Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivi per il mese di “gennaio, 2011”

Just Breathe

Soffro di attacchi d’asma.

Ma non sempre.

Solo quando mi agito.

Quando mi arrabbio cioè.

Ma anche quando sono molto molto felice.

Quando mi emoziono, ecco.

Il che non accade molto spesso.

Vero?

:D

Ormai i sintomi li conosco a menadito.

Il cuore inizia a battere più forte, il sangue mi va dritto al cervello, iniziano a tremarmi le mani, lo stomaco è improvvisamente senza peso, mi si annebbia la vista e comincio a balbettare, anzi no, il termine giusto è “farfugliare”.

Ecco, arriva, lo riconosco.

E’ giunto il momento di fare un respiro profondo.

Peccato sia impossibile.

Perché quando hai un attacco d’asma respirare è proprio fuori discussione. Non che non ci si provi eh. Io mi ci metto con tutto l’impegno del mondo. Lo giuro.

Provo anche a calmarmi in tutti i modi che conosco.

Pochi.

Inefficaci.

Perché quando sono molto felice o molto arrabbiata, il mio cuore ed il mio cervello interrompono ogni forma di comunicazione.

Litigano.

Smettono di parlarsi.

Si ignorano come se non fossero amiconi, i bastardi.

E a differenza di quanto accade in questa storia, nel mio caso vince sempre il cuore che inizia a fare cose a caso, random, per conto suo.

Cose da fuori di testa, o anzi. Da fuori di cuore. Da cuore matto come direbbe il buon Tony dal basso del suo ciuffo impomatato.

Non sono più io eh. E’ il mio cuore che fa per me.

Comunque ho sempre molta fiducia in me stessa. Quindi provo a porre rimedio.

Come?

Respiro.

Ma so già cosa accadrà. Anzi so cosa non accadrà.

Non ci riuscirò.

Perché l’aria, la maledetta aria, andrà da qualsiasi parte ma non nelle mie vie respiratorie ossigenando il cervello rimasto privo di navigatore.

E’ proprio fuori discussione.

Tiro su ma il massimo che riesco ad ottenere sono un bel paio di rantoli. E via.

E’ come avere la testa sott’acqua. Come galleggiare nello spazio. Improvvisamente intorno a me sento solo un gran silenzio. Più tento di respirare profondamente più non ci riesco. Più mi agito.

E peggioro.

A questo punto una persona normale tirerebbe fuori dalla borsa la facile soluzione del problema.

L’inalatore.

Non io però.

Perché io odio avere un attacco d’asma.

La mia asma è provocata da qualcosa. O da qualcuno.

Qualcosa o qualcuno che mi fanno alzare la pressione e battere il cuore nelle orecchie. Qualcosa o qualcuno che prendono la mia anima e la rivoltano come un calzino, stracciando le mie certezze, inquinando la mia serenità, ferendomi più di uno schiaffo e martellando la corazza di indifferente freddezza che ogni tanto mi piace portare.

Che ogni tanto dovrei portare.

Non voglio che questo accada. No. Non a me.

Io non devo fare una piega.

Sempre e comunque.

E ci riesco, nove volte su dieci.

Fino a quella volta. Che mi frega.

Io non la voglio la mia asma nervosa. Io la disprezzo e la ripudio. Faccio finta che non ci sia come si fa con le cose o le persone che ci fanno diventare nervosi.

Allora, stupidamente, esorcizzo le mie debolezze ignorandola e fingendo di dimenticarmi quella pompetta ripiena di magia che risolverebbe il mio problema in tre secondi.

Come se lasciandola a casa potessi imporre alle mie emozioni di starsene quiete.

In silenzio.

Sciocca io.

Perché non ci riesco mai.

E allora mi ritrovo a respirare in un sacchetto.

Come in un film di terza categoria.

Nascosta nel bagno di qualche locale, in una ruetta o in macchina.

Con qualche caritatevole amica che mi guarda con compassione. E non capisce.

Odio la mia asma emozionale.

La odio perché mi fa sentire fragile e fuori controllo. La odio perché mi ha costretta a mentire e a blaterare di pollini e allergie primaverili, la odio perché mi ha obbligata a fare innumerevoli piani a piedi, scalini saltati a due a due.

A momenti non mi spacco la testa ma che volete farci l’alternativa era morire soffocata.

