Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivio per la categoria “Capolavori (per me)”

Lincoln – Steven Spielberg – 2012.

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Abramo Lincoln era un avvocato scaltro e dalla lingua lunga che vinceva cause disperate grazie al suo eloquio eccezionale. Era un repubblicano fervente che, nel corso del suo primo mandato, ha visto iniziare la più drammatica guerra mai scatenata dal Governo degli Stati Uniti, la più invasiva perché consumata direttamente nel loro territorio e la più crudele perché fratricida.

Abe Lincoln era un bianco fortemente convinto della superiorità della sua razza nei confronti di quella nera e dunque inizialmente favorevole e sostenitore dell’economia basata sullo schiavismo. Era un presidente autoritario che per raggiungere i propri scopi non ha esitato a prendere decisioni che oggi definiremo fasciste, cancellando sentenze regolarmente emesse da legittimi tribunali, mentendo con l’abilità che contraddistingue il suo mestiere, mercanteggiando voti per garantire il passaggio di provvedimenti che riteneva indispensabili e battendo (letteralmente) i pugni sul tavolo rivendicando “l’immenso potere” di cui era  stato investito.

Era questo il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non esattamente un simpaticone insomma, almeno non per noi (dove per “noi” leggete “persone intelligenti”) che crediamo nella democrazia, nella pace, nell’ uguaglianza tra le persone, tra i popoli, tra le razze.

Si sa però che le storie, quelle con la s maiuscola e non, altro non sono che una questione di prospettiva. E che, intrise nel contesto che le accompagna, vanno studiate e se occorre, giudicate. Quindi ora immaginate Abramo Lincoln in un mondo nel quale il Presidente Degli Stati Uniti d’America tiene udienza 3 volte alla settimana e riceve migliaia di persone che gli avanzano le richieste più strampalate, un Presidente che va al fronte e si siede in mezzo al campo per poter parlare con i soldati dell’Unione bianchi e neri che lo acclamano come un dio, ripetendo i versi più importanti del celebre “Discorso di Gettysburg”.

Immaginate quel mondo lì, nel quale alcune persone sono considerate merci, hanno un prezzo, possono essere scambiate, confiscate, vendute e fatte accoppiare. E immaginate che queste persone siano trattate così perché il popolo tutto è convinto che Dio li abbia fatti diversi e che questo pensiero, per noi oggi assurdo, inconcepibile ed insano fosse  il pensiero di (quasi) tutti. Democratici compresi. Pensate che coloro che osavano affermare il contrario, erano considerati delle persone che si opponevano non solo alla legge degli uomini bensì all’ordine naturale delle cose, un ordine creato da Dio in persona. Immaginate un’epoca nella quale, emancipare i “negri” sarebbe stato il primo pericolosissimo passo verso l’estensione del diritto di voto a tutti.

Anche alle donne!

In questo contesto, in quel mondo, innanzi a quelle persone, Abramo Lincoln ha avuto il coraggio di chiedere un miracolo. E lo ha ottenuto. Ha avuto l’ardire di pensare e immaginare un futuro diverso e di porre l’attenzione del Congresso Americano, non solo sui milioni di uomini in catene che con l’approvazione del Tredicesimo Emendamento avrebbero ottenuto l’emancipazione, ma soprattutto su tutte le persone che, grazie a quell’emendamento, non sarebbero nate sotto l’orribile giogo della schiavitù.

Lincoln ha preso questa epica decisione non per convinzione personale, certamente non in nome di un’uguaglianza sostanziale nella quale non sapeva ancora se credere o meno. Lo ha fatto per l’Unione. Per preservare e mantenere gli Stati Uniti d’America. Lo ha fatto per  la pace. Per lavare via, almeno in parte, quel sangue che si sentiva grondare dalle mani.

Di questo parla il film di Spielberg. Del percorso faticoso e a tratti esilarante che ha portato una delle leggi più importanti nella storia dell’umanità ad essere approvata e dell’uomo pacato ma fermo, gentile ma arguto, pungente e geniale che ha reso tutto questo possibile. Soprattutto parla di uguaglianza. Di quell’ uguaglianza davanti alla legge che deve esistere e di quell’uguaglianza sostanziale che invece, non può.

Lincoln è un film raffinato e difficile che si svela poco a poco e che ha bisogno di tutti i suoi 150 minuti per mostrarsi in tutta la potenza e magnificenza che lo contraddistinguono.

