Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Blood Story

Quando sono entrata nel cinema ero nervosa.

Sapevo tutto eh. Mi ero informata. Pensavo di essere pronta. Come pensavo di essere preparata dieci anni fa.

Ho sbagliato domenica come sbagliai allora.

Ho sbagliato tutto.

A Genova faceva caldo quel giorno ma noi non ci badavamo perché venivamo da una Bologna arroventata e volevamo solo mischiarci alla folla colorata che avevamo visto il giorno prima in tv, mangiare un panino e andare in via del Campo.

La brezza che veniva dal mare era dolce, come una carezza.

Le bandiere arcobaleno, un fiume di persone in festa, i cori, lo zainetto Invicta sulle spalle, il mare, i gabbiani, un azzurro abbacinante.

E poi gente vestita di nero con la faccia coperta e le pietre in mano, macchine in fiamme, vetrine sfasciate, urla, fumo denso che fa piangere, singhiozzi, ossa spezzate, gente che fugge. Il corteo si disperde, io prendo la mano di M. e inizio a correre, non so dove ma corro e corriamo via veloci, ci perdiamo nel dedalo di viuzze, Genova città di pirati sembra fatta apposta, non sappiamo dove siamo, abbiamo smarrito tutti gli altri, ci viene da piangere.

Abbiamo ancora i panini con la frittata dentro l’Invicta e i fiori dipinti in faccia sono ancora lì seppur un po’ sbiaditi dalle lacrime e dal sudore. Abbiamo la gioia strozzata in gola e gli occhi grandi e rossi e terrorizzati e non capiamo perché.

Perché c’è gente con la testa spaccata sdraiata per terra, perché alcuni sputano via sangue e denti, perché la polizia ha caricato il nostro corteo.

Noi siamo venuti da Bologna con l’autobus e con il pranzo al sacco. Abbiamo le chitarre e le Converse e gli zainetti sulle spalle. Siamo studenti, pensionati, sindacalisti, mamme, papà.

Siamo brava gente, gente normale che ha visto cose che non voleva vedere.

Che non doveva vedere.

Gente che era venuta a manifestare  e che prima di tornare a casa si è trovata necessariamente in una piazzetta secondaria a deporre un fiore rosso su un mucchio di sabbia messo lì per coprire il sangue della vergogna.

Questa è la Genova che avete visto tutti alla tv.

Questa è la Genova che ho visto io.

Al cinema, dopo 10 anni ho finalmente visto l’altra Genova. Quella più segreta e vergognosa. Quella che si è tentato di occultare e prescrivere in ogni modo.

Alla scuola Diaz dormivano 93 persone in quella notte d’estate.  Gli agenti che hanno fatto irruzione erano 300.

La verità la conoscono solo quelle 393 persone.

Quelle che hanno colpito e quelle che sono state colpite. Quelle che hanno deriso, umiliato e infierito e quelle che sono state irrise, umiliate e selvaggiamente picchiate. Quello che è successo alla scuola Diaz di Genova in quella notte pazzesca è ben più della sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. E’un abominio. Una carneficina di massa di inaudita violenza e priva di qualsiasi logica, motivazione, giustificazione.

Questa follia collettiva, questa sorta di rappresaglia sanguinosa e simbolica, questo bagno gratuito di sangue è mostrato al grande pubblico in maniera analitica e con la giusta dovizia di particolari da un regista che riesce a documentare senza mai esagerare e a mostrare la nuda realtà, quella cruda e macchiata di sangue, senza doverla infarcire di inutili dettagli splatter. La narrazione è semplice, obiettiva e basata sulle carte processuali: ricostruzioni, perizie, testimonianze. Una scelta intelligente ed in grado di svincolare il film dalle faziosità, dagli odii di parte e dalle inevitabili polemiche.

