Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivi per il mese di “maggio, 2011”

L’impiccato

C’era una volta una corda.

Era una corda elastica e resistente, capace di sopportare allungamenti, piegamenti e distorsioni.

Una corda che le aveva viste tutte.

Una corda che ne aveva sopportate tante.

Troppe.

Di più.

Una corda che aveva lasciato riempire la caraffa della sua sopportazione fino all’orlo, goccia dopo goccia.

Prese in giro, silenzi, maltrattamenti ingiustificati, prese di posizioni inutili.

Tutte le aveva viste la povera corda.

E nonostante tutto era rimasta lì, in silenzio, regale nella sua classe, imperturbabile d’orgoglio.

Fino ad oggi.

Fino all’ultima avvelenata gocciolina.

Apparentemente piccola. Innocua. Non peggiore di tante altre.

Ma aveva una caratteristica fondamentale quella gocciolina.

Era assolutamente l’ultima.

Perché oggi la corda, si è stuccata*

E tu che l’hai tirata così a lungo, sei rimasto solo e povero e spiazzato.

Arido e incredulo.

Con una sciocca ed inservibile estremità nelle tue mani.

Forse te lo aspettavi. Forse lo volevi. Sicuramente te lo meriti.

Solo una cosa puoi fare adesso con quel pezzetto di corda.

Passarci del sapone e farci un cappio.

Per te.

E per quelli come te.

Che rimarranno sempre così.

Inutili.

Con qualcosa di inservibile tra le mani.

E se ti senti solo fai bene.

Perché lo sei.

T.

*Stuccata = spezzata

Virus (L’amour fou)

C’erano i tuoi occhi.

Occhi grandi, occhi lucidi. Occhi limpidi da bambino che mi cercavano con timore tra una folla assassina e alienante. Occhi che quando mi trovavano non potevano fare a meno di risplendere e di riempirsi tutti.

Di me.

Occhi attoniti, spaventati che mi guardavano intensamente e che continuamente mi ponevano domande.

Difficili. Silenziose.

Occhi che trovavano dentro i miei quelle risposte che ancora non ero in grado di dare. Risposte che erano lì appena sotto la sciocca superficie dell’orgoglio e della codardia. Occhi che mi vedevano senza nemmeno bisogno di guardarmi. Occhi traboccanti. Occhi che si chiudevano. Poco prima. Di.

C’erano i tuoi sorrisi. Timidi. Abbozzati. Segreti. Trattenuti. Che sgorgavano via quando non guardavo. Anche se facevo finta.

Sorrisi fatti al buio, stanza piccola e spiovente illuminata dalla luna.

C’erano quelle labbra così morbide capaci di soffiare miele e di sputare fiele. Contemporaneamente. “Insulti d’amore”, ossimoro micidiale che mi lasciava a farfugliare scuse che non volevi nemmeno. Labbra che non mi permettevano di replicare mai perché mi si schiudevano addosso e mi promettevano di rimanere lì “fino a dopodomani”. E ci restavano senza lamentarsi. Volendo.

C’erano le tue mani. Quelle dita piccole che tracciavano il mio profilo. Che scioglievano con noncuranza quel nastro. Che vincevano resistenze farlocche. Intrecciavano quella ciocca le tue dita. Sempre la stessa. Quelle mani che non potevano smettere mai di tuffarsi nei miei capelli e riemergere sulla mia faccia. Mani che la carezzavano e la racchiudevano. E poi c’erano occhi e labbra. E oblio.

C’erano le parole. Cesellate. Sublimi. Racchiuse in uno scrigno infine forzato. Libere. Tu felice di poterle finalmente pronunciare a voce alta. Io incredula nell’ascoltarle. Nel metabolizzarle. Troppo lenta forse nel realizzare che fossero reali.

C’erano le tue domande. Implacabili. Perché piangi, perché ridi. Cosa faremo, dove andremo, forse ci siamo incontrati troppo tardi, ma non sei curiosa di vedere cosa c’è dietro la curva? Non vuoi sapere come finisce questo film? C’ero io che non rispondevo perché allora non le conoscevo le risposte o facevo finta di non volerle conoscere. C’ero io che ero così disperatamente felice e ancora oggi non so perché non te l’ho detto mai.