Ancora una volta Spielberg affronta un’argomento toccante ed intenso e lo fa con la maestria del fuoriclasse e la spregiudicatezza dell’esordiente, rendendo avvincente una procedura normalmente noiosissima, tenendo lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso voto dopo voto (anche se, voglio sperare che TUTTI conoscessero l’esito dello scrutinio) e soprattutto facendoci conoscere davvero un uomo che ha fatto la Storia, dipingendone un ritratto realistico, senza fronzoli, senza sconti e senza menzogne, mostrandoci non solo il personaggio pubblico divinizzato, studiato e universalmente noto ma ponendo l’accento soprattutto sul marito in difficoltà, sul padre addolorato e affettuoso ma anche odiato e contestato. L’uomo comune insomma, con le sue debolezze, i suoi dubbi e i suoi inevitabili limiti in grado però di riflettersi su una nazione intera.

Il valore del film è anche nella coralità della pellicola e nella capacità del protagonista di  defilarsi di tanto in tanto, per cedere lo scettro agli altri membri di un cast eccezionale, tanto é vero che il momento più alto, il monologo più importante e portatore del messaggio che il film vuole consegnare allo spettatore  è stato affidato ad uno straripante Tommy Lee Jones che, in meno di due minuti, delinea con poche ed efficaci metafore la vera, unica ed incontrovertibile summa divisio che  sia mai esistita tra le persone, in un tripudio di applausi e di consensi tra il pubblico di allora e quello di oggi.

Per quanto defilato però, Lincoln è e resta il protagonista indiscusso e tutti gli altri personaggi non possono che gravitare nella sua orbita e tornare, prima o poi, ad essere attratti dalla personalità pacata ma allo stesso tempo esplosiva del Presidente, un indimenticabile Daniel Day Lewis talmente perfetto da risultare a tratti inquietante perché in grado di riprodurre in maniera minuziosa la personalità variegata e l’ironia tagliente del grande e controverso uomo che ha cambiato la storia, permettendo a Barack Obama di essere là dove si trova ora e dando il permesso ad un intero popolo di iniziare a sognare.

T.

L’uomo ragno è ancora vivo!

Sono una indie snob. 

I miei amici me lo dicono sempre.

Un po’ è vero eh.  Ho pure la maglietta!

Ascolto solo certa musica, mi piacciono gruppi un po’ così e quando si tratta di scegliere la musica da ascoltare in auto mi stringo nelle spalle e tiro un sospirone perché so già che, molto probabilmente, mi toccheranno Vasco, Ligabue e se proprio mi va bene un Jovanotti NON vintage (ai tempi di Piove ero grandissima fan).

Però quando avevo 12/13/14 anni gli 883 li ascoltavo. E come. Perché loro suonavano l’amore impossibile, le discoteche fumose, i bar di periferia, la noia della domenica pomeriggio, la partita di pallone, la continua ricerca del divertimento, le paranoie dei genitori, la voglia di scappare dalla provincia, la volontà di fare grandi cose, la ricerca del vero amore. Tutte cose che mi interessavano tantissimo all’epoca.

E poi insomma io gli 883 li ho sempre adorati perché quando avevo 14 anni, nel lontano 1993, ho conosciuto Mauro Repetto ospite della mia città causa Festivalbar.

Vedendomi appostata fuori dall’hotel ove alloggiava, chiese a me e alla mia amica spalla, oggi mamma di famiglia, di accompagnarlo a fare la spesa per il quartiere e noi ovviamente lo abbiamo fatto, con sgrosso sdegno della mia nonna che, avvertita da una piccola Tati entusiasta e saltellante nella cabina telefonica (“Nonna non torno per pranzo sono a spasso con una rockstar” ) rispose “adesso lo dico a tua madre torna subito a casa che questi sono tutti drogati”. *

Oggi, vent’anni dopo l’uscita del primo disco degli 883, un sacco di artisti italiani sono stati chiamati a reinterpretare le loro più belle canzoni, in una sorta di omaggio offerto con affetto dal meglio dell’indie italiano al duo pavese squisitamente pop.

Il risultato del sorprendente lavoro di tutti i musicisti che sono stati chiamati alla realizzazione di questo divertente e perché no, commovente progetto, lo trovate nella compilation “Con Due Deca” che potete ascoltare e scaricare gratuitamente QUI.