Vicari ricostruisce e mostra con coraggio e veridicità. Non denuncia né condanna. Racconta. Il dramma degli inconsapevoli innocenti, la ferocia degli aguzzini e la piccola codardia dei veri colpevoli o meglio di coloro che hanno fornito il pretesto del massacro della Diaz. I temibili black block, riassunti nella pellicola in due ragazzini che parlano un tenero francese e che scampano all’orrore implorando (ed ottenendo) l’aiuto di un barista genovese che li nasconde nel suo locale, paradossalmente sopravvissuto al saccheggio dagli stessi perpetrato altrove.

Non ci sono lezioni di democrazia né sermoni paternalistici, né volontà di’insegnamento in Diaz. Non c’è volontà di giudizio. E’ solo lo spettatore a decidere quali sentimenti provare e lo stesso non può che inorridire davanti alla degradante escalation delle menzogne, della violenza gratuita, dell’autorità abusata e della piccolezza umana, una combo micidiale e capace di rendere una vergogna all’italiana ben più terrificante di un film dell’orrore.

Diaz è un pugno nello stomaco, uno di quelli che fa male e lascia il segno a lungo.

Un film che schiaccia e che opprime. Una pellicola che rende muti e impotenti. Un film che era necessario fare e un film che è necessario vedere.

Senza dimenticare che Diaz non è un film e che finalmente il sangue del sottotitolo è stato lavato.

In pubblico.

T.

Tutto intorno a te.

La pochezza di alcune persone la trovi sublimata nel loro spiccato egocentrismo, nell’assurda pretesa di pensare che tutto passi da loro, sia riconducibile alla loro persona e sia stato fatto, scritto, detto o pensato al solo scopo di arrecar loro noia, irritazione, rabbia, dolore.

Persone che passano il proprio tempo a invidiare una vita che vorrebbero avere, ad immaginare un sogno che vorrebbero rincorrere ad acciuffare scampoli di vite altrui che non gli appartengono, che non meritano, che dicono di non desiderare e che invece anelano, fino a morirne.

Persone convinte di avere la verità in tasca e la scienza infusa, talmente irrilevanti da non capire di non aver capito niente, talmente fragili ed insicure da avere la necessità di trovare proseliti, di diffondere il loro erroneo verbo, di cercare l’approvazione di altre persone anche se quello che ottengono, solitamente, è solo una piccola dose di commovente compassione.

Persone che celano la loro natura dispotica e arrogante dietro la maschera ipocrita e falsa della giovialità, della simpatia, della sbruffonaggine esibita ad ogni costo, capaci solo di parlare alle spalle, di non dare spiegazioni, di sussurrare a mezza bocca, di lanciare il sasso e poi di nascondere la mano, di occultare con maestria quel coltello che ancora gocciola sangue perché ti ha aperto un solco nella schiena.

Persone così inutili e irrilevanti e ignave, così codarde e disperate da non meritare nulla.

Nemmeno questo post che io, nella mia infinità misericordia ho deciso di dedicare loro.

La mia speranza in realtà è che capitino nel mio blog per caso e che, leggendo queste poche righe, decidano di battersi il pugno sul petto, di recitare un mea culpa e di farsi una vita, così che non debbano più attaccarsi come sanguisughe velenose alla mia.

Oppure, nel migliore dei casi, potrebbero capire di valere meno di zero e decidere di impiccarsi.

Per quello che importa(no).

T.

L’uomo ragno è ancora vivo!

Sono una indie snob. 

I miei amici me lo dicono sempre.

Un po’ è vero eh.  Ho pure la maglietta!

Ascolto solo certa musica, mi piacciono gruppi un po’ così e quando si tratta di scegliere la musica da ascoltare in auto mi stringo nelle spalle e tiro un sospirone perché so già che, molto probabilmente, mi toccheranno Vasco, Ligabue e se proprio mi va bene un Jovanotti NON vintage (ai tempi di Piove ero grandissima fan).

Però quando avevo 12/13/14 anni gli 883 li ascoltavo. E come. Perché loro suonavano l’amore impossibile, le discoteche fumose, i bar di periferia, la noia della domenica pomeriggio, la partita di pallone, la continua ricerca del divertimento, le paranoie dei genitori, la voglia di scappare dalla provincia, la volontà di fare grandi cose, la ricerca del vero amore. Tutte cose che mi interessavano tantissimo all’epoca.

