata e della piccolezza umana, una combo micidiale e capace di rendere una vergogna all’italiana ben più terrificante di un film dell’orrore.

Diaz è un pugno nello stomaco, uno di quelli che fa male e lascia il segno a lungo.

Un film che schiaccia e che opprime. Una pellicola che rende muti e impotenti. Un film che era necessario fare e un film che è necessario vedere.

Senza dimenticare che Diaz non è un film e che finalmente il sangue del sottotitolo è stato lavato.

In pubblico.

T.

Win

Non esiste un bel modo per dirlo.

Quindi non lo dirò.

Non è semplice.

Ci vuole del coraggio che ho, ovvio, ma che preferisco tenere al sicuro per altre occasioni.

Tanto ce ne saranno.

Non sfidarmi.

Sono stanca.

Ti farei vincere ma il prezzo della tua vittoria sarebbe il mio disprezzo.

E siamo già al livello di guardia.

 

Never

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.

(Paolo Borsellino, Eroe)

(Palermo 19.01.1940 – Palermo 19.07.1992)

YesMan!

Non siate spettatori della vostra vita.

Vivetela.

E dite Sì, sì, sì e sì.

Insomma siate uno “Yes Man” ;)

Si, Si!!, Siiii, Ohhh Siiiii!

Il 12 e 13 Giugno andate a votare.

E votate sì, per 4 volte.

Le ragioni per il quale dovete farlo ve le lascio spiegare da gente molto più figa di me.

Qui e qui.

(Ce la possiamo davvero fare eh. Chi non va a votare è una merda eh. Un ignavo che non ha il diritto di lamentarsi poi. In un senso o nell’altro. Se siete persone serie e intelligenti andate a votare. Se non ci andate, siete proprio dei poveretti che avrebbero meritato di nascere in uno stato sottoposto ad una dittatura militare.  Persone inutili per la società. Stronzi.)

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