Musicalità diverse, canzoni stravolte e trasformate in poesia, arrangiamenti coraggiosi, sospiri inediti e in alcuni casi l’allegria di un cartone animato: così, anche se siete dei radical chic o degli indie impuniti, potrete canticchiare “Nord Sud Ovest Est” o “Bella Vera” senza sentirvi troppo in colpa.**

Tati

Ps: Poi, nel 1993, gli 883 lo hanno vinto quel Festivalbar. E poco dopo Repetto è scomparso nelle nebbie, non prima di aver insegnato ad un sacco di ragazzini l’uso corretto del congiuntivo. Di questo lo ringraziamo sentitamente.

* esiste una documentazione fotografica che vi risparmio perché vi voglio bene.

** Ho citato queste due canzoni perché sono reinterpretate dai Carpacho e dai Lava Lava Love che sono i miei preferiti ma le mie canzoni favorite degli 883 sono “Come Mai” e “Canzone d’amore”. Perché sono un’inguaribile romantica (cit). Ecco.

T.

Short Message Service

Certi vanno conservati.

Tipo questo.

Ti adoro perché mi basta pensarti per sorridere. Quando sono in mezzo alla merda e mi vengono i pensieri orribili ti penso e sorrido. Non so perché, anzi, non voglio pensarci al perché. Voglio solo continuare a sorridere”.

Cioè, <3.

Una settimana (e un giorno) da Dio

Sabato

Non mi senti ed io non parlo
Rimangono le nuvole.
Siamo un giorno senza luce ormai…
…ma scegli me…

Giovedì

“e torno sempre a te, in questi giorni inquieti torno sempre a te”

Sabato

Lei è un poliziotto! La polizia non può sparare!”

Domenica

“E tu che scappi da là, scappi dì là rifugiandoti tra lenzuola pulite felici di regalarci solo per una notte il sorriso … il tuo sorriso e il mio …”

Innamorarsi è sempre una cosa bellissima.

Anche se ti innamori di una canzone.

Se poi passi 8 giorni ad ascoltare musica live, a ridere e a toglierti sassolini appuntiti dalle scarpe, beh, cosa vuoi di più dalla vita?

E’ passato un anno, il braccio non è ricresciuto e a volte mi manca ancora ma è passata.

Oggi è il 4 Aprile 2011.

E non deve piovere.

Fight Club

Ho visto due persone combattere stanotte.

Non era la prima volta in realtà.

Da molto tempo assisto alle loro schermaglie con un malcelato sorriso che mescola invidia e non so cos’altro.

Li ho visti incontrarsi per la prima, maledetta volta.

Li ho visti sorridersi impacciati in mezzo ad una ressa umana incapace di capire il loro autentico, gemello essere.

Li ho visti cercarsi nella moltitudine divisi dalla vita e dalla necessità del dovere.

Li ho visti trovarsi in un lampo e abbandonarsi in un istante.

Li ho visti soccombere alle spietate regole della vita.

Li ho visti fingere un’amicizia che non c’è mai stata.

Li ho visti avvicinarsi impercettibilmente e li ho visti sfiorarsi.

Ho visto scintille.

Ho visto un sentimento crescere indisturbato perché impossibile, sbagliato, negato.

Li ho visti sorridersi mentre cercavano scuse per toccarsi.

Li ho visti fuggire l’una dall’altro perché spaventati da un qualcosa immensamente più grande ed importante di loro.

Incomprensibile.

Li ho visti soccombere alla strisciante e sterile quotidianità delle parole, dei gesti, della normalità.

Li ho visti spaventati davanti all’inevitabile.

Li ho visti innamorarsi di altre persone. Forse più giuste.

Forse.

Li ho visti trovarsi in quel luogo squallido e banale.

L’ho visto trasformarsi nell’alcova idilliaca.

Li ho visti credere nell’illusione perfetta.

Li ho visti amarsi disperatamente. Per poco.

Un poco perfetto.

Fatto di sabbia e sussurri. Fatto di perfezione e sguardi sostitutivi di inutili parole già sentite troppe volte.

Fatto. Di.

Li ho visti riflessi in quello specchio che conserva ancora la loro immagine perfetta. Intatta.

Perché non riesce a concepirne un’altra.

Li ho visti leggersi l’amore negli occhi splendenti come le stelle nelle quali sono immersi.

Li ho visti immersi in una bolla di passione incontenibile.