E poi insomma io gli 883 li ho sempre adorati perché quando avevo 14 anni, nel lontano 1993, ho conosciuto Mauro Repetto ospite della mia città causa Festivalbar.

Vedendomi appostata fuori dall’hotel ove alloggiava, chiese a me e alla mia amica spalla, oggi mamma di famiglia, di accompagnarlo a fare la spesa per il quartiere e noi ovviamente lo abbiamo fatto, con sgrosso sdegno della mia nonna che, avvertita da una piccola Tati entusiasta e saltellante nella cabina telefonica (“Nonna non torno per pranzo sono a spasso con una rockstar” ) rispose “adesso lo dico a tua madre torna subito a casa che questi sono tutti drogati”. *

Oggi, vent’anni dopo l’uscita del primo disco degli 883, un sacco di artisti italiani sono stati chiamati a reinterpretare le loro più belle canzoni, in una sorta di omaggio offerto con affetto dal meglio dell’indie italiano al duo pavese squisitamente pop.

Il risultato del sorprendente lavoro di tutti i musicisti che sono stati chiamati alla realizzazione di questo divertente e perché no, commovente progetto, lo trovate nella compilation “Con Due Deca” che potete ascoltare e scaricare gratuitamente QUI.

Musicalità diverse, canzoni stravolte e trasformate in poesia, arrangiamenti coraggiosi, sospiri inediti e in alcuni casi l’allegria di un cartone animato: così, anche se siete dei radical chic o degli indie impuniti, potrete canticchiare “Nord Sud Ovest Est” o “Bella Vera” senza sentirvi troppo in colpa.**

Tati

Ps: Poi, nel 1993, gli 883 lo hanno vinto quel Festivalbar. E poco dopo Repetto è scomparso nelle nebbie, non prima di aver insegnato ad un sacco di ragazzini l’uso corretto del congiuntivo. Di questo lo ringraziamo sentitamente.

* esiste una documentazione fotografica che vi risparmio perché vi voglio bene.

** Ho citato queste due canzoni perché sono reinterpretate dai Carpacho e dai Lava Lava Love che sono i miei preferiti ma le mie canzoni favorite degli 883 sono “Come Mai” e “Canzone d’amore”. Perché sono un’inguaribile romantica (cit). Ecco.

T.

Quanto basta

Scusami se ti ho spezzato il cuore.

Non l’ho fatto apposta. Non volevo. Nemmeno me ne sono resa conto ero troppo distratta dall’assordante rumore che faceva il mio.

Ogni battito mi stordiva, ogni rintocco mi allontanava, ogni palpito mi toglieva il respiro e non mi sono più ricordata di te.

Ero troppo indaffarata ad annegare in quella felicità costruita ad arte, troppo presa da tutta quelle cose che sembravano perfette in quel tempo confuso, troppo egoista per pensare ad altri che a me.

Ci penso solo ora a te.

Alla nebbia penso e a quella sabbia rossa e ruvida. Penso a quel belvedere gelido e a quei paesaggi mozzafiato. Penso a me che canto per restare sveglia e a quella notte infinita e al molo dei sogni e alle assi di legno che scricchiolano sotto i nostri piedi. E alle foto perdute. Non avrei voluto urlare tanto.

E penso che ci pensi anche tu.

Scusami se ti ho spezzato il cuore.

Anche se “spezzato” non è il termine più adatto, sai?

Forse te l’ho strappato via quando eri ancora vivo e poi l’ho fatto a cubetti ed infine l’ho infilato nel tritacarne e dopo ho mangiato tutto, per nascondere a tutti quello che stavo facendo.

Perché lo facevo senza accorgermene, senza pensare, senza riflettere.

Scusami se ti ho spezzato il cuore.

Fa male.

Ora lo so.

(finalmente posso pubblicarlo su Blog. Evviva! Grazie a chi ha deciso di pubblicarlo davvero!)

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