E non credo nemmeno che abbiate presente che cosa significhi correre per le scale senza respirare, con il cuore che ti scoppia di gioia, arrivare in macchina, cercare convulsamente il Ventolin, inalare, respirare (finalmente) e LASCIARE NUOVAMENTE (e consapevolmente) IN MACCHINA L’INALATORE, perché “dannazione asma maledetta, sono felice lo capisci che sono emozionata perché felice, dunque stasera lasciami in pace, fatti i cazzi tuoi, per una volta non stressarmi e non ripresentarti proprio ok? E anche te, cervello mio statti zitto. Non fiatare. Bum Bum Bum. Solo te ascolto stasera”

Oh. Quella notte lì, la mia asma mi ha esaudita.

Anche se ancora mi chiedo se in casa lo avrei trovato un sacchetto di carta in cui respirare.

Nel caso.

PS: I Goonies sono uno dei miei film preferiti. Adesso sapete anche il perché.

27 Gennaio (1945)

“Chi è felice farà felice anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura”

(A.F.)

Lo ha scritto una bambina prigioniera di 12 anni

E conosco adulti liberi che continuano a non vivere per la paura.

A quella bambina è stata dedicata la canzone più bella del mondo.

A lei e ad altre cinquemilioninovecentonovantanovemila persone.

O giù di lì.

Non ce lo dimentichiamo.

(e tu levati quel disappunto dalla faccia. Sono retorica lo so. Shhh!)

True

“Ti voglio bene, davvero. Ti adoro. Ma quando chiudi gli occhi è a lui che stai pensando. Corri da Romeo, Giulietta. Corri adesso che ha smesso di piovere “.

“… Magari domani.”

<3

(ascoltatela su Youtube che son tutte bloccate damn. Anzi ascoltatela qui blip.fm/~110066)

Il paese dei balocchi.

Io non ce la faccio più.

Io sono stufa di farci insieme colazione, pranzo e cena.

Stufa di vedere la sua faccia ovunque.

Io sono stanca delle notizie dell’ultima ora, di mignotte in lacrime, di lecchini televisivi che raccontano le tragedie familiari delle suddette.

Basta.

Sono stanca. Davvero.

Io Silvio Berlusconi e le vicende legate al suo pisello non le sopporto più. Più.

Non è una questione di odio. L’ho superato.

Non è questione di destra o di sinistra. Non me ne frega niente.

Non mi disturba più nemmeno il fatto che il mondo intero ci rida dietro. Succede da anni e sono abituata.

Non penso alle elezioni. Al futuro. Mi viene l’ansia solo al pensiero di dover scegliere ancora una volta tra membri di una classe dirigente vecchia, sputtanata, deludente.

Ho smesso anche di vergognarmi. Io? E di che? Comincino a vergognarsi i responsabili.

No.

E’ che proprio fisicamente sono arrivata al limite dell’umana sopportazione.

E l’ho superato.

E’ che sono esausta. Non ho più nemmeno la voglia di arrabbiarmi. Non ce la faccio più.

E per la prima volta in vita mia capisco una categoria di persone che mi ha sempre lasciata basita.

Quelli che non vanno a votare.

Vi lascio con una un video che rivela l’unica verità e una mia vecchia opinione. Questa.

Sembra scritto ieri quel post eh? Invece no.

Quante cose sono successe. A me intendo. La mia vita ha subito una rivoluzione.

Quella che dovrebbe esserci in questo paese.

Adieu.

T.

 

 


 

Game Of Thrones

Ne ho parlato dettagliatamente qui.

Ma adesso che vedo i frutti della mia fantasia farsi di carne ed ossa, adesso che i personaggi stanno diventando persone reali, adesso che il 17 Aprile si avvicina, non posso che emozionarmi tantissimo e sperare che il prossimo volume della saga esca quanto prima.

(Ovviamente e come tutti i sostenitori delle Cronache sparsi per il mondo, ogni notte prima di addormentarmi prego l’eterna salute del loro inventore. George mangia sano, fai sport e rilassati. Non ci mollare eh. Non così).

E adesso tutti zitti. Sognate.

Hereafter

“Carino ma non di più. Non aspettarti Gran Torino eh! “

“Oddio, niente di che. Non è Million Dollar Baby”

“Mah. Strana storia. Niente a che vedere con Mystic River”

Ecco.

Scarni commenti in croce, recensioni al volo prive di contenuto, lamentele sulla presunta genialità offuscata di Eastwood e paragoni (adesso posso dirlo) davvero improponibili: è tutto quello che sapevo di Hereafter prima di sprofondare nella poltroncina del cinema l’altra sera, pronta a smarrirmi nell’ennesima, maledetta magia.

