Smetto quando voglio

Marissa1331

Archivi per il mese di “novembre, 2010”

Io e mia nonna #2

Sono sicura di avervi già parlato di mia nonna.

Mia nonna è un soggetto.

Una donna di quelle di “una volta”, di quelle che “non ne nascono più”, le casalinghe dedite al marito e alla casa. Quelle donne gioiose senza rimpianti o frustrazioni.

Mia nonna conosce qualsiasi film western esista, e per “li conosce” non intendo “ne conosce la trama” ma vuol dire che se tu le chiedi “nonna che cosa succede se un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile?” lei ti risponde pronta “l’uomo con il fucile è un uomo morto”!

Mia nonna quei film li conosce perché piacciono a mio nonno e vederli insieme era un modo di renderlo felice. Non credo che i miei nonni abbiano mai visto la televisione separati in 57 anni di matrimonio.

Mia nonna pulisce la casa come uno specchio ogni giorno, stira qualsiasi superficie di stoffa stirabile compresi gli strofinacci e le mutande, mette a bollire il sugo la mattina alle 8 (se si tratta di ragù anche il giorno prima) e cucina sempre per il doppio o il triplo delle persone previste perché “non si sa mai”.

Mia nonna mi ha regalato la chiacchiera, la saggezza, una vena di pazzia ed il mio metabolismo incredibile, allenato da 31 anni di pranzi composti da 4 portate più dolce e caffè con la panna.

Mia nonna mi ha cresciuta così a suon di sberle, prediche infinite, odio antifascista, disprezzo per Berlusconi, tagliatelle fatte in casa, olive ascolane, crostate di pastafrolla e lezioni di vita, spesso racchiuse in un pugno di detti popolari venuti da chissà dove che io uso quotidianamente.

Eccone una sparuta rappresentazione.

1) Male non fare e paura non avere.

Comportati sempre bene e sii a posto con la tua coscienza. Così facendo non dovrai avere mai paura di nulla nè sentirti in colpa per niente. E se gli altri si comporteranno male con te, non ci farai nemmeno caso perché è un problema loro. (Sperimentato quotidianamente. Funziona.)

2) Fai del bene e scordati, fai del male e pensaci.

Non fare del bene pensando che ti possa tornare indietro. Fallo e dimenticatene. Se invece fai del male alle persone, pensaci su. Perché ti tornerà indietro sicuramente (testata personalmente. Tutto vero).

3) Non discutere col porco perché perdi tempo e infastidisci il porco. Rivisitazione della più famosa “A lavà la testa de lu somare pierde tiempe e sapò” (A lavare la testa all’asino perdi tempo e sapone).

Non perdere tempo a discutere con le persone che non vogliono (o non possono) capire quello che tu vuoi dire loro. Tu perdi tempo e loro si infastidiscono e basta (la regola aurea consiste nel ragionare solo con coloro che hanno un quoziente intellettivo pari o superiore al vostro. Gli stupidi ignorateli. Vi inquinano).

4) Fai del bene al porco che ti rivolta il trocco.

Non importa quanto tu possa trattare bene certe persone. Loro continueranno a non apprezzarlo (quindi direi che sia il caso di smettere e di cominciare a prenderli a pizze in faccia, o no?)

5) Ci siente cerqua ‘nda tona? O anche “ce siente cerqua n’da tagghia ssa’ccetta? (Senti, quercia come tuona? Senti quercia come taglia questa ascia?)

E’ la variante ascolana del più classico “te l’avevo detto!” (la frase che preferisco dire e quella che maggiormente odio sentire)

6) Lu munne è rotondo e gira. Somare miè qua dovrai ripassà. (Il mondo è rotondo è ruota in continuazione. Asino mio prima o poi dovrai ripassare qui).

Non importa quanto tu mi abbia fatto male. Non importa cosa tu mi abbia fatto. Prima o poi tornerai da me (e pagherai tutto e caro).

7) Pè conosce bene na persona ci dive magnà insieme sette sacchi de sale. (Per dire di poter conoscere una persona devi mangiarci insieme sette sacchi di sale)

Non potrai mai essere sicuro di conoscere davvero una persona. Le persone non finisci mai di conoscerle. (Quanto è vero).

Mia nonna spacca.

E se solo potesse, vi inviterebbe tutti a cena.

Sarebbe un momento bellissimo per voi, vi assicuro.

T.