C’era la musica. C’era sempre tanta musica.

Musica silenziosa a volte. Musica spenta. I Beatles messi da parte, zittiti da una melodia più dolce, il rumore impercettibile che fa un sorriso al buio in un silenzio perfetto rotto da un respiro. Da due cuori che accordano il proprio battito e che diventano uno.

Palpito all’unisono e sospiri e lacrime che vengono giù e non lo sapevo proprio il perché.

C’erano i nostri corpi. Corpi che si toccavano. Per uno studiato sbaglio. Corpi che si calamitavano e che si univano. E si contagiavano. Vicendevolmente. C’era quel veleno dal gusto dolce e irresistibile che mi iniettavi ogni giorno. Veleno fatto di occhi che guardano, labbra che sussurrano, mani che sfiorano, parole che non si dimenticano, versi scritti, che indelebili rimangono.

C’eri tu che hai preso la mia anima ferita, anelante e spoglia. E l’hai ripulita e curata e agghindata. L’hai fatta riemergere radiosa e pura. Mi hai disintossicato da lui, sì.

Intossicandomi di te.

Mi hai fatto ammalare di quella malattia infettiva e mortale, che rende fragili e sciocchi. Immensamente felici e incommensurabilmente tristi allo stesso tempo.

Ed io febbricitante e impazzita, non ero mai stata più malata. Né più felice. Non più di così.

Poi non c’è stato più nulla. Non è rimasto più niente. E’ calata densa e implacabile la mannaia dell’oscurità, che mi ha travolta e presa e intagliata fino a farmi sanguinare del succo denso e vitale dell’umiliazione, della rabbia, del pentimento.

Occhi spenti. Labbra mute. Mani fredde. Parole atroci.

Solo la musica c’è rimasta, quella sì. Ma stavolta la tengo accesa ed urla forte. Perché il rumore assordante forse affogherà il mio cuore, prosciugherà il veleno, cicatrizzerà la piaga.

Curerà forse.

Quest’anima mia, tremante e nuda, ancora tremendamente infettata di te.

(grazie a coloro che hanno deciso che queste parole meritano di essere pubblicate. Grazie a chi me le ha ispirate in una fredda sera di Novembre. E grazie a me che ho trovato il coraggio di scriverle. E a B. che la ha corrette e le ha trovate bellissime.

E grazie a te, perché esisti e qualsiasi cosa accada, penso a te, che sei mio amico, e mi torna sempre il sorriso.)


Eating

Chi non ama le donne il vino e il canto, è solo un matto non un santo!

(Arthur Schopenhauer)

Mangiare è una delle cose più belle del mondo.

Farlo in compagnia poi è meraviglioso.

Vuol dire godersi la vita e le persone con le quali si condivide il pasto.

Chiacchierare nell’attesa tra una portata e l’altra, scoprire nuovi sapori, sbalordire davanti ad inconsueti accostamenti.

Divorare prima il cibo con gli occhi.

Per questo quando sono stata a mangiare all’agriturismo “Il Tiglio” ho fotografato ogni singolo piatto.

Perché qui, in questo ristorante che non ti aspetti, ben nascosto tra la quiete dei monti sibillini che sembra quasi schernirsi, celando la propria magnificenza attribuendosi il modesto nome di “trattoria”, i piatti sono per prima cosa un’opera d’arte sapientemente assemblata dall’impareggiabile chef, Enrico Mazzaroni, interessato non solo alla squisitezza delle sue creazioni ma anche ad offrire ai propri clienti una autentica gioia per gli occhi.

Perché in effetti, mangiare è una cosa.

Godere un’altra.

Iniziamo dunque

Aperitivo di benvenuto … (e palla di parmigiano e spiedone di verdure croccanti … )

Degustazione di sali (e pani e olii)

Sottobosco salato (terra lavorata con yogurt greco, frutti di bosco e tartufo)

Coratella adagiata su uno sfornatino di mascarpone e asparagi coperto da una sfoglia e da maionese calda il tutto spolverato da granella di pistacchi.