Perché diciamolo.

Io non avevo dubbi.

E se ne avessi avuto anche solo uno i primi, rutilanti minuti lo avrebbero spazzato via. Schiacciato sotto il peso di una scrittura superba, di inquadrature perfette, di un atmosfera sospesa tra la gelida e spietata realtà e un altro luogo mai palese, solo delicatamente accennato ma incredibilmente reale e concreto fatto di luce abbagliante, contorni sfumati e suoni ovattati.

Sospeso.

E’ un film che prende a pugni questo. Che colpisce forte, duro e senza pietà.

I colpi arrivano improvvisi, inaspettati, ripetuti e hanno la forma di una muraglia liquida e argentea che annienta e spezza e uccide, il rumore di uno schianto crudele e profondamente ingiusto, il silenzio di un dono che somiglia terribilmente ad una maledizione. Hanno le sembianze di persone le cui vite, così incredibilmente diverse, si snodano in una romantica e ordinata Parigi tinta dei caldi colori del tramonto, in una San Francisco lattiginosa, umida e nebbiosa, in una Londra caotica e livida e prendono vita in sentimenti tangibili ma mai rivelati, in storie che si intrecciano con garbo e naturalezza, senza inutili e scontati colpi di scena. Una donna felice e appagata che perde la sua concretezza e abbraccia il mistero, un uomo che vive una solitudine imposta dalla sua straordinarietà e dalla paura che sempre e comunque le persone straordinarie suscitano in quelle ordinarie, un bambino ingabbiato in una vita difficile, riassunta nei tre secondi dell’inquadratura che si sofferma sui buchi che affliggono le braccia di sua madre, che perde il suo doppio, l’altro sé stesso, ritrovandosi a combattere con il dolore di una mancanza che non accetta e alla quale non si rassegna.

Eastwood ci trascina in un mondo reale ma fatto di ossimori ambulanti, in storie apparentemente straordinarie che però riguardano tutti noi da molto vicino e lo fa nella sua maniera inconfondibile e raffinata, senza mai alzare la voce, senza necessità di scene cruente e di dolore urlato, senza ricercare lo stupore ad ogni costo e per questo sbalordendoci con lunghi silenzi densi di parole soffocate, con sguardi assassini che si rivolgono oltre, con sorrisi tristi carichi di consapevolezza, distruggendo(mi)ci con quella buonanotte sussurrata ad un letto vuoto, con quell’acqua assassina sputata via dai polmoni, con quelle buste della spesa lasciate lì, all’occorrenza, con quella solitaria gara di cucina frutto dell’ignoranza e della pochezza d’animo, con quei sorrisi che rivedo sulle labbra di ogni uomo che pensa ostinatamente di poter (sbagliando) trascorrere la sua vita in solitudine, con quel “mi manchi, non andare via” bagnato di lacrime, con quella fiduciosa attesa sotto la finestra, anzi più di tutto annientandomi con quella immagine perfetta di un piccolo uomo che aspetta.

Solo che stavolta non è bagnato di pioggia e non aspetta invano, eh Clint?

Tu, che a 80 anni suonati hai deciso di cimentarti in un genere che non ti è mai appartenuto e l’hai fatto con precisione e naturalezza, decidendo non senza scherno di parlare di quella signora che ci cammina accanto vestita di nero e che hai fatto di più, rendendola vera, unica protagonista di un film, prendendola per mano, esorcizzandola, rifuggendola forse. L’hai fatto a tuo modo, con autorevolezza, salendo in cattedra, senza temerla, senza paura.

Guardandola negli occhi.

Ponendo delle domande che inevitabilmente rimarranno senza risposta  perché nessuno è in grado di sapere cosa accadrà, dove andremo e cosa faremo quando chiuderemo gli occhi per l’ultima volta planando nell’aldilà del titolo ma insegnandoci che, parimenti, nessuno è in grado di sapere quello che accadrà domani, nell’aldiquà, quando apriremo nuovamente gli occhi su un nuovo giorno. E instillando in noi la speranza che, forse, il bello, sia proprio questo.

Stavolta hai giocato a scacchi con la Morte cow boy.

E hai vinto tu.

Volevo

Volevo iniziare un libro di Dickens. E invece ne ho iniziato uno di Roth.

Volevo ascoltare i Beatles e invece sto ascoltando musica random.