Vista l’ora

Stavo per scrivere un articolo dei miei.

Un articolo un po’ triste, cervellotico, denso di metafore, di parole scelte con cura, parole che avrebbero colpito e affondato.

Poi è spuntata la notifica rossa di Skype, così, dal nulla.

Perché non sono l’unica nottambula del mondo. Siamo tantissimi in realtà.

E così sono stata coinvolta nella chat più pazza degli ultimi mesi. Rido come una pazza da 13 minuti mentre il mio degno compare sta scegliendo una canzone per voi.

Questa.

La dedico a tutti voi specialmente a chi vivacchia e tira a campare invece di togliersi la maschera e iniziare a vivere.

Il coraggio è una cosa meravigliosa.

Provare per credere.

(Un ringraziamento speciale va al mio amico nottambulo. Per tante ragioni. Stasera perché ha scelto la canzone)

 

Gente di Dublino (e dintorni)

“Di una città non apprezzi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che da ad una tua domanda” (I. C.)

Qualcuno ha detto che partire è un po’ morire. E’ vero, ma non sempre.

A volte si parte per respirare, a volte per scoprire, a volte per vivere, altre volte per sopravvivere e altre volte, si parte per fuggire.

Si parte con il sorriso sulle labbra e con la morte nel cuore, si parte con il cuore gonfio di tristezza o di speranza, si parte al momento giusto o in quello più sbagliato, si parte con la voglia di tornare o con quella di restare, si parte per amare, si parte per riflettere o per non pensare.

Si parte perché, a volte, è l’unica cosa da fare.

La meta non conta. Mai.

Le città sono solo pretesti, ah quanto è vera la citazione iniziale!

Ovunque è il posto giusto. Dappertutto. In ogni luogo ed in nessuno.

Prendi l’Irlanda, ad esempio. E prendi me.

Tra le viuzze strette e acciottolate, dentro i pubs di legno dipinto, tra una pinta di birra e un boccone di scones, in compagnia della statua di una bella ragazza che trascina un carretto pieno di molluschi e cozze e vongole e di quella di un signore occhialuto che guarda il cielo sognante appoggiato al proprio bastone, sulle affascinanti scogliere che cadono a picco su un mare lucido e sconfinato, tra le zolle di erba modellate dal vento, sulle romantiche mulattiere millenarie e tra le rovine di una fortezza vichinga più antica di Gesù Cristo, tra quelle pietre ancestrali disposte in cerchio, affascinanti e severe, mentre il vento mi sferzava il volto scompigliandomi i capelli, mentre gli occhi mi si colmavano di meraviglia e la bocca si voltava finalmente nel verso giusto, in tutti questi luoghi, persa tra tutte queste cose, mescolata in mezzo a questa gente generosa e sempre allegra che canta il proprio duplice inno nazionale con la mano sul cuore davanti ad una partita di rugby e applaude la danza tribale del nemico (vittorioso) e che beve e domanda e abbraccia ed esulta, in mezzo a questa moltitudine di gioia e di ardore, io che di domande non fatte, in testa, ne ho sempre duemila,  ho incredibilmente trovato la risposta.

L’unica possibile.

T.

PS: alle dublinesi che con 5 gradi e la uazza escono in sandali, minitubini ingiunali, gambe nude, tette e schiena di fuori, a quelle ragazze che hanno in testa la più bella varietà di capelli biondi e rossi che si sia mai vista e che non conoscono l’esistenza di cose quali sciarpe, cappelli, piumini e stivali va la mia stima infinita.

Alla Guinnes, al Baileys, all’Irish Stew, agli scones, alla doppia cioccolata calda con i cookie dentro, alla Fresh Soup, al salmone affumicato, allo spezzatino con la guinnes, all’Irish Breakfast e al soda bread, va il mio fegato.

Alla squadra degli All Black, alle loro aperture alari, ai loro bicipiti e pettorali vanno i miei sbav ed il mio cuore. Ed il numero di telefono.


Frasi da ricordare:

“male che va mo ieme a sbatte” (T.T)

“oddiomamma” (C.A. e T.T. in coro)

“ma dove ve sò portate!Dove!” (tutte)

“oh Tatià ma tu iè probbia na tonta! Quisse è miliardario e ti ha invitato a salire sulla sua macchina da miliardario e tu glie ditte de no! Ma non ti ho insegnato niente!” (S. M.)

