Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivi per il mese di “febbraio, 2011”

Question time

Odio quel parcheggio.

Lo detesto.

Così tanto che quando è tutto pieno gioisco di dover parcheggiare altrove.

Lontano.

Non sono più riuscita ad ascoltare quel disco.

Mi manca ma non ci riesco.

Sarei santa se ignorassi di poterlo fare.

Nè quella canzone del resto. Che mi girava intorno.

Lou quanto ti amavo.

Adesso no. Non ce la posso fare più.

Non ho più indossato la maglietta del quartetto. La ricordo abbarbicata addosso ad un altro gruppo, non ha importanza di chi si trattasse. Lanciata lì sopra come uno straccio ma davvero, chissenefrega.

Non traccio più distanze con il dito.

Se incontro quel film, cambio canale.

Non bevo più vino nel bicchiere di plastica.

Nè gioco più a quel maledetto passatempo dell’attesa sull’Iphone.

La cartella è da tempo in quel cestino che non ho il coraggio di svuotare.

Non mi faccio più sorrisi “paurosi” nello specchio.

Nè creo colonne sonore di giornate che avrei voluto vivere.

“Adesso ti dirò una cosa che non ho mai detto a nessuno”

Le mente umana è un magazzino sterminato. Solo che l’ area “ricordi” è tristemente vuota.

Come te.

Che osservi le mie canzoni e leggi le mie storie e detesti i miei sorrisi.

Duepunti e parentesichiusa.

Fai finta che siano lacrime.

In realtà lo sono.

Salate, cattive, cocenti.

Come quelle piacciono a te.

Quelle che mi rendono umana e fragile.

Io, così cattiva che continuo a farti dei piaceri ogni singolo giorno.

Io, che da malattia, mi sono trasformata in malata.

Un film che non è mai uscito nelle sale. Un libro mai pubblicato.

Un racconto incompiuto. Una poesia scritta male.

Quelli di ieri sono stati degli sbagli.

Oggi, sono scelte.

Che ogni giorno mi uccidono un po’.

Me, che continuo inevitabilmente a morire di te.

Annegata in quel fiume.

 

<3

Mi ricordo di quando ero piccola e mio padre mi faceva ascoltare questa canzone insieme a tutte le altre.

Mi ricordo che non riuscivo a spiegarmi come potesse essere vera l’ultima affermazione.

Come fa una cosa a farti soffrire se non l’hai mai conosciuta? E’ meglio non conoscerla, no?

Poi sono cresciuta e mi sono innamorata.

Poche volte ma sono bastate.

A capire che è meglio viverla.

Auguri.

Shut Up.

Adoro le parole.

Con le parole ci lavoro.

Ci gioco.

Ci scherzo.

Mi diverto a stravolgerle e accoppiarle e ribaltarle e impreziosirle.

Le maltratto a volte, più spesso le amo.

Certe volte le uso senza pietà, sconsideratamente le tramuto in arma e affondo laddove so che fa più male.

Questa è una di quelle volte, temo.

Altre volte riesco ad ammaliare con le parole. Mi sono girata persone intorno ad un mignolo grazie ad esse.

E mi ci sono fatta girare intorno a quei mignoli bugiardi. Come una trottola idiota.

Le parole però non servono a niente sapete?

A niente.

Non pensate nemmeno per un momento che dietro a parole affettuose e delicate si celino belle persone. Non apprezzate troppo in fretta i superbi voli pindarici creati da una mano esperta e da una mente allenata.

Non fate questo tremendo errore.

Non fatevi fregare.

Sono le azioni che ci qualificano.

Solo quelle. E basta.

Sono i gesti che ci rendono quelli che siamo. Quello che siamo.

I nostri comportamenti.

Non un inutile farfugliare di espressioni di affetto, di comprensione e di conforto.

State zitti e datemi una carezza se dovete.

Se volete.

Smettetela di parlare a vanvera. Non me ne faccio nulla dei vostri mucchi di belle parole.

Siate coraggiosi. Ma non siete stufi di vivere da codardi?

Traducete in azioni quello che pensate. Quello che dite.

O andatevene via da me. E non tornate più.