Li ho visti svegliarsi e sorridere.

Li ho visti reciprocamente nel posto sbagliato.

Li ho visti urlarsi contro la rabbia dell’odio.

Che da sempre è l’altra spietata faccia di una medaglia arrugginita e logora.

Li ho visti abbandonarsi e tornare alla rassicurante vita di sempre.

Li ho visti mentire l’uno all’altra. E a tutti gli altri.

Li ho visti mentire persino a sè stessi.

Li ho visti giocare con il destino. Che non dimentica e che torna sempre a regolare i propri conti.

Sempre.

Li ho visti ignorarsi in maniera certosina e spietata.

Li ho visti gelosi e guardinghi.

Li ho visti soffrire e piangere lacrime asciutte fatte di note e parole.

Li ho visti sfidarsi alla riffa dell’orgoglio.

Li ho visti punzecchiarsi con frecce verbali intrise di cianuro.

Li ho visti logori e stanchi e perduti.

Fino a stasera.

Quando le parole hanno lasciato il passo ai pugni. Quando i silenzi hanno svelato solchi. Quando le ferite si sono fatte reali. Quando la sofferenza dell’anima è stata sostituita da quella del corpo.

Quando il sangue del perdono ha finalmente iniziato a scorrere.

In quel momento.

In quell’abbraccio pesante. In quelle labbra spaccate. In quella voce rotta. In quegli occhi gonfi. In quel lungo addio fatto di un silenzio pregno, li ho sentiti dire l’unica verità.

La confessione di una reciproca, lacerante, inevitabile mancanza.

Finalmente.

 

Il discorso del Re – The King’s Speech

“C’era una volta … “

“Un re!” diranno subito i miei piccoli (!) lettori.

Già. Avete indovinato.

Questa volta, c’era davvero una volta un re.

Solo che non era un re come tutti gli altri.

Non sapeva che lo sarebbe diventato.

Non sapeva neppure di poterlo essere.

Perché questo principe, nato per secondo, era destinato a vivere una vita felice all’ombra del fratello, legittimo erede al trono d’Inghilterra.

Bertie non era nato per essere re. Non ne aveva il diritto e nemmeno l’indole.

Era timido lui. Riservato. Silenzioso soprattutto. Molto silenzioso.

Non perché non avesse qualcosa da dire.

Anzi, era esattamente il contrario.

Solo che le parole così chiare e lineari nella sue mente brillante non riuscivano ad affiorare fluentemente sulla sue labbra.

Se Bertie fosse stato “solo un ufficiale navale” non ci sarebbero stati problemi. Purtroppo però, si sa, anche i principi di seconda classe hanno degli obblighi ben precisi: parlare davanti a folle sterminate di persone è uno di questi e Bertie, ahimè, non poteva proprio esimersi.

La sua voce sì però. Usciva fuori frammentata e farfugliante. Dispettosa.

Il nostro principe aveva imparato ad accettarsi. O forse si era arreso. In ogni caso non sembrava prendersela troppo.

All’apparenza, almeno.

Quello che gli accadeva dentro, il dolore, l’umiliazione, il senso di impotenza, le continue sconfitte, la paura di fallire, noi non possiamo conoscerle. O comprenderle. Forse, non saremmo neppure in grado di accorgercene.

Al contrario di lei.

Già, lei.

Come tutti i principi che si rispettino Bertie non era solo. Aveva accanto una principessa davvero speciale lui. Una simpatica, irriverente principessa chiacchierona, che amava indossare strani cappelli, dire esattamente quello che pensava e farsi un bicchiere ogni tanto.

Ogni tanto spesso.

Una principessa allergica all’etichetta che per questo lo aveva sposato dopo due rifiuti nella speranza che Bertie rimanesse per sempre il suo amato, riservato, goffo, buffo principe balbuziente.

Una principessa coraggiosa. In grado di comprendere il dramma interiore del suo uomo e di aiutarlo.

Scovando chissà dove Lionel, il famigerato “uomo comune” colui che senza titoli e senza onori, senza competenze né raccomandazioni insegnerà a Bertie qualcosa che tutti noi, nessuno escluso, dovremmo possedere.

E che se non possediamo, dovremmo imparare.

Il coraggio.

Il coraggio di dimenticare, il coraggio di vivere, il coraggio di lottare.

Il coraggio di diventare quello che si è e che a volte, nemmeno si immagina di poter essere.