Volevo finire di scrivere le mie osservazioni su Hereafter e invece scrivo battute su Spinoza perché non ho più l’ispirazione che avevo stanotte quando, nel mio letto, ho chiuso gli occhi, ho immaginato di raccontare il film ad una persona ed ho sfornato la recensione del secolo. Dannazione.

Volevo guardare The Big Bang Theory ed invece c’è un capolavoro sulla TV. E non su quella a pagamento. Anche se Big Fish lo avrei rivisto volentieri.

Volevo andare a dormire presto. Ma il film finirà alle due passate.

Volevo mandarti un sms. Invece ho spento il telefono e l’ho scaraventato dall’altra parte della stanza.

Perché non si sa mai.

Poi dalla mia libreria Itunes è partita questa.

E allora scusate ma di che cosa stiamo parlando?

Ancora stiamo parlando?

Addio a tutto. Ai libri, ai film alle battute e ai telefilm.

Addio a tutto tranne che a te.

Ma tanto quel cellulare è lontanissimo.

Non riesco nemmeno a vederlo da qui.

 

 

 

 

 

Eclissi.

Ho letto un libro che parlava amore.

Un amore puro.

Un amore vero.

Un amore viscerale.

Un amore segreto.

Un amore proibito.

Un amore trattenuto.

Un amore malato.

Un amore negato.

Un amore lacerante.

Un amore folle.

Un amore infinito.

Un amore dannato.

Un amore impossibile.

Ho patito gli affanni e le palpitazioni di questo amore come fossero miei, lo stupore dell’incontro, la gioia della pace, lo strazio della separazione, la speranza nel futuro, la consapevolezza dell’impossibilità, la sofferenza della fine.

La follia.

E ho capito che qualsiasi amore lascia qualcosa dentro di noi, una traccia indelebile, una ferita infetta che brucia e brulica e che si placa ma che non scompare, cicatrizza ma non si cancella e che rimane lì per sempre come una bruciatura, come l’immagine del sole che, se guardato direttamente e troppo a lungo, rimane ancora nei nostri occhi anche se chiusi.

E lo sappiamo che è così, lo sappiamo tutti il male che fa, ma continuiamo ad amare come continuiamo a guardare questo sole che ci ferisce gli occhi.

Stamattina c’è stata un’ eclissi.

L’ho guardata.

Se chiudo gli occhi, vedo ancora il sole.

A metà.

” non teme di dannarsi?”

” Credo di esserlo già ma non per lo Spirito Santo. Ho sempre creduto che tiene più da conto l’amore che la fede”

 

Auguri <3

Prima di tutto le cose importanti.

Tipo te.

Ti voglio bene dalla prima volta che ti ho incontrato.

Ed ero una bambina.

Ci vediamo questa estate. Non mi deludere.

Tanti auguri! Potevi aspettare un solo giorno, così festeggiavamo insieme :)

T.

“gettate in giro il vostro amore”

Domani smetto.

Avente presente un dolore piacevole?

Tipo quando vi mangiate le pellicine intorno alle unghie e sentite quel bruciore divertente che, tra un pochino e smangiucchiando ancora un po’, si trasformerà in dolore e basta?

Tipo quando siete innamorati ma ancora non lo sapete e sentite quella sensazione in mezzo al petto che vi opprime e vi chiedete cosa sia e che sta lì è fa un po’ male ma senza la quale non riuscite nemmeno ad immaginarvi?

Tipo quando siete ancora innamorati però lo negate e provate quella sensazione di inquietudine mista a turbamento, fastidio quasi, che tentate in ogni modo di sopprimere e che invece è lì, e vi fa male ma vi scalda anche e che vi spinge a fare cose stupide tipo a distogliere lo sguardo al momento meno opportuno, a farfugliare cose senza senso, a fare un sorriso quando non vorreste?

Tipo quando fate una cosa sbagliata, e lo sapete che è sbagliata e non vorreste farla e soffrite nel farla ma soffrireste ancora di più nel non farla e mentre vi ripetete che giammai la farete la state già facendo?

Ecco.

Ascolto un disco, spulcio vecchie mail, apro una cartella e mi perdo perché continuo a leggere.

E fa male ma fa bene, fa sorridere ma tra le lacrime ed è stupido ma inevitabile.

Non riesco a smettere, non stanotte.

Domani smetto.

(sono le tre e potrei andare avanti per tutta la notte, è una notte bianca questa e l’ho riconosciuta subito quindi continuerò a leggere e ad ascoltare musica mentre imperterrita affilo un pugnale che so già essere una lama che non lascia scampo.

E penso che domani, è già arrivato.)


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