 

My Bloody Valentine

“San Valentino è una festa inventata dai fabbricanti di cartoline per far sentire di merda le persone” (cit)

C’è chi lo festeggia con tutti i crismi, compresa bottiglia di champagne, fragole e completino che sembra direttamente  pescato dalla sterminata collezione di Brooke Forrester.

C’è chi lo snobba sdegnosamente facendo finta di fregarsene e poi ci rimane molto male quando il fidanzato se ne dimentica e non si presenta con il mazzo di rose d’ordinanza.

C’è chi se ne frega e guarda con malcelata compassione gli stormi di coppiette benvestite che popolano i ristoranti a menu fisso andando a prendere la fregatura classica.

C’è chi lo festeggia in gruppo ed invita anche i propri amici single.

C’è chi aspetta il 15 per festeggiare il raccapricciante San Faustino. La festa dei single. Quelli sfigati però.

Io che sono stata fidanzata per 14 anni di fila (con persone diverse) ho festeggiato San Valentino in tutti i modi possibili ed immaginabili e non l’ho festeggiato in altrettanti modi ivi compresi quelli sopra elencati.

Sono una persona media, cosa volete farci?

Da sempre però, festeggiamenti o no, so una cosa. Che è importantissima.

San Valentino è la festa degli innamorati. Non dei fidanzati.

Innamoramento e fidanzamento sono due concetti che spesso non si sfiorano nemmeno.

Conosco gente che ama con tutto il cuore persone che nemmeno lo immaginano e coppie che stanno insieme perché lasciarsi è proprio una seccatura.

Quindi buon San Valentino a tutti coloro che amano qualcun altro.

E non chiedetemi se festeggerò.

Fatto sta che il mio regalo di San Valentino, io l’ho ricevuto ieri.

In una maniera che non potete nemmeno immaginare.

 

 

 

Sorry

“No davvero. Basta. Basta chiedere scusa. Togliti quel broncio lo sai che non serve con me. Non devi scusarti, in fondo mi diverto. Mi diverto un sacco. E’ come stare seduti davanti ad un telefilm di cui è impossibile prevedere gli sviluppi, con una confezione di pop corn gigante in mano. E’ divertentissimo. Perché in fondo l’umana idiozia è sempre appassionante. E divertente. A volte mi sembra di assistere ad una di quelle fintissime e inutili battaglie a cuscinate che si vedono nei film americani che finiscono con la stanza piena di piume e nessuno che pulisce. Sai qual è la cosa più interessante di tutte? Quella che davvero mi fa assistere a questa cosa come se fosse lo studio sociologico più sbalorditivo mai visto? Il vostro parallelo e inesorabile inaridimento.  L’impossibilità di buttare fuori. La bellezza di quelle parole preziose che si trasforma in mediocrità. Svuotati. Ecco come siete. Ombre. Avete perso di smalto. Di lucentezza. Di colore. Avete smarrito i vostri sogni impegnandovi a distruggerveli reciprocamente. La guerra se si deve fare si deve fare bene. Devono esserci coltelli e sangue che scorre sotto la porta. Goccia a goccia. Fino ad esaurire la linfa vitale. Ma dove sta la passione in una parola? Dove è finita? Ma dove siete andati a finire? Il vostro orgoglio vi ha risucchiati. L’acredine vi ha inceneriti. Siete peggio che morti.  E se ci penso bene un telefilm simile l’ho già visto. Inizia e finisce con due scheletri rinsecchiti e mummificati in una caverna. Un uomo e una donna. Voi”.

O.o

Qualcuno ha una pezza?

(Il pezzo lo offro io)

Il discorso del Re – The King’s Speech

“C’era una volta … “

“Un re!” diranno subito i miei piccoli (!) lettori.

Già. Avete indovinato.

Questa volta, c’era davvero una volta un re.

Solo che non era un re come tutti gli altri.

Non sapeva che lo sarebbe diventato.

Non sapeva neppure di poterlo essere.

Perché questo principe, nato per secondo, era destinato a vivere una vita felice all’ombra del fratello, legittimo erede al trono d’Inghilterra.