“see you in 45 minutes” (abitante delle isole Aran)

“do you know Johnny Cash?” (autista di autobus amante delle città di Pescara e Chieti scalo)

“ti prego digghie che iè viste ssà foca sennò quiss non reparte” (T.T.)

” io la pace del mondo non me la gioco tanto l’avrà espresso qualcun altro come desiderio” (C. A. davanti al pozzo di S. Patrizio)

” senti diciamo che abbiamo visto un ufo perché è più credibile di una stella cadente vista da tutte e due a novembre a Dublino” (T.T.)

“Simon è bellissimo e ha la testa piccola” (tutte tranne me).

(la borsa che vedete nelle fotografie è una Doppiozero City Bags, la potete acquistare direttamente sul sito oppure potete contattarmi tramite mail e qualcosa facciamo)

Indian Summer

Capita che ti svegli in un giorno di Novembre e guardi fuori dalla finestra e sai che è Novembre ma sembra Maggio e tu vorresti che lo fosse ma non quello che deve venire bensì quello che è stato ma la tua macchina non è una Delorean quindi tira a campare che è meglio che giovedì è tanto vicino ed il tuo corpo ha solo tanto bisogno di spegnersi per 4 giorni.

Capita che pensi a delle cose che ti si affacciano nel cervello senza ragione o forse per tutte le ragioni del mondo e anche se non ci vuoi davvero pensare sono lì come un chiodo, tanti chiodi in fila che non vengono scacciati da niente e da nessuno e che finiranno per coprirsi di ruggine lo sai solo che non puoi farci niente. Non vuoi farci niente.

Capita che pensi ai principi e a quanto odii questa parola e a quanto odii sentirla ripetere a sproposito perché in fondo  i soli principi che ti interessano sono quelli fondamentali tipo pace, amore, giustizia, libertà e queste cose qui e che le questioni di principio avvelenano il sangue e nonostante questo continui a fartene. E a subirle. Senza fare niente. E via giù un’altra frustata e resistere. E quando ti chiedono “ma come fai” non sai rispondere perché non lo sai nemmeno tu. Però lo fai e se un mese fa ti sentivi una strafiga adesso inizi a sentirti stupida. Un po’. Ma sorridi perché ti hanno detto che quando sorridi fai paura e francamente sembrava un complimento.

Capita che le persone vedano delle cose che tu non vedi o che scegli di ignorare e quando te le raccontano ti lasciano un po’ stordita perché Santa Madonna Incoronata ma ho una scritta al neon in fronte invisibile solo a me? Perché continuate tutti a ripetermi la stessa cosa? Siete incredibili o forse siamo noi ad esserlo.

Whatever.

Capita una magnifica estate indiana.

Buon ascolto.

 

 

 

 

 

Dellamorte, dellamore.

Ho sempre deciso come volevo vivere e quando qualcuno o qualcosa hanno cercato di impedirmelo mi sono tolta il guinzaglio ed ho iniziato a correre.

Via dalle persone, dalle situazioni, da me stessa qualche volta.

Spero che un giorno, se sarà necessario, potrò decidere anche come morire.

(e spero che la persona che ha raccolto le mie volontà se ne ricordi anche se non ci parliamo più. Hai promesso idiota).

Ascoltami

Mai.

Mai, mai, mai.

Mai una volta che tu mi dia retta. Che decida di farti guidare da me. Dalla mia voce.

Mai una volta che mi ascolti.

Eppure sono praticamente fatto per questo. E nonostante tu lo sappia benissimo continui ad ignorarmi e mi metti a tacere sempre, lasciandomi solo e inascoltato. Seppellito da una valanga di cinismo e di giustificazioni sciocche che mi sussurri per darti un sollievo che non riesci a trovare. Mai.

Inutile, dunque.

Stretto in una morsa gelida di razionalità e dovere che mi asfissia e mi incupisce inaridendomi.

Inaridendoti.

E’ una vita che lo preferisci a me. Da sempre ascolti lui.

Algido e inflessibile ti ha coinvolto nel suo rigore infallibile. Ti ha convinto a reprimere la tua indole infantile e appassionata gettando secchiate di acqua gelida sulla tua anima che è nata ardente di entusiasmo e spontaneità e spegnendo inesorabilmente il fuoco che alberga dentro di te e che ogni tanto guizza di fugaci e sempre più rare fiammelle.

Ti vedo sai? Ti conosco da sempre e da sempre ti osservo da una posizione privilegiata.