“Il discorso del Re” è un film raffinato e crepuscolare, intrappolato nelle atmosfere sospese ed evanescenti di una Londra piovigginosa ed eternamente coperta da uno spesso ed ovattato strato di nebbia ove i personaggi, al contrario incredibilmente reali, si muovo maestosi dando vita ad un incalzante, a tratti esilarante, duetto. Un duello continuo tra due personalità opposte che si incontrano, si scontrano, si separano ed inevitabilmente si riuniscono in un affascinante ed inconsueto gioco di ruoli.

Un uomo del popolo irresistibile ed intelligente, sfrontato, sfacciato e irriverente insegnerà letteralmente “a parlare” (agli altri ma soprattutto a sè stesso) ad un principe affascinante che incanta con la sua ritrosia, i suoi sguardi densi, il suo dolore rappreso e intimo, mai urlato, mai manifestato ma non per questo meno tangibile, che erutta, infine, in tutta la sua incandescenza, sublimando in un pianto disperato ed infantile, il pianto di un bambino impaurito dal padre, offuscato dal fratello, sopraffatto da sè stesso e dallo stereotipo in cui è costretto a vivere.

Lionel ha costretto Bertie ad affrontare sé stesso. Lo ha obbligato a guardarsi dentro. A rimestare nelle proprie paure, a trovarle ad affrontarle. A farsi beffe di loro. A distruggerle.

Ha preso per mano un principe impaurito, lo ha fatto con fermezza e semplicità, accompagnandolo passo passo, lungo un’impervia, difficile spietata sfida che si è conclusa con la richiesta di leggere “solo per me” un discorso in grado di commuovere, consolare, guidare e spronare un intero popolo.

Poi, Lionel ha mollato la presa. Ha infine lasciato la mano. Ma non quella di un principe.

Quella di un Re.

 

 

 

Game Of Thrones

Ne ho parlato dettagliatamente qui.

Ma adesso che vedo i frutti della mia fantasia farsi di carne ed ossa, adesso che i personaggi stanno diventando persone reali, adesso che il 17 Aprile si avvicina, non posso che emozionarmi tantissimo e sperare che il prossimo volume della saga esca quanto prima.

(Ovviamente e come tutti i sostenitori delle Cronache sparsi per il mondo, ogni notte prima di addormentarmi prego l’eterna salute del loro inventore. George mangia sano, fai sport e rilassati. Non ci mollare eh. Non così).

E adesso tutti zitti. Sognate.

Hereafter

“Carino ma non di più. Non aspettarti Gran Torino eh! “

“Oddio, niente di che. Non è Million Dollar Baby”

“Mah. Strana storia. Niente a che vedere con Mystic River”

Ecco.

Scarni commenti in croce, recensioni al volo prive di contenuto, lamentele sulla presunta genialità offuscata di Eastwood e paragoni (adesso posso dirlo) davvero improponibili: è tutto quello che sapevo di Hereafter prima di sprofondare nella poltroncina del cinema l’altra sera, pronta a smarrirmi nell’ennesima, maledetta magia.

Perché diciamolo.

Io non avevo dubbi.

E se ne avessi avuto anche solo uno i primi, rutilanti minuti lo avrebbero spazzato via. Schiacciato sotto il peso di una scrittura superba, di inquadrature perfette, di un atmosfera sospesa tra la gelida e spietata realtà e un altro luogo mai palese, solo delicatamente accennato ma incredibilmente reale e concreto fatto di luce abbagliante, contorni sfumati e suoni ovattati.

Sospeso.

E’ un film che prende a pugni questo. Che colpisce forte, duro e senza pietà.

I colpi arrivano improvvisi, inaspettati, ripetuti e hanno la forma di una muraglia liquida e argentea che annienta e spezza e uccide, il rumore di uno schianto crudele e profondamente ingiusto, il silenzio di un dono che somiglia terribilmente ad una maledizione. Hanno le sembianze di persone le cui vite, così incredibilmente diverse, si snodano in una romantica e ordinata Parigi tinta dei caldi colori del tramonto, in una San Francisco lattiginosa, umida e nebbiosa, in una Londra caotica e livida e prendono vita in sentimenti tangibili ma mai rivelati, in storie che si intrecciano con garbo e naturalezza, senza inutili e scontati colpi di scena. Una donna felice e appagata che perde la sua concretezza e abbraccia il mistero, un uomo che vive una solitudine imposta dalla sua straordinarietà e dalla paura che sempre e comunque le persone straordinarie suscitano in quelle ordinarie, un bambino ingabbiato in una vita difficile, riassunta nei tre secondi dell’inquadratura che si sofferma sui buchi che affliggono le braccia di sua madre, che perde il suo doppio, l’altro sé stesso, ritrovandosi a combattere con il dolore di una mancanza che non accetta e alla quale non si rassegna.