Bertie non era nato per essere re. Non ne aveva il diritto e nemmeno l’indole.

Era timido lui. Riservato. Silenzioso soprattutto. Molto silenzioso.

Non perché non avesse qualcosa da dire.

Anzi, era esattamente il contrario.

Solo che le parole così chiare e lineari nella sue mente brillante non riuscivano ad affiorare fluentemente sulla sue labbra.

Se Bertie fosse stato “solo un ufficiale navale” non ci sarebbero stati problemi. Purtroppo però, si sa, anche i principi di seconda classe hanno degli obblighi ben precisi: parlare davanti a folle sterminate di persone è uno di questi e Bertie, ahimè, non poteva proprio esimersi.

La sua voce sì però. Usciva fuori frammentata e farfugliante. Dispettosa.

Il nostro principe aveva imparato ad accettarsi. O forse si era arreso. In ogni caso non sembrava prendersela troppo.

All’apparenza, almeno.

Quello che gli accadeva dentro, il dolore, l’umiliazione, il senso di impotenza, le continue sconfitte, la paura di fallire, noi non possiamo conoscerle. O comprenderle. Forse, non saremmo neppure in grado di accorgercene.

Al contrario di lei.

Già, lei.

Come tutti i principi che si rispettino Bertie non era solo. Aveva accanto una principessa davvero speciale lui. Una simpatica, irriverente principessa chiacchierona, che amava indossare strani cappelli, dire esattamente quello che pensava e farsi un bicchiere ogni tanto.

Ogni tanto spesso.

Una principessa allergica all’etichetta che per questo lo aveva sposato dopo due rifiuti nella speranza che Bertie rimanesse per sempre il suo amato, riservato, goffo, buffo principe balbuziente.

Una principessa coraggiosa. In grado di comprendere il dramma interiore del suo uomo e di aiutarlo.

Scovando chissà dove Lionel, il famigerato “uomo comune” colui che senza titoli e senza onori, senza competenze né raccomandazioni insegnerà a Bertie qualcosa che tutti noi, nessuno escluso, dovremmo possedere.

E che se non possediamo, dovremmo imparare.

Il coraggio.

Il coraggio di dimenticare, il coraggio di vivere, il coraggio di lottare.

Il coraggio di diventare quello che si è e che a volte, nemmeno si immagina di poter essere.

“Il discorso del Re” è un film raffinato e crepuscolare, intrappolato nelle atmosfere sospese ed evanescenti di una Londra piovigginosa ed eternamente coperta da uno spesso ed ovattato strato di nebbia ove i personaggi, al contrario incredibilmente reali, si muovo maestosi dando vita ad un incalzante, a tratti esilarante, duetto. Un duello continuo tra due personalità opposte che si incontrano, si scontrano, si separano ed inevitabilmente si riuniscono in un affascinante ed inconsueto gioco di ruoli.

Un uomo del popolo irresistibile ed intelligente, sfrontato, sfacciato e irriverente insegnerà letteralmente “a parlare” (agli altri ma soprattutto a sè stesso) ad un principe affascinante che incanta con la sua ritrosia, i suoi sguardi densi, il suo dolore rappreso e intimo, mai urlato, mai manifestato ma non per questo meno tangibile, che erutta, infine, in tutta la sua incandescenza, sublimando in un pianto disperato ed infantile, il pianto di un bambino impaurito dal padre, offuscato dal fratello, sopraffatto da sè stesso e dallo stereotipo in cui è costretto a vivere.

Lionel ha costretto Bertie ad affrontare sé stesso. Lo ha obbligato a guardarsi dentro. A rimestare nelle proprie paure, a trovarle ad affrontarle. A farsi beffe di loro. A distruggerle.

Ha preso per mano un principe impaurito, lo ha fatto con fermezza e semplicità, accompagnandolo passo passo, lungo un’impervia, difficile spietata sfida che si è conclusa con la richiesta di leggere “solo per me” un discorso in grado di commuovere, consolare, guidare e spronare un intero popolo.

Poi, Lionel ha mollato la presa. Ha infine lasciato la mano. Ma non quella di un principe.

Quella di un Re.

 

 

 

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