(una bottiglia di vino rosso ci sta bene sempre e anche Valentina sullo sfondo)

Tortelli ripieni di crescenza fresca e crema di limone.

Tagliatelline al ragù di coniglio innaffiate da spremuta d’arancia.

Guancia di bue ricoperta di trippa di pescatrice

Spezzatino di agnello alle olive

Una piccola pausa in attesa del trionfo di dolci <3

Mozzarella con crema alla nutella, marmellata di arancia e fragole

Tortino al cioccolato con panna e marmellata di fichi.

Croccantino al cioccolato

Ed infine sottobosco, again. Stavolta dolce. Gelato al cioccolato con frutti di bosco, yogurt, granella di nocciole e biscotti.

Caffè. Accompagnato da un bonbon ripieno di marmellata di more.

(post dedicato a tutti quei poveracci, maschi e femmine, che passano la loro vita a salire sulla bilancia, a contare le calorie e ad essere tristi. Alla faccia mia che sabato sera ho spaventato un ristoratore torinese per tutto quello che sono riuscita a mangiare. Vi ricordo che con me c’era anche Chiara Panosetti che, chissà perché, è sempre presente nelle mie scorribande alimentari più folli, vedere Trattoria Latini – Firenze, Maritozzo ripieno di gelato – Marsala, Panino da er zozzone – Roma, Due antipastini (cit) da Giggetto – Ghetto, Roma.

Ciao.

T.

Carpacho!

Li ho sentiti nominare per la prima volta due anni fa.

Un mio amico me ne ha parlato per caso, raccontandomi la strana storia di una mucca che è finita sotto un treno.

Il suo treno.

Quello che lo stava portando da Verona alla Capitale per assistere al loro ultimo concerto che dai suoi racconti è stata una delle cose più emozionanti di sempre.

Nonostante la mucca.

Così ho ascoltato le loro canzoni, ma l’ho fatto accompagnata costantemente da quella malinconia che ti assale quando senti della musica bellissima e pensi che non ce ne sarà più.

E invece no.

Forse la mucca ha rappresentato un sacrificio necessario a qualche dio sconosciuto della musica.

Perché i Carpacho si sono riuniti e hanno tirato fuori canzonette che innamorano e fanno innamorare e insomma stasera dopo due anni di attesa finalmente me li godrò live al Brevevita e di questo sono tanto contenta.

E ringrazio Marco che in chat mi chiede come diamine ci entreremo tutti (risposta: al Breve si sta vicini vicini e ci piace così) e ringrazio i miei amici un po’ folli con i quali puoi parlare di tutto.

Mucche suicide comprese.

Questa è la mia preferita perché ecco. Sembra scritta per me eh! Perché il reale mi fa respirare in un sacchetto la maggior parte del tempo :D


A volte ritornano

Alcuni non possono più fare a meno di noi.

Altri ci insultano pesantemente.

Molti storcono il naso davanti alle nostre battute.

Probabilmente non le hanno capite.

Molte volte ci dicono che “abbiamo esagerato” che “la satira DEVE avere dei confini, che ci vuole più rispetto per i morti (a meno che non si chiamino OSAMA BIN LADEN perché in quel caso si può anche infierire)

Insomma, c’è chi ci ama e chi ci odia, chi ci critica e chi, ahimé, ci invidia.

Una cosa è certa, che come l’erba cattiva non moriamo mai.

Infatti siamo tornati.

Con altre 2.500 battute (moltissimi inediti) che ci faranno amare, idolatrare, odiare, criticare e ahimé.

Invidiare.

Spinoza is back e stavolta una risata vi diseppellirà.

Vi aspettiamo per la presentazione ufficiale al

SALONE DEL LIBRO – TORINO 2011

Via Nizza 280 – Torino (TO)

Per tutti i dettagli su come trovarci all’interno del salone, per la presentazione (prima) e per i bagordi (dopo) andate qui .

Vi aspetto lì :)

A sabato!

T.

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