Eastwood ci trascina in un mondo reale ma fatto di ossimori ambulanti, in storie apparentemente straordinarie che però riguardano tutti noi da molto vicino e lo fa nella sua maniera inconfondibile e raffinata, senza mai alzare la voce, senza necessità di scene cruente e di dolore urlato, senza ricercare lo stupore ad ogni costo e per questo sbalordendoci con lunghi silenzi densi di parole soffocate, con sguardi assassini che si rivolgono oltre, con sorrisi tristi carichi di consapevolezza, distruggendo(mi)ci con quella buonanotte sussurrata ad un letto vuoto, con quell’acqua assassina sputata via dai polmoni, con quelle buste della spesa lasciate lì, all’occorrenza, con quella solitaria gara di cucina frutto dell’ignoranza e della pochezza d’animo, con quei sorrisi che rivedo sulle labbra di ogni uomo che pensa ostinatamente di poter (sbagliando) trascorrere la sua vita in solitudine, con quel “mi manchi, non andare via” bagnato di lacrime, con quella fiduciosa attesa sotto la finestra, anzi più di tutto annientandomi con quella immagine perfetta di un piccolo uomo che aspetta.

Solo che stavolta non è bagnato di pioggia e non aspetta invano, eh Clint?

Tu, che a 80 anni suonati hai deciso di cimentarti in un genere che non ti è mai appartenuto e l’hai fatto con precisione e naturalezza, decidendo non senza scherno di parlare di quella signora che ci cammina accanto vestita di nero e che hai fatto di più, rendendola vera, unica protagonista di un film, prendendola per mano, esorcizzandola, rifuggendola forse. L’hai fatto a tuo modo, con autorevolezza, salendo in cattedra, senza temerla, senza paura.

Guardandola negli occhi.

Ponendo delle domande che inevitabilmente rimarranno senza risposta  perché nessuno è in grado di sapere cosa accadrà, dove andremo e cosa faremo quando chiuderemo gli occhi per l’ultima volta planando nell’aldilà del titolo ma insegnandoci che, parimenti, nessuno è in grado di sapere quello che accadrà domani, nell’aldiquà, quando apriremo nuovamente gli occhi su un nuovo giorno. E instillando in noi la speranza che, forse, il bello, sia proprio questo.

Stavolta hai giocato a scacchi con la Morte cow boy.

E hai vinto tu.

Volevo

Volevo iniziare un libro di Dickens. E invece ne ho iniziato uno di Roth.

Volevo ascoltare i Beatles e invece sto ascoltando musica random.

Volevo finire di scrivere le mie osservazioni su Hereafter e invece scrivo battute su Spinoza perché non ho più l’ispirazione che avevo stanotte quando, nel mio letto, ho chiuso gli occhi, ho immaginato di raccontare il film ad una persona ed ho sfornato la recensione del secolo. Dannazione.

Volevo guardare The Big Bang Theory ed invece c’è un capolavoro sulla TV. E non su quella a pagamento. Anche se Big Fish lo avrei rivisto volentieri.

Volevo andare a dormire presto. Ma il film finirà alle due passate.

Volevo mandarti un sms. Invece ho spento il telefono e l’ho scaraventato dall’altra parte della stanza.

Perché non si sa mai.

Poi dalla mia libreria Itunes è partita questa.

E allora scusate ma di che cosa stiamo parlando?

Ancora stiamo parlando?

Addio a tutto. Ai libri, ai film alle battute e ai telefilm.

Addio a tutto tranne che a te.

Ma tanto quel cellulare è lontanissimo.

Non riesco nemmeno a vederlo da qui.

 

 

 

 

 

La somma dei giorni

Mi hanno detto che il tempo cura ogni ferita e lenisce ogni dolore.

Io dico che il tempo è relativo.

Per me, è sale.

Ancora conto i giorni. Siamo a 1.095 e non passa mai.

Forse è meglio così.

Ciao <3

 

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