Puoi fingere con tutti ma non puoi nasconderti da me. Non puoi.

Vedo il tuo sorriso che preme per uscire fuori e con sgomento lo osservo rimanere sepolto, intrappolato dalla maschera di pietra che ti sei imposto. Sento le parole che vorresti dire e che lui ti consiglia di strozzare nella gola. Osservo il tuo sguardo che si posa su di lei.

E allora ricordo le tante lei. Tutte quelle della tua vita che ti ho sentito amare. Invano.

Vedo le tue labbra tremare di desiderio, i tuoi occhi illuminarsi di una strana luce, sento il tuo sangue trascinarsi caldo e vorticoso nelle tue vene e allora spero. Ho sempre sperato che la fiammella si tramutasse in incendio.

Ma è solo un attimo.

L’ardore che ti infiamma dentro lo ricacci indietro con certosina violenza flagellandoti senza un perché. Ingoi quello che sei, stupri il tuo essere, frusti a sangue la tua anima.

Ti fai del male dentro e fuori e tutto intorno. Soffri.

Ed io mi sento esplodere.

Spaccato dal dolore e roso dall’umiliazione di essere sempre la seconda scelta, schernito da lui che ancora una volta ha vinto.

Lasciando un solo perdente.

Te.

Ancora e sempre.

Sento la tua paura. Ti attanaglia. Ti stringe la gola come una corda letale e invisibile che non ti lascia respirare e dalla quale non riesci a fuggire. Eppure ho tentato non so quante volte di scavare dentro di te, di cercare le ragioni del tuo spavento. Ho tentato di curare il tuo terrore, ma come posso salvare una persona che ha paura di sé stesso e delle proprie umane debolezze? Ti ho consigliato di abbandonarti a quelle stesse, di farti sopraffare dalle sensazioni, di farti guidare dalle mie parole.

Quante e quante volte ti ho detto “ti prego, ascoltami”?

Ma tu no, non lo hai fatto, metaforicamente ti sei tappato le orecchie arrendendoti prima di provare, prima di assaggiare, prima di godere. E lo hai fatto perché lui, ancora una volta tifoso della solita vecchia noiosa strada da non scambiare mai con quella nuova come suggerisce un proverbio sbagliato, ti ha messo in testa che avresti sicuramente perso. Che avresti fallito. Che avresti sofferto.

Ma non sai che la paura di soffrire lacera più della sofferenza stessa?

Eppure dovresti perché tu soffri. Da sempre. E non provare a mentire, non a me che ti conosco meglio di quanto tu conosca te stesso.

Non a me che ti conosco definitivamente meglio di lui.

Soffri anche quando pensi di essere felice. Soffri anche quando ridi. Quando pensi di fare la cosa giusta che è sempre quella che lui ti ha indicato.

Ma giusta per chi? Giusta per te o buona solo a sedare la tua anima impaurita e tremante?

Sento quel senso di vuoto che ti porti dietro da tutta una vita. Sento la tua irrequietezza. Ma sento anche il tuo ardore e assisto alla sua continua e sanguinoa lotta al massacro contro la tua insopportabile razionalità.

Come in quella lunga notte di gennaio.

Ricordi?

Tu la guardavi dormire, cullata da quell’assurdo e pauroso temporale. E non volevi nemmeno farlo eh, no, solo che non riuscivi a distogliere lo sguardo da quel fagotto fatto di carne, lacrime, fiducia e capelli arrotolati attorno alle tue dita. La pioggia ticchettava impazzita sulle tegole, il buio perfetto squarciato solo dal furore dei lampi, il letto caldo, come il suo sorriso addormentato.

Ho visto la tenerezza del tuo sguardo, ho sentito il palpito che ti esplodeva dentro, ho visto le tue dita seguire dolcemente i contorni buffi suo profilo. Ho visto la curva delle tue labbra, le ho viste voltate finalmente nel verso giusto.

Eri felice. Felice di essere lì e da nessuna altra parte. Con quel sorriso, con quelle labbra con quei capelli intrecciati tra le dita.

E allora ho gioito della tua felicità  che poi da sempre è anche la mia.

Ma è stato solo un attimo. Uno soltanto. Poi è intervenuto lui. Di nuovo.

Gelido e cattivo e pericoloso e spietato. Ti ha chiesto di riflettere e tu lo hai fatto. Ha cercato di aprirti gli occhi e invece ti ha reso cieco. Ti ha scatenato contro la sua vecchia e laida alleata.

La paura.

Ti sei piegato alla sua volontà ancora una volta.

Volevi dire “scusa” ed invece hai detto “svegliati”, volevi dire “resta” ed invece hai detto “vattene” volevi costruire ed invece hai distrutto. Solo che non hai distrutto lei.

Hai distrutto te.

Ti ho visto sai?

Rimanere in piedi dietro la porta sbattuta, combattendo contro di me, combattendo contro te stesso con forza per non spalancarla e correre sotto la pioggia incessante, ti ho visto ammutolire in una smorfia di dolore, incapace di capire il perché delle tue azioni, ti ho visto accendere una delle sue sigarette e fingere di fumarla con la testa abbandonata tra le mani. Ho sentito uno squarcio e ho visto il tuo corpo crollare sul letto, ti ho visto mollare il freno e in quel momento ho visto una cosa che non vedevo dalla tua lontana e luminosa infanzia.

Ho visto le tue lacrime.

Non quelle asciutte che da troppo tempo non versi e che ti divorano dall’interno come un cancro maligno, contaminando la tua essenza, ma lacrime vere, lacrime di bambino, lacrime troppo a lungo soffocate, lacrime feroci, lacrime di stanchezza e dolore.

Lacrime d’amore e di consapevolezza di aver fallito. Ancora una volta.

Avrei voluto dirti tante cose in quel momento. Ma sono rimasto in silenzio.

Incredibilmente lo ha fatto anche lui.

Ti abbiamo lasciato allo sbaraglio, pulsante di dolore e stupore, immerso in un oceano di solitudine. Quella che sbandieri, quella a cui aneli e che ti sei costruito meticolosamente attorno. Quella che forse meriti e a cui non sai rinunciare.

Dovrei parlarti ora.

Lo so che dovrei farlo.

E’ il mio lavoro in fondo. Sanguinare e gioire. Consigliare e consolare. Infiammare e innamorare. Ma come sempre mi sento soffocato, annullato umiliato e trafitto da lui, quel tuo cervello freddo e asfittico che riesce sempre a zittire la mia voce, spegnere la mia passione e inondarmi di un sordo dolore.

Quel tuo cervello a cui ti aggrappi e che mi spacca, mi lacera e mi ammutolisce.

Perché vedi, non esiste una sofferenza più perfetta e straziante della mia.

Quella di un cuore inascoltato.

(Questo racconto l’ho sognato. E poi l’ho scritto. E’ come se l’avessi rubato ma non so a chi chiedere scusa)

 

On writing

Perché scrivere?

O meglio. Perché chi scrive lo fa?

Non sto parlando della scrittura che ci da da mangiare ma di quella che diversamente ci nutre.

Scriviamo per passione e per necessità, scriviamo per dire quello che non riusciamo a comunicare se non a mezzo di articolate metafore, scriviamo di noi per comunicare quello che siamo e che non abbiamo il coraggio di mostrare a tutti gli altri.

Scriviamo per non implodere nella nostra solitudine, per farci coraggio e per farne, scriviamo per non piangere o scriviamo per farlo da soli, accompagnati da un cumulo di parole che sgomitano per venire fuori, scriviamo perché farne a meno a volte è impossibile, scriviamo per colmare quel buco bruciante che si trova all’altezza dello stomaco o del cuore o del cervello, scriviamo per aprire gli occhi di chi si ostina a tenerli chiusi, scriviamo per gli altri ma soprattutto scriviamo per noi stessi.

Che rileggiamo il nostro scritto per riconoscerci increduli in quelle verità ed in quei sentimenti che nemmeno sapevamo di avere prima di imprimerli così, nero su bianco. Parole che ci spaventano che ci feriscono ma che contemporaneamente curano la nostra malattia.

Scriviamo perché dobbiamo.

Semplicemente. Per non affogare. Soffocati da noi stessi e da quell’accozzaglia informe di odio, amore, bisogno, indifferenza e menzogna che ci portiamo dentro.

O come dice lui, scriviamo per inerzia. Che ad un orecchio poco attento potrebbe sembrare una cosa brutta. Ma che assolutamente non lo è.

Perché questa poesia è tutto, ma non inerte

Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
Non vogliamo essere subito già così, senza sogni.

(Pier Paolo Pasolini, Bologna 5 Marzo 1922 – Ostia 2 Novembre